di Enrico Giannichedda

3. Essere di parte
La maggior parte degli archeologi, per fortuna, non si trova a lavorare nelle condizioni drammatiche che si hanno laddove la guerra contrappone popoli e storie, ma anche in aree ‘tranquille’ l’archeologia non è una disciplina imparziale che guarda ad ogni resto del passato con il medesimo occhio: è un’attività del presente che studiando il passato contribuisce a costruire il futuro. Di ciò si deve avere coscienza sia quando ci si interroga sul senso del proprio lavoro sia quando capita, e di questi tempi purtroppo capita spesso, di catalogare reperti o cercare di riconoscere i limiti di uno strato e si avverte che intorno, nel mondo, stanno avvenendo fatti gravi: dalle contrapposizioni etniche, al degrado ambientale, alla mercificazione della cultura. Fatti rispetto ai quali nessuno può dirsi estraneo se non scambiando il magazzino dei reperti o i limiti dello scavo, per un baluardo in cui rinchiudersi. Sostenere che quel che conta è che ognuno faccia bene il proprio lavoro non è sufficiente per chiamarsi fuori; il rinvio al tecnicismo e al lavoro competente, e quindi ipotizzato neutrale ed obiettivo, non può difatti nascondere che gran parte di ciò che si fa non è privo di un fine più complesso del singolo fatto concreto. Con i propri mezzi l’archeologo non costruisce oggetti della cui qualità e utilità può farsi vanto (come fa invece un qualsiasi artigiano). Egli, anche se in forma maggiormente mediata di altri, influenza, spesso fortemente, l’opinione pubblica: ad esempio, quando realizza musei ed esposizioni temporanee, rende visitabili aree archeologiche, redige saggi e scritti divulgativi di un qualsiasi tipo o collabora a libri scolastici.

Su questi temi, e in particolare su archeologia e politica, l’opera di Albert Glock resta importante come ben sottolineato in un volume a lui dedicato1. Qui Neil Silbermans ne ripercorre vita e interessi mentre William G. Denver affronta il tema dell’archeologia biblica e del suo successo, legato molto a logiche di appartenenza religiosa nelle università americane, Quest’ultimo riporta un dato significativo: nel 2002 su Amazon.com i libri dedicati all’archeologia biblica erano 234 contro 9 che rispondevano a ricerche di Palestinian archaeology. Nel dicembre 2025, analoga ricerca suggerisce oltre 4000 libri dedicati a Biblical archaeology e solo 65 a Palestinian archaeology. Ovviamente fra questi c’è veramente di tutto, ma la tendenza è chiara e confermata dal numero degli articoli scaricabili dal sito Academia.edu che sono in rapporto di dieci a uno solo perché spesso si usa il termine Palestina a designare l’intera fascia costiera fra Egitto e Turchia.

La storia è quindi sempre storia di parte e non solo quando si occupa dei periodi più recenti, ma anche quando si basa sui dati archeologici. Dati che si dicono obiettivi, ma che in realtà sono sempre selezionati in relazione a ciò che l’archeologo ritiene essere stato ‘storicamente’ rilevante. Su questa parzialità vale quindi la pena di ragionare guardando ad esempio alla diversa importanza che in molti lavori viene attribuita alle fonti o alle ricostruzioni ambientali, all’analisi dei rapporti economici, al riconoscimento delle influenze culturali o dei fenomeni di lunga durata. Su questi temi, alcuni scritti di Glock, per quanto vecchi e pubblicati postumi, sono importanti.

Albert Glock fra i suoi studenti a Tell Jenin (anni 1983-1984). Fonte dal web

Commento a: Albert Glock, Cultural Bias in the Archaeology of Palestine, Journal of Palestine Studies1995, XXIV, n. 2, pp. 48-59.

Treasures Saved from Gaza – 5,000 Years of History. Locandina della mostra tenutasi a Parigi, nel 2025, all’IMA (Istituto del mondo arabo) con reperti di Gaza conservati da decenni da istituzioni europee nell’impossibilità di restituirli a causa del perdurante conflitto.

In un articolo scritto nel 1987 e presentato in università di India e Pakistan, ma pubblicato postumo nel 1995, Glock affronta la questione delle distorsioni interpretative (dette cultural bias) che alterano la corretta percezione del passato. E lo fa dichiarando, fin dalle prime battute, che le convinzioni personali di ciascuno sono ovviamente ineliminabili, ma che è bene tenere conto anche delle “esigenze delle persone il cui passato è oggetto di indagine e la cui comprensione culturale è in gioco” (p. 49). Glock, nell’informare il lettore che scriverà della Palestina, a mo’ di premessa cita uno dei grandissimi dell’archeologia, quel Mortimer Wheeler che riteneva che in quel paese fossero “stati commessi più peccati in nome dell’archeologia che in qualsiasi altra parte della terra… (una) fonte inesauribile di esempi ammonitori”. Un brano che Glock riprende dal celeberrimo Archaeology from the Earth, libro scritto agli inizi degli anni Cinquanta, e che oggi andrebbe riconsiderato perché la Palestina, e l’archeologia in Palestina, non è solo fonte di esempi ammonitori, ma, sempre più spesso, di eventi tragici2.
Nel primo paragrafo dell’articolo, dedicato alle distorsioni conseguenti alla scelta mirata dei siti da indagare e preservare, Glock fornisce alcuni dati: nel 1944, in Palestina, erano stati registrati come monumenti protetti 2048 siti abbandonati e 1051 villaggi abitati, molti dei quali costruiti su siti antichi. Alla fine del mandato britannico, nel 1948, il numero complessivo era salito a 3780 siti antichi. L’interesse degli studiosi era rivolto soprattutto ai siti menzionati nella Bibbia e l’archeologia era attività di occidentali che utilizzavano la popolazione palestinese solo come manodopera a basso costo. Successivamente la situazione, che era già palesemente sbilanciata, è detta essersi deteriorata e Glock segnalava, nel 1987!, le attività dei coloni israeliani che distruggevano gli insediamenti palestinesi per occuparli: «Uno dei villaggi spopolati rimasti più o meno intatti (Lifta, vicino a Gerusalemme), che si presume sorgesse sul sito biblico di Mei Neftoah, è stato restaurato da un’agenzia governativa israeliana e trasformato in un centro di storia naturale e di studio che sottolinea il legame degli ebrei con la terra di Palestina» (p. 50).

Per usare le parole di Glock, questa è l’unica storia che piace ai vincitori ed egli, però, rilevava che è una vecchia storia se, già nel 1865, a Londra una grande esposizione ebbe come titolo World of the Bible e non Palestine through the Ages o altri che, benché filologicamente più aderenti a quanto esposto, evidentemente non erano ritenuti garanzia di successo in grado di attrarre quei ricchi finanziatori senza i quali non sarebbero stati possibili gli scavi di tanti grandi dell’archeologia.
Secondo Glock, in Palestina, gli argomenti tradizionalmente prediletti dagli archeologi sono lo sviluppo della cultura urbana e pastorale dell’età del bronzo di tradizione israelita; il passaggio dalla tarda età del bronzo all’età del ferro con l’asserita comparsa delle dodici tribù di Israele; le architetture che si vogliono tipiche dell’occupazione ebraica del territorio. Generalmente evitati, invece, gli studi sulla cultura materiale dei villaggi arabi esistiti per secoli in Palestina, ma anche la transizione tra il periodo bizantino e quello omayyade e, più in generale, la storia dei raggruppamenti tribali nonché la vita nei villaggi occupati da comunità polietniche. E questo nonostante il grande miglioramento delle tecniche di scavo e di studio dei materiali che a nulla servono, come Glock racconta, se la Bibbia resta l’unica chiave di lettura della storia. La conquista, avvenuta grossomodo dal XIII secolo a.C., è quindi l’evento interpretativo chiave in un territorio abitato da popolazioni seminomadi che deliberatamente si ipotizzano in precarie condizioni di vita e desiderose di insediarsi stabilmente su terre arabili. Ed è in questa logica che le case a quattro stanze, alcuni tipi di vasi da conserva, le cisterne intonacate e i terrazzamenti agricoli sono, contro ogni evidenza, ritenuti tipicamente israeliti e a nulla valgono i siti in cui appaiono essere di epoca ben precedente: “Qualsiasi opinione che sminuisca la statura eroica di Giosuè e le sue gesta è percepita come ostile” (p. 56).
Quanto sopra, ricordiamolo, Glock lo scriveva nel 1987, cinque anni prima di morire e ben prima dei fatti di questi anni. E sempre nel 1987, in una logica maggiormente accademica, Glock segnalava anche svariati correttivi per non incorrere in distorsioni. Nel suo caso, da studioso di archeologia biblica, riconosceva che i testi restano fonti privilegiate ma occorre prestare attenzione a ciò che ci appare naturale, o logico, solo perché frutto della mentalità occidentale. Inoltre suggeriva di esplicitare le logiche dell’interpretazione; ricorrere all’etnoarcheologia del presente perché l’archeologia non può divorziare dalla vita; non privilegiare a priori lo studio di temi e periodi; lavorare a definire i ‘centri generativi’ di particolari fenomeni culturali; testare la bontà, anche quantitativa, dei dati. Da ultimo, coinvolgere gli studiosi locali per confrontare idee e pregiudizi reciproci. Ovviamente con tutte le difficoltà del caso, ma con “l’obbligo di utilizzare una varietà di mezzi per portare alla luce e riflettere chiaramente sui pregiudizi che caratterizzano i nostri programmi di lavoro. Per alcune regioni del mondo, questo è l’unico modo per riprendersi da un lungo e devastante periodo di colonialismo” (p. 58).
In conclusione, a p. 59, Glock sostiene che “Il passato, come la memoria, viene selezionato per sostenere il presente. La cruda realtà è che la nostra analisi archeologica distorce sempre il passato per adattarlo alle esigenze del presente. L’archeologo deve chiedersi: il presente di chi? Un territorio dalle molteplici tradizioni abbraccia molti passati e molti presenti. L’interesse nazionale richiede che nessuno di essi venga ignorato, se vogliamo che il nostro dibattito dialettico con il passato sia onesto”.

Copertina del Journal of Palestine Studies, Vol. 24 No. 2, Winter 1995 contenente l’articolo di Glock Archaeology as cultural survival: the future of the palestinian past.

Commento a: Albert Glock, Archaeology as cultural survival: the future of the Palestinian past, in Journal of Palestine Studies, 1994, XXIII, n. 3, pp. 70-84.
In questo articolo pubblicato postumo, Glock menziona quattro motivi all’origine delle ricostruzioni storiche predominanti in Palestina: la tradizione biblica, le rivalità fra le potenze occidentali che hanno usato l’archeologia come strumento politico utile al controllo del territorio, la ‘calcolata decimazione’ dei palestinesi per fare spazio agli ebrei europei, la confisca e distruzione da parte di questi ultimi delle testimonianze non riconducibili a israeliti. Di tutto questo Glock, archeologo statunitense, fa la storia distinguendo persone, istituzioni e avvenimenti durante il Mandato britannico (1919-1948) e successivamente al 1948 quando gli archeologi palestinesi, privi di salde istituzioni locali, adottarono le idee e la stessa ‘agenda’ di ricerca degli occidentali e le testimonianze islamiche interessavano solo se aventi valenza storico artistica. Sul territorio, invece, a dettare legge sono dette le istituzioni israeliane e giordane che, seppur distintamente, impedivano la nascita di un’archeologia palestinese. Glock, al riguardo, propone quella che definisce A Palestinian agenda che sostiene dover recepire i metodi della moderna archeologia stratigrafica ma riconoscendo il legame indissolubile fra passato e presente. Per cui, secondo Glock, necessita di un approccio che tenga conto delle testimonianze recenti, di una capillare ricognizione del territorio, ed eviti il pregiudizio che vuole le antichità palestinesi povere e rozze a fronte di importazioni di qualità sempre erroneamente ritenute provenienti dai grandi imperi egizio e mesopotamico. E proprio il legame passato – presente renderebbe per Glock doveroso documentare archeologicamente i villaggi arabi distrutti dagli israeliani e i campi dei rifugiati anche se è ben conscio delle generalizzate difficoltà che ciò comporta. A nessuno piace che si abbia coscienza del presente per studiare, grazie anche al metodo analogico, il passato. Neppure se si riconosce l’utilità delle fonti scritte e la complessità di muoversi in realtà storicamente multi etniche: “Come in ogni buona ricerca scientifica, non si deve preferire una risposta ad un’altra, ma necessita verificare gli indicatori multiculturali come ipotesi per poi determinarne la probabilità che siano veritieri” (p. 83).
L’articolo si chiude con un esempio relativo alle diverse organizzazioni spaziali di case e cortili in diverse aree della Palestina da cui Glock trae una considerazione importante: “Studiare le forze che determinano i cambiamenti, e che essendo vicine nel tempo sono meglio documentate, rende possibile formulare ipotesi esplicative sul passato più remoto che andranno verificate grazie ai reperti archeologici. Ciò significa che l’archeologia palestinese non solo è rilevante per i palestinesi viventi, ma è anche qualitativamente migliore”. (p. 84).
In pratica, studiare casi recenti e usare le analogie permette di costruire ipotesi interpretative anche per altri periodi e fare questo in Palestina potrebbe non solo essere storicamente rilevante in sede locale, ma essere d’insegnamento per una migliore archeologia in generale. E, per riprendere il titolo scelto da Glock, ancora oggi c’è bisogno di una archeologia che permetta la sopravvivenza non solo fisica e materiale del patrimonio – che è imprescindibile – ma anche storica e culturale.

Copertina del volume All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, a cura di Walid Khalidi con la collaborazione di Albert Glock, in cui si descrivono oltre 400 villaggi che i palestinesi dovettero abbandonare nel 1948.

La prima parte di questo intervento è stato pubblicato il 4 marzo 2026

Le immagini sono fornite dall’autore.

L’immagine in testa è tratta da un articolo di The Guardian del 9 agosto 2025 in cui Angelique Chrisafis presenta la mostra parigina Treasures Saved from Gaza – 5,000 Years of History e, al tempo stesso, racconta del disperato salvataggio di reperti in corso a Gaza. Fonte: https://www.theguardian.com/world/2025/aug/09/paris-exhibition-saved-treasures-of-gaza


  1. T. Kapitan (a cura di), Archaeology, History and Culture in Palestine and the near East. Essays in Memory of Albert E. Glock, Atlanta 1999.  

  2. M. Wheeler, Archaeology from the Earth, Londra, 1956, pp. 30 e 53.  

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