di Enrico Giannichedda
Il 19 gennaio 1992, l’archeologo statunitense Albert Glock fu ucciso a colpi di pistola in Cisgiordania, a poca distanza da Gerusalemme, da un sicario rimasto sconosciuto. Forse un sicario che nessuno, mai, ha voluto davvero individuare e perseguire. Eppure Glock lavorava in Palestina dal 1962 ed era un pastore protestante, che nacque archeologo biblico e poi divenne altro con un percorso professionale particolare e importante. Glock, nel corso degli anni, aveva difatti modificato le proprie prospettive di ricerca mostrandosi, però, pienamente partecipe delle innovazioni teorico metodologiche della coeva New archaeology americana.
Dalla morte di Albert Glock a oggi sono trascorsi 34 anni e nel piccolo mondo degli archeologi, la sua figura e la sua opera se non dimenticata è restata comunque priva di qualsivoglia particolare attenzione. In rare occasioni gli archeologi hanno valorizzato il pensiero di Glock e, con l’eccezione di un libro inchiesta, la sua morte non è stata ritenuta segnare un momento importante nella storia dell’archeologia. Eppure, a rendere la sua vicenda interessante, anche per i media generalisti, avrebbe dovuto essere proprio il movente del suo omicidio. Un assassinio impunito ma che, nell’ambito della questione israelo-palestinese, entrambe le parti ritennero diretta conseguenza delle ricerche che conduceva. Dopo un primo momento, segnato da indagini approssimative e qualche necrologio, la vicenda perse, però, interesse e l’argomento fu probabilmente ritenuto sgradevole perché trattarne significa ragionare non di grandi e meravigliose scoperte ma di archeologia e politica. In Israele, per il caso specifico, e in generale1.
In circostanze del tutto diverse quella di Glock fu una morte, con la conseguente indagine, che ricorda quella di Pierpaolo Pasolini, anch’egli intellettuale scomodo perché non controllabile, libero, originale e ingombrante. Siccome i casi della vita fanno sì che tutto si tenga, su Pasolini torneremo con una battuta.
1. L’archeologia della Palestina e noi. Alcuni appunti sull’oggi

Sir Matthew Flinders Petrie, uno dei grandi dell’archeologia medio orientale, ritratto a Gaza nel 1931. https://www.timesofisrael.com/in-jerusalem-a-crowd-turns-out-to-honor-an-archaeological-giant-flinders-petrie/
Per chi non è del mestiere, per chi conosce l’archeologia solo grazie ai mass media, per chi, da archeologo, è impegnato a gestire solo la propria piccola torre d’avorio, antepongo qualche informazione generale sull’archeologia, in Israele e Territori occupati, così da contestualizzare quanto seguirà.2
L’archeologia è disciplina occidentale che si esercita ovunque nel mondo perché il ricco ‘Occidente’ che potremmo definire capitalista, cristiano, scientista e storicista ha deciso di scrivere lui la storia di tutti gli altri. Talvolta quasi solo la storia di periodi ricchi in paesi oggi poveri. Egitto, Vicino Oriente, Centro America e Africa solo per citarne alcuni. Ovviamente senza chiedere permesso, imponendo metodi e standard, scegliendo cosa merita attenzione e cosa ne merita meno. E se qualcuno obietta che gli archeologi nati nel Terzo mondo non mancano dovrebbe anche ammettere che, quasi sempre, essi si sono formati nel ‘primo’ da cui dipendono per titoli, fondi, possibilità di carriera e tutto quel che gli necessita. L’archeologia è, quindi, una disciplina nata coloniale che fatica spesso a riconoscere ciò come un proprio caratteristico peccato originale. Per brevità, parafraso una frase pronunciata da Guido Vannini, archeologo medievista fiorentino nel suo intervento alla tredicesima International Conference on the History and Archaeology of Jordan, ad Amman, nel 20163: l’archeologia inizierà a liberarsi del proprio retroterra culturale ‘colonialista’ quando un archeologo nato e cresciuto nel Terzo mondo potrà concretamente dirigere attività di ricerca nel primo ribaltando lo schema che, tutt’oggi, è esclusivo e prevede che siano sempre gli archeologi ‘occidentali’ ad andare in missione a casa altrui e non il contrario. Spesso anche con lo scopo di portare ‘a casa propria’ oggetti scavati altrove come nel caso della Petrie Palestinian collection che fu definita homeless collection fin quando trovò spazio all’University College of Archaeology a Londra4.
A tale considerazione generale sull’archeologia disciplina colonialista, e predatoria, si può aggiungere che tutt’oggi in Israele e territori limitrofi operano molte missioni archeologiche, ma non è questo il motivo per cui, di fronte alla gravità dei fatti di cronaca, gli archeologi si sono mossi. Vediamo come con alcuni esempi non tutti positivi.

La Petrie Palestine collection, definita negli anni Cinquanta anche homeless collection e chiusa in casse in attesa di collocazione.

«Espulsione mascherata da archeologia» in un cartello di protesta contro il controllo israeliano a Silwan (Gerusalemme Est) il 29 febbraio 2009. Fonte Ahmad Gharabli/ AFP/ Getty Images : https://nieuweinstituut.nl/en/articles/reclaiming-palestinianity
E di cosa non si deve parlare? Ad esempio di cosa stanno facendo i colleghi israeliani (e non solo!) non a Gaza, ma in Cisgiordania. Anche qui, in breve, ricordo solo un fatto. Le autorità israeliane e l’Università Bar-Ilan, sorta nell’insediamento illegale di coloni ad Ariel, avevano organizzato per il 10-13 febbraio 2025 il convegno First International Conference on Archaeology and Site Conservation of Judea and Samaria sponsorizzato dal Ministero del Patrimonio6.
Decine i partecipanti, fra cui molti europei, e addirittura una sezione dedicata all’archeologia islamica, ma l’intenzione era chiara fin dal titolo dove non si scrive Cisgiordania o West Bank ma Giudea e Samaria. Intendendo, in tal modo, le terre bibliche in cui le leggi internazionali, almeno in teoria, impediscono qualsiasi intervento di archeologia ‘coloniale’. In buona sostanza, fin dal 1907, in qualsiasi area di guerra o in territori contesi agli occupanti è, difatti, vietato gestire il patrimonio culturale come fosse il proprio. È vietato agli invasori razziare opere, distruggere siti ma anche decidere per altri come conservare i resti del passato. Non c’è oggettività scientifica che conti, se mai qualcosa di simile possa esistere, e il diritto del più forte non dovrebbe trovare applicazione in campo archeologico.

L’Università Bar Ilan informa della scoperta di un campo di battaglia riferibile a un episodio eroico ricordato dalle fonti ebraiche. https://www.biu.ac.il/en/article/584106
Forse definire la First International Conference un convegno a delinquere sarebbe eccessivo, e chissà quanti vi avevano aderito ‘ingenuamente’, anche perché l’iniziativa è saltata quando un docente di archeologia presso l’Università di Tel Aviv, Raphael Greenberg, ha scritto una lettera aperta sottolineando che quella Conferenza non avrebbe rispettato gli standard delle Convenzioni internazionali sui Territori occupati7. A ben vedere, però, siccome i convegni non uccidono, al massimo armano di argomentazioni sconnesse gli assassini, forse sarebbe stato meglio averne gli atti a riprova di comportamenti che Alfonso Stiglitz, un archeologo ben attento ai problemi medio orientali, ha ben inquadrato analizzandone il programma: “Gli interventi alla Conferenza presentano titoli asettici, apparentemente oggettivi, ma che rientrano nelle consuete attività coloniali del cosiddetto whitewash (letteralmente “sbiancamento”) che porta a cancellare la storia dei luoghi per trasformarla in una narrativa funzionale all’occupante. Samaria e Giudea sono le denominazioni di un pezzo della storia di questi luoghi, legati al regno di Israele di biblica memoria, che occupa una parte del primo millennio prima della nostra era. Utilizzarlo oggi significa da una parte cancellare la storia di quei luoghi, precedente e posteriore a quel regno, dall’altra autoproclamarsi come eredi diretti di quell’esperienza storica e, come, tali detentori del titolo di proprietà”8.

La stessa notizia sul sito dell’Armstrong Institute of Biblical Archaeology in cui si collega passato e presente (insediativo e militare): With this discovery, we have yet another find that proves the millenniums-long history of the Jews in the Promised Land and their struggle to survive and remain independent.
https://armstronginstitute.org/1396-material-evidence-of-maccabean-battlefield-unveiled
Lo stesso Alfonso Stiglitz ha dedicato alla citata Università di Ariel parole significative anche in un articolo in cui ricorda che Il World Archaeological Congress (WAC) del 25-28 giugno 2025, ha deciso «di escludere dalla partecipazione al WAC-10 gli studiosi affiliati all’Università Ariel, un’istituzione situata in un insediamento israeliano nei territori palestinesi occupati (Cisgiordania) e, pertanto, è essa stessa una istituzione illegale ai sensi del diritto internazionale». Inoltre, con riferimento agli scavi archeologici condotti nei territori occupati in violazione dei Regolamenti dell’Aja (1907), della Convenzione dell’Aja (1954) e del Secondo Protocollo (1999), la risoluzione conclude: «Il Congresso Archeologico Mondiale riafferma il suo impegno per una pratica archeologica etica, inclusiva e legalmente responsabile e si dichiara solidale con tutte le comunità il cui patrimonio culturale e i cui diritti sono minacciati dall’occupazione e dal conflitto»9 . Infine, anche la recentissima distruzione da parte israeliana della sede di Gaza dell’École biblique et archéologique française de Jérusalem è la riprova del deliberato intento di cancellare la memoria storica concedendo un solo giorno per evacuare, persone e reperti, prima di bombardare10 . A Gaza, per gli israeliani, non c’è difatti nulla da conservare, mentre in Cisgiordania, dove lavorò Glock, il patrimonio va reinterpretato. Così dal 2002, e con più forza dal 2024, Israele ha assunto il controllo di oltre 4500 siti in Cisgiordania, con i militari e i coloni, che fanno da apripista a una più generalizzata espropriazione del territorio e, ovviamente, delle memorie storiche che vi insistono11 . Nella logica di ‘ritornare dove eravamo’ e dell’appropriarsi di «una terra senza un popolo per un popolo senza terra»12 .

Uno fra i tanti siti archeologici posto nel 2025 sotto il controllo israeliano è Sebastia nei Territori occupati. La figura è tratta da un articolo di R. Rérolle su Le Monde del 19 maggio 2025, ma versioni contrastanti sull’occupazione come forma di tutela o di esproprio si trovano in molti siti israeliani e palestinesi.
Altri elementi fattuali e recenti di cui secondo alcuni non converrebbe parlare possono essere utili per comprendere, a posteriori, l’omicidio di Albert Glock e il contesto in cui maturò. Si va dal gran numero di scavi illegali con scoperte di testimonianze bibliche poi palesatesi false, al testo di due archeologi, di cui uno palestinese e anonimo per ovvie ragioni, che si chiedono, provocatoriamente, che senso abbia parlare di archeologia quando si hanno di fronte massacri e distruzioni deliberate: “Il patrimonio e l’archeologia sono davvero una priorità in questo momento? Se sì, per chi stiamo preservando il patrimonio? Per il nostro universo accademico che capitalizza sull’ennesima crisi? O per le comunità locali i cui membri sono uccisi all’interno e nelle vicinanze di questi siti storici, molti dei quali ora utilizzati come luoghi di rifugio?” Fino ad ammettere che, purtroppo, “L’archeologia ha una lunga tradizione nel separare il patrimonio storico dal suo contesto contemporaneo”13.Di ciò ho avuto la riprova, seppur in scala minore, quando, il 9 settembre 2025, ho presentato un documento di condanna del genocidio (o massacro che dire si voglia) in atto a Gaza e in Cisgiordania al X Congresso Nazionale della Società degli archeologi medievisti italiani. L’incipit era il seguente: «Se ti occupi di archeologia certamente ti sei interessato alla Palestina. Perché, prima o poi, hai letto Ceram o le grandi storie dell’archeologia; per essere rimasto a bocca aperta di fronte alle stratigrafie di Gerico neolitica; perché non lontano sorsero le grandi civiltà del mondo antico; perché quando ti leggevano la Bibbia tu pensavi a quei luoghi e, poi, quando sei diventato più grande, ti sei interessato al problema posto dal raffronto fra fonti scritte e evidenze materiali. Perché la storia dell’archeologia, e dell’antichità dell’Uomo, con tutto ciò, e con la storia della Palestina, ha molto a che fare. E se sei un medievista, ti sarai inizialmente interessato alla Palestina per le vicende cavalleresche la cui narrazione fa parte di un comune retroterra culturale; o per le Crociate che mai ebbero come scopo l’annientamento dell’altro; o perché dalla Palestina e regioni limitrofe giunsero in Europa grandi invenzioni e produzioni, dalla scrittura ai numeri, dal vetro alle maioliche. E se operi sul terreno, ben sai che ovunque in Europa si trovano tracce delle due grandi religioni monoteiste e che in molte città il “ghetto” è un quartiere che segnala passate convivenze e convenienze»14. A seguire la proposta di “sanzioni pertinenti anche all’ambito turistico e culturale perché, diversamente da altre vicende tragiche, la politica di Israele prevede la cancellazione della memoria storica non ebraica in tutta la regione” per cui chiedevo di “sospendere missioni, collaborazioni, contratti, partnership e simili con Israele”. L’assemblea dei medievisti ha approvato all’unanimità tale proposta ma il dibattito che ha preceduto tale atto è stato
interessante per due motivi: secondo taluni a occuparsi della questione dovrebbero essere solo coloro che lavorano in Israele; per altri, invece, il documento era condivisibile ma inutile e comunque ne sarebbero serviti di analoghi per ogni situazione di conflitto. Nell’occasione io risposi approfittando di una frase di Pasolini che, guarda caso, compariva a lettere cubitali e un po’ enfaticamente, su una parete dell’aula magna in cui si svolgeva il congresso: «E noi abbiamo una vera missione, in questa spaventosa miseria italiana, una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà»15.
Pasolini, ovviamente, non scriveva pensando all’archeologia e migliore di quella sarebbe stata una frase che Alfonso Stiglitz ha scritto, però, solo qualche giorno dopo e che fa giustizia di ogni perplessità di fronte a quello che dovrebbe essere sempre l’operato degli archeologi. «Perché parlare di archeologia davanti a una carneficina di vite umane? Perché l’archeologia è una delle armi dello sterminio, ne fornisce le basi ideologiche»16. In Israele e altrove. Oggi, purtroppo, più in Israele che altrove.
2. Per movente l’archeologia
Sulla base di tutto questo, la vita e la morte di un archeologo impegnato, nei Territori occupati, su tematiche che dall’archeologia biblica arrivarono all’archeologia del territorio palestinese, costituiscono un tassello di storia dell’archeologia importante e poco noto al pubblico italiano (e non solo). Un tassello che si inserisce in anni cruciali per l’evoluzione dei metodi di ricerca sul territorio (con lo stabilirsi di un rapporto proficuo fra archeologia ed etnoarcheologia e fra sistemi di fonti autonomi), ma che qui interessa soprattutto per l’uso politico dell’archeologia. Un uso che in questo caso è palese, al limite dello scandalo, ma che non deve fare dimenticare che, in generale, fare archeologia è sempre fare politica. E, spesso, non una buona politica.

La copertina dell’edizione inglese del libro di Edward Fox, Sacred Geography: A Tale of Murder and Archeology in the Holy Land, London 2002.
Il 19 gennaio 1992, l’archeologo americano Albert E. Glock, che era nato in Idaho nel 1925, venne assassinato in Palestina e, quasi certamente, ciò avvenne perché aveva scavato troppo in profondità nel passato di quel paese conteso. Oggi, quella vicenda umana e professionale merita di essere ricordata non solo come testimonianza dell’abisso in cui è precipitata una parte importante del mondo mediterraneo antico, ma per ragionare su quanto può essere stretto il legame fra ricerca archeologica e cronaca, fra studio del passato e vita reale.
Attualmente, per la ricostruzione di quell’omicidio rimasto impunito, la fonte fondamentale è il libro inchiesta di Edward Fox, Sacred Geography cui si rinvia non dimenticando però di segnalare che molte notizie, e il clima in cui quel “giallo” va inserito, sono recuperabili nelle edizioni on-line di svariati giornali dell’epoca17.

La notizia dell’uccisione di Glock (erroneamente scritto Block) in un annuario delle vittime del terrorismo (p. 117) con le differenti attribuzioni di colpa delle parti in causa (da MICKOLUS E.F., SIMMONS S., Terrorism 1992-1995. A Chronology of Events and a Selectively Annotated Bibliography, London 2007).
Proprio nelle cronache del Jerusalem Post, nelle dichiarazioni diffuse dalla radio Voice of Palestine o nel più equilibrato The Guardian abbiamo, difatti, potuto riscontrare il ruolo che all’archeologia fu attribuito da chi solitamente si occupa d’altro: di cronaca, di politica, di guerra. Sia da chi ne scrive e commenta e sia da chi opera sul terreno scavando, valorizzando o distruggendo, talvolta ammazzando.
Nato nel 1925 in Illinois, il pastore luterano Albert Glock divenne archeologo con l’intento di contribuire alla comprensione delle Sacre Scritture e a rafforzare il diritto di Israele sui territori palestinesi. Nel 1962 egli iniziò a scavare la biblica Tell Ta’nach, ma con il progredire delle ricerche si convinse che erano i palestinesi ad avere storicamente i maggiori diritti su quei territori che solo un insostenibile luogo comune presentava come terre ‘senza gente’ destinate al popolo israeliano altrimenti ‘senza patria’. Gli scavi che Glock stesso aveva condotto dimostravano che tali affermazioni non avevano alcun senso ed egli finì quindi con abbracciare la causa palestinese. Lasciato un posto prestigioso all’Albright Institute di Gerusalemme Est, si trasferì perciò all’Università palestinese di Bir Zeit, nei Territori occupati, dove organizzò il Dipartimento di archeologia.
E se l’Albright Institute, fondato nel 1870 con il nome di The American School of Oriental Research, nel proprio sito web ricorda che The history of the Albright is the history of American archaeology in the Near East, completamente differente è la storia recentissima della Birzeit University, nata nei Territori occupati a circa 30 km da Gerusalemme. Un’università ‘povera’ che fra i pochi corsi attivati nel 1978 comprendeva anche quello di Albert Glock e aveva una mission attualissima: “Questa era una delle caratteristiche della resistenza non violenta all’occupazione militare israeliana sotto forma di servizio alla comunità e di costruzione di istituzioni palestinesi indipendenti dall’esercito israeliano”18. In poche parole, resistenza non violenta all’occupazione e costruzione di istituzioni palestinesi indipendenti.
Altro non serve per capire cosa poté significare, per uno statunitense passare dall’una all’altra istituzione, da una situazione di privilegio a una di difficoltà oggettive e, forse, neppure immaginabili. E questo in un periodo ben più tranquillo, politicamente e militarmente, dell’attuale, per cui lo stesso Albright Institute, di cui Glock era stato direttore, lo supportò nell’intento di creare un’istituzione autonoma che visse poi di alti e bassi con, nel 2000, la nascita della rivista Journal of Palestinian Archaeology e fino alla crisi che nel 2003 portò alla chiusura dell’istituto di Archeologia inglobato in quello di Storia19.
Partecipe del clima di generalizzata innovazione teorica e metodologica che caratterizzava l’archeologia statunitense, in quegli anni Glock intraprese lo studio di un villaggio abbandonato dai rifugiati del 1948 e poi, fra grandi difficoltà e aggirando anch’egli il divieto posto dall’Unesco agli scavi nei Territori occupati, iniziò a indagare Tell Jenin, un villaggio rurale importante per documentare, indipendentemente dalle fonti bibliche, quale fu, per secoli, la vita quotidiana dei palestinesi. Per Glock, persona descritta come non facile e arrogante, questa era una sorta di missione e per compierla si scontrò anche con quei palestinesi che non capivano il perché indagasse un sito povero anziché le vestigia arabe più imponenti. Il suo obiettivo era, però, la costruzione di un’archeologia palestinese svincolata dalle fonti e basata su originali ricerche di campo, ma nonostante l’impegno e i sacrifici non ebbe modo di procedere troppo oltre in quella direzione. Nel pomeriggio del 19 gennaio 1992, dopo avere assistito alla Messa e avere classificato frammenti ceramici nei locali dell’Università, Glock fu difatti ucciso con tre colpi di pistola sparatigli alla schiena mentre si apprestava a bussare alla porta della casa di un’amica.
Chi poteva essere interessato a uccidere Glock? Secondo i testimoni a sparargli con un’arma israeliana fu un giovane mascherato con la kefiah palestinese e subito fuggito su un’auto con targa israeliana. Gli indizi – l’arma, la kefiah e l’auto – erano quindi fra loro contrastanti almeno quanto le successive ipotesi circa il movente. Già il giorno successivo all’omicidio il quotidiano israeliano Jerusalem Post scriveva che trattandosi di un americano Glock avrebbe da sempre dovuto ritenersi in pericolo, e che quindi un po’ se la era cercata, ma, in maniera un po’ ambigua, suggeriva che la sua uccisione poteva dipendere da contrasti accademici o da fatti personali, quali l’amicizia per una sua assistente, o dal desiderio dei palestinesi di fermare un archeologo non particolarmente interessato alle testimonianze islamiche. D’altro canto, nessuna organizzazione palestinese rivendicò l’agguato e fu invece avanzata l’ipotesi che i colpevoli fossero agenti segreti israeliani o coloni ostili a quell’archeologo che tutti in zona sapevano stare con i palestinesi. Per la radio Voice of Palestine, Glock fu addirittura ucciso perché ormai prossimo ad annunciare una scoperta che avrebbe reso insostenibili le pretese israeliane sui Territori e altri ipotizzano sia stato ucciso nel tentativo di sabotare il processo di pace allora faticosamente avviatosi.

6 gennaio 2026. Il Jerusalem Post informa dell’assalto da parte israeliana alla Birzeit University. https://www.jpost.com/israel-news/defense-news/article-882536
A oltre trent’anni dalla morte di Glock non è noto chi gli sparò alla schiena. Nel 1993, la polizia israeliana arrestò un uomo che rientrava in aereo da Chicago con 97.000 dollari in contanti. Sospettato di essere un attivista di Hamas, l’uomo fu interrogato e, a suo dire, torturato fin quando fece il nome del possibile assassino. Un palestinese ricercato invano per anni e ucciso dalla polizia durante un blitz di cui non sono noti i particolari. Il tutto senza riscontri per cui i dubbi restano anche perché quanto dichiarato dai familiari di Glock deve fare riflettere. Quel che sembra certo è, stando al loro racconto, il ritardo di ore con cui la polizia israeliana intervenne sul luogo del delitto e il poco impegno nelle indagini. Nonostante l’ucciso fosse un cittadino statunitense, non furono fatti i consueti rastrellamenti e le stesse autorità americane, FBI compresa, benché sollecitate dalla moglie, non dimostrarono interesse per il caso20 .
Quasi certamente, come andarono effettivamente le cose non si saprà mai, e neppure cercare di capire a chi poteva giovare l’uccisione di Glock aiuta a fare chiarezza, ma certo resta inquietante sapere che, pur nel disastro di una contrapposizione decennale, entrambe le parti in lotta abbiano ritenuto possibile un movente ‘archeologico’ e che Glock sia stato ucciso per il lavoro che faceva: scavare immondezzai e livelli d’abbandono, catalogare ceramiche, proporre ricostruzioni storiche.
L’archeologia negli ultimi decenni sembra avere individuato nella valorizzazione dei beni culturali il principale compito a cui volgersi, ma questo “essere nella società” non deve fare dimenticare che, volente o nolente, l’archeologia ha da sempre un altro compito di gran lunga più importante: quello di contribuire, studiando le testimonianze materiali, ad una ‘onesta’ ricostruzione storica complessiva. Una storia che inevitabilmente dipende da ciò in cui si crede e, conseguentemente, dalle idee su ciò che si pensa meritevole di essere studiato e fatto conoscere, ma che non può essere strumento di parte e, tantomeno, di oppressione. Glock, lo vedremo più avanti, di questo era certamente consapevole, così come aveva sentore dei pericoli che correva e allora, senza per questo farne un eroe, se è morto per il lavoro che faceva gli si deve riconoscere una coerenza non comune e l’essere il protagonista, sua malgrado, di una vicenda destinata a rimanere nella storia dell’archeologia.
Le foto sono fornite dall’Autore
L’immagine di apertura è tratta da American Antiquity, 59, n. 2, 1994, pp. 270-272
La seconda parte sarà on line il giorno 11 marzo 2026
Un articolo dedicato al tema e da me proposto al mensile Archeo è stato l’unico fra i miei lavori inviati dalla redazione a non essere pubblicato. Benché non si possa parlare di censura è evidente che il tema non rientra nella narrazione mainstream dell’archeologia come disciplina neutra interessata solo alla scoperta delle passate civiltà. Questo testo non pubblicato è disponibile nel sito di Academia. ↩
La bibliografia, soprattutto in lingua inglese, è sterminata ma una buona sintesi è fornita da M. Gori, The Stones of Contention: The Role of Archaeological Heritage in Israeli–Palestinian Conflict, Archaeologies: Journal of the World Archaeological Congress, 2013, vol. 9, n. 1, pp. 213-229. ↩
L’intervento, al momento ancora inedito, aveva per titolo: The Archaeological Missions: A New Cultural Approach, Beyond the Crisis. The ‘Future’ Experience of the Italian-European Archaeological Mission ‘Medieval Petra’ of the University of Florence. Per queste e altre informazioni ringrazio Elisa Pruno- ↩
Sulla vicenda B. Butler, Rehoming Flinders Petrie’s “Homeless Palestinian Collection”, Jerusalem Quarterly 90, 2022, pp. 37-57 ↩
Sulla questione, e sulle polemiche conseguenti, le risorse in rete sono numerose. Fra queste, https://www.e-a-a.org/EAA2025/EAA2025/Home.aspx. Nello specifico l’associazione AAA Archaeologist Against Apartheid aveva ottenuto che i colleghi israeliani potessero partecipare solo a titolo personale, come già per i russi, ma dopo varie proteste il board EAA ha modificato tale decisione e cercato di censurare ogni successiva discussione spaccando, di fatto, in due la stessa associazione. In sintesi, la posizione di molti archeologi italiani è riassunta in https://www.archeologi-italiani.it/2025/09/13/13-09-2025-cosa-succede-alleaa/ ↩
Tutta la vicenda è ben discussa in A. Stiglitz, 2025, Archeologia coloniale in Cisgiordania. Articolo pubblicato il 25 febbraio 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/archeologia-coloniale-in-cisgiordania/ ↩
Stiglitz, 2025, L’archeologia per la Palestina e noi (2). Articolo pubblicato il 29 giugno 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/larcheologia-per-la-palestina-e-noi-2/ ↩
La notizia in Italia è passata quasi sotto silenzio. A fare eccezione è stata Giovanna Cifoletti su Il manifesto del 11 settembre 2025; https://ilmanifesto.it/gaza-la-scuola-biblica-e-archeologica-minacciata-di-distruzione?t=anfTcG0wCmTMLMI-S9c3S ↩
Per maggiori informazioni, si veda Salah Al-Houdalieh, The Battle to Protect Archaeological Sites in the West Bank. https://www.sapiens.org/archaeology/west-bank-heritage-looting-destruction/. Il testo è discusso nel già citato A. Stiglitz, 2025, L’archeologia per la Palestina e noi (2). Articolo pubblicato il 29 giugno 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/larcheologia-per-la-palestina-e-noi-2/ ↩
A. Stiglitz, 2025, Cancellare la memoria a Gaza. Articolo pubblicato il 24 settembre 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/cancellare-la-memoria-a-gaza ↩
Stiglitz, 2025, L’archeologia per la Palestina e noi. Articolo pubblicato il 5 giugno 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/larcheologia-per-la-palestina-e-noi/. Il testo di Giorgia Andreou docente all’Università di Southampton e dell’anonimo studente di Gaza è scaricabile on line: https://www.americananthropologist.org/online-content/what-is-heritage-without-people ↩
Lettera aperta ai membri della Società degli archeologi medievisti italiani SAMI in occasione del X Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. Il testo discusso in assemblea, ridotto ed emendato, è stato poi reso pubblico con l’impegno di organizzare occasioni d’incontro e studio sul tema della ricerca archeologica in aree di conflitto. https://www.samiarcheologia.it/mozione-sami-di-condanna-del-genocidio-atto-palestina ↩
Frase tratta da Lettera a Luciano Serra, Casarsa, agosto 1943 ↩
Stiglitz, Cancellare la memoria a Gaza. Articolo pubblicato il 24 settembre 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/cancellare-la-memoria-a-gaza/ ↩
Il testo di riferimento a cui si rinvia anche per indicazioni bibliografiche specifiche è: Fox, Sacred Geography: A Tale of Murder and Archeology in the Holy Land, London 2002. L’edizione americana si intitola Palestine Twilight: The Murder of Dr Albert Glock and the Archaeology of the Holy Land, New York 2002. Per questioni più strettamente archeologiche: K. Lamie, Archaeology in Palestine: The Life and Death of Albert Glock, Nebraska Anthropologist, 2007, n. 30, pp. 113-123 ↩
https://www.birzeit.edu/en/blogs/community-and-public-health ↩
Per la storia delle università palestinesi si veda: Salah Hussein A. Al-Houdalieh, Archaeology Programs at the Palestinian Universities: Reality and Challenges, Archaeologies: Journal of the World Archaeological Congress, 2009, volume 5, n. 1, pp. 161-183. ↩
Al riguardo, oltre a quanto riportato da Edward Fox nel libro citato, si veda la nota editoriale anonima che introduce all’articolo, pubblicato postumo, di Glock dal titolo Archaeology as cultural survival: the future of the palestinian past, Journal of Palestine Studies, XXIII, no. 3 (Spring 1994), pp. 70-84. ↩






