di Giacomo Casarino

Il silenzio, l’eclissi dei movimenti antagonisti, salvo la parentesi “no-global” (Seattle – Genova) ha coinciso sostanzialmente con il congedarsi del neoliberismo, intrinseco, storicamente, all’ultima globalizzazione capitalistica. In effetti, il grande e spontaneo movimento pro-Gaza e contro il genocidio dei Palestinesi dell’ottobre scorso è stato mosso più da motivazioni etiche ed emotive che da ragioni meditatamente politiche, tant’è che non pare abbia sedimentato un seguito e soprattutto che abbia “aperto” alle tante implicazioni e ricadute che vi erano sottese. Notevole eccezione, da rimarcare, dopo il tentativo della Flotilla per Gaza, è l’iniziativa, ormai a scala europea, di boicottaggio delle navi che portano armi ad Israele, messa in atto dai portuali, a partire da quelli genovesi.

Ma quest’ordine mondiale, erede ancora del secondo dopoguerra, ma ancor di più della rottura del 1989, si è rotto definitivamente. La competizione economica si è tramutata, parzialmente travasata, in confronto militare tra Stati: dazi, sanzioni e guerra. E’ tornata prepotentemente la posta in gioco dell’egemonia mondiale, tra potenze e tra sistemi socioeconomici, il permanente exploit economico cinese sta li a dimostrarlo. Anche se non si può escludere uno sbocco a medio termine di spartizione del mondo in stile Yalta, a seguito dell’auspicabile fine della guerra combattuta tra USA/NATO e Federazione Russa in Ucraina.

L’unipolarismo USA non regge più, ma la sua caduta, sarà deflagrante: si preannuncia un non breve periodo di caos mondiale con ricorrenti rischi di guerra nucleare. La guerra nel tecnofascismo “feudale” dominante non è più un tabù, anzi essa viene proclamata artatamente e diffusamente nella comunicazione sociale come una necessità inderogabile: l’inetta ed autolesionistica Unione Europea se ne fa vessillifera.

Stiamo vivendo il trapasso, che appare ineludibile, al multipolarismo, condizione forse necessaria ma non sufficiente per uno “scongelamento” delle lotte e delle alternative. Perché il fallimento del neoliberismo (e delle sinistre che se ne sono impregnate) quanto alle aspettative che aveva suscitato sta comportando l’ascesa delle destre estreme, e non solo in Occidente, sintomo questo di un degrado intellettuale e morale (constatabile del resto anche nella vita quotidiana delle nostre città) che sfiora (o attinge a) l’imbarbarimento.

Ma assistiamo altresì al divorzio su scala universale a quello che era stato in passato il connubio vincente tra capitalismo e democrazia. Il dominio, da chiunque esercitato, prevale ed uccide il diritto (e non solo quello internazionale), complice la tecnologia che rimodella gli stessi rapporti di produzione. Si assiste ad una “grande sostituzione” del diritto (“La fine del diritto”, Ugo Mattei) attraverso determinazioni post-legali, predittive ed automatiche (il filtro delle grandi piattaforme, dei social media) ad opera del “capitalismo della sorveglianza” (attraverso raccolta dati, intelligenza artificiale ecc.).
La finanziarizzazione (gli “anonimi” fondi di investimento protesi più ad erogare dividenti agli azionisti piuttosto che alle merci da fabbricare) e gli algoritmi che governano in larga parte la produzione depotenziano la contrattazione collettiva, mandano in sottotraccia il conflitto di classe potendo far leva sul prevalente individualismo di massa velenosamente indotto dal sistema.
L’inedita, esponenziale crescita delle diseguaglianze frantuma e polarizza in due diverse sfere la società globale: la massa sterminata dei comuni mortali e, sull’altro versante, i tremila super ricchi che annovera il pianeta, le incontrastate élites dominanti.

Queste ultime non condividono pressoché nulla con la “restante umanità”: interessi, sentimenti, valori. L’aspirazione, velleitaria di Musk e dei suoi compari è quella, dopo aver rovinato l’ecologia terrestre, di involarsi verso altri habitat. Essi considerano il mondo come una sorta di “pianeta delle scimmie”, da cui spremere tutta la ricchezza possibile, per poi gettarlo via: impersonano al massimo livello l’attuale capitalismo di rapina delle risorse materiale e di quelle finanziarie.
L’affaire Epstein, con tutte le sue innumerevoli diramazioni non costituisce l’eccezione, bensì la fotografia più verace di tutto un milieux sociale e la prova più lampante del marcio che corrode e condanna irrimediabilmente l’Occidente nel suo insieme.
Mentre la diatriba tra gli intellettuali “politicamente corretti” (vedi ad esempio il quotidiano La Repubblica) si intesta la contrapposizione (di civiltà) tra autocrazie e democrazie, queste ultime hanno spesso già superato, sono andate ben oltre la soglia delle democrature, hanno neutralizzato il potenziale impatto delle elezioni e del suffragio universale (vedi tra l’altro l’effetto che ne consegue, l’astensionismo), non più ancorato a interessi di classe bensì stravolto e schiacciato dalla fallace comunicazione virtuale e dal regime della post-verità. Dunque, risulta marginalizzato il potere legislativo ed annullate le possibilità di alternative e di ricambio del potere. A causa di tre fattori che nel tempo sono andati intrecciandosi; la conversione, di durata ormai semisecolare, in senso neoliberale delle sinistre storiche, la disgregazione del tessuto sociale prodotta dal sistema, la demolizione della sfera pubblica (e cioè della politica), ed infine la privatizzazione dello Stato (modello esemplare ne sono gli Stati Uniti).

Il capitalismo odierno sarà “crepuscolare”, per dirla alla Roberto Fineschi, ma certamente è riuscito a corazzarsi pesantemente rispetto ad ogni pur minima scalfittura, in particolare è riuscito a disintegrare possibili soggettività e volontà alternative.
L’orizzonte sembra chiuso e cupo, salvo l”astuzia della ragione” e le imprevedibili svolte della storia, quasi che siamo destinati ad attendere come unica risorsa in campo una lenta presa di coscienza di massa dell’insostenibilità dell’esistente e dunque un suo ripudio universale, attraverso le armi pacifiche dell’esodo, dell’insubordinazione e del boicottaggio.

E purtuttavia qualcosa si muove: ad onta delle persistenti teorie terzomondiste del delinking (la disconnessione dal capitalismo globale), il conflitto, la principale contraddizione è tornata sui punti alti del (passato) sviluppo, e cioè negli Stati Uniti, stretti tra un esplosivo debito pubblico, il fallimento delle politiche daziarie di Trump e l’azione corrosiva di de-dollarizzazione portata avanti dai Paesi BRICS. Finora lo scontro, che sta alla base delle indecisioni e dei frequenti voltafaccia del Presidente MAGA, si situa tra due frazioni del blocco dominante, tra il deep state e i fondi di investimento da una parte e la tecnofinanza delle piattaforme digitali, in testa in particolare alla Silicon Valley. Ma questo scontro è uscito fuori dai binari del potere per investire, in virtù della politica anti-immigrazione, i settori popolari: in presenza di una popolazione abbondantemente armata siamo in presenza negli USA di una “guerra civile strisciante”. Quel che ancora manca perché il conflitto esca fuori completamente dalle coordinate del sistema è il formarsi di un’autonoma opinione e forza alternativa: ma forse qualcuno ci sta lavorando.

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