di Sandro Moiso

debito 1Paolo Ferrero, La truffa del debito pubblico, DeriveApprodi 2014, pp.156, € 12,00

E’ un libro concreto quello di Paolo Ferrero. Un libro di fatti, dati, cifre. Almeno per l’80% del suo contenuto.
Un testo dove, sinteticamente ed efficacemente, si ripercorrono le tappe del disastro del debito pubblico italiano dai primi anni ottanta ad oggi.
Un testo in cui il punto fermo è dato dalla manovra di trasferimento di una quota importante di ricchezza sociale prodotta dai servizi sociali, e quindi dalle tasche dei lavoratori e della maggioranza dei cittadini, alle banche ed alla finanza. Italiana e straniera.

Un percorso segnato da una serie di rapine e truffe ai danni dei lavoratori che sono sempre state segnate dalla scusa della necessità e che hanno abituato, nell’arco di trent’anni, le vecchie e le nuove generazioni a ragionare in termini di debito, spread, necessità. In termini di colpa e di spreco.
Favorendo l’abbandono di qualsiasi capacità critica generale al modo di produzione capitalistico, di qualsiasi visione olistica della società moderna. Dove il particulare di Guicciardini trionfa ancora sul generale di Machiavelli. O, se preferite, di Marx.

Un percorso che inizia nel 1981 con il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, voluto dall’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e controfirmato dall’allora Governatore dell’Istituto Carlo Azeglio Ciampi. Manovra che liberava l’Istituto dal precedente obbligo di acquistare i titoli del tesoro, emessi con un tasso di interesse stabilito dallo Stato ed inferiore al tasso di inflazione, rimasti eventualmente invenduti e lasciava quindi i titoli “liberi” di fluttuare nel mercato finanziario. Liberi perciò di vedere crescere il tasso di interesse pagato dallo stato sugli stessi per favorire gli appetiti della speculazione finanziaria.

Questa è, forse, la prima chiave di lettura per comprendere la travolgente crescita del debito pubblico italiano che, pur vedendo sempre in attivo il bilancio tra PIL e spesa ordinaria per i servizi forniti dallo Stato, ha visto questo crescere dal 58,9% nel suo rapporto col PIL nel 1982 al 110,2% del 1994 e poi ancora al 133,8% previsto per il 2014-2015 (forse fin troppo ottimisticamente avendo già raggiunto il 132,7% nel 2013).

Dal 1981 dunque lo Stato italiano si “costringe” ad andare dagli usurai per finanziare il proprio debito che, detto soltanto di passaggio, avrebbe successivamente mediamente rappresentato un costo molto inferiore ed una percentuale molto inferiore del PIl se non fosse stato costantemente e mostruosamente accresciuto dall’aumento degli interessi pagati sui titoli.

Su una scala temporale più ampia, riportata con una tabella a pagina 17 del testo, si può anche notare come il rapporto tra debito pubblico e PIL italiano passi dal 38% circa del 1960 al 120% del 1992. Con un passaggio al 60% circa alla fine degli anni settanta (dovuto evidentemente alle conquiste sociali ottenute dal ciclo di lotta degli anni sessanta e settanta) per poi raddoppiare a partire proprio dal 1981 a seguito della “libera” fluttuazione dei titoli sul mercato dei capitali.

Anche se tra il 1994 e il 2008 il debito è tornato a decrescere fino al 100%, dal 2008, anno della crisi, è tornato a crescere fino ai dati attuali nonostante l’opera costante di tagli della spesa (scuola, sanità, pensioni) messa in atto almeno fin dalla riforma Dini del 1995. E proprio su questo ritorno della crescita del debito si è giunti in Parlamento, nel 2011, all’approvazione dell’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione con il parere favorevole di tutti, ripeto tutti, i partiti dell’arco costituzionale con 464 parlamentari favorevoli e 11 astenuti su 475 (nessun contrario naturalmente).

Ma tornando alla prima chiave di lettura, si può vedere, come afferma lo stesso Ferrero, che: “il debito pubblico ha cominciato a crescere su se stesso, a gonfiarsi per il solo fatto di pagare tassi di interesse da usura” (pag. 22). Proprio perché, non determinandone più il prezzo, lo Stato si obbligava a pagare un interesse alto determinato dall’avidità dei calcoli dei partecipanti all’asta. Così quell’aumento dello spread, quel differenziale di interesse tra i titoli italiani e tedeschi con cui si aprono e chiudono tutti i notiziari televisivi, che ha abituato i cittadini e i lavoratori a vedere nelle spese a loro favore una colpa, una sorta di vero e proprio peccato originale è, in realtà, frutto di una strategia ben pianificata di rapina ai danni degli stessi e di progressivo abbassamento del costo del lavoro (anche differito).

Truffa che, come dice ancora Ferrero: “cominciata con la lira, è continuata con l’euro e la Bce” (pag. 33). Ma che non ha costituito l’unico fattore di impoverimento dei lavoratori a vantaggio del capitale finanziario e degli imprenditori. Infatti il 10 luglio 1992 il governo Amato diede vita ad una manovra correttiva da 30.000 miliardi di vecchie lire (poco meno di 15 miliardi di euro attuali). In un clima tesissimo, in cui alla fortissima speculazione finanziaria in atto si era aggiunto, il 19 luglio, l’attentato di via D’Amelio a Palermo (per caso vi ricorda qualcosa?), il governo abolì la scala mobile, che fino a quel punto aveva garantito ai lavoratori l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita. Con un’intesa firmata con i tre sindacati confederali, Cgil , Cisl e Uil La sera del 31 luglio.

Non bastava: “il 13 settembre Amato svalutò la lira del 20-25%. Non essendoci più la scala mobile la svalutazione si scaricò interamente sugli stipendi dei lavoratori, riducendo progressivamente il potere d’acquisto dei salari. Nell’autunno poi […] Amato inaugurò la serie delle finanziarie (così si chiamava allora la legge di stabilità) «lacrime e sangue». Venne così varata la manovra da 93.000 miliardi di lire, pari al 5,8% del PIL, la più importante correzione dei conti mai realizzata fino ad allora (43.500 miliardi di tagli, 42.500 di nuove entrate , 7000 di dismissioni) […] Il costo della svalutazione venne quindi pagato dai lavoratori in termini di riduzione del salario reale, mentre i vantaggi dati dalla svalutazione alle esportazioni finirono totalmente in tasca ai padroni, che aumentarono significativamente i margini di profitto” (pag.39)

Non a caso Ferrero, come il sottoscritto, non è affatto convinto che l’uscita dall’euro, così come indicato da 5 Stelle, Lega e anche qualche area dell’antagonismo sociale, potrebbe contribuire a risollevare le condizioni dei lavoratori e dei cittadini italiani. Anzi, proprio questa proposta dimostra come ormai anche l’opposizione sia di fatto “programmata” ovvero coerente con la mentalità imperante basata sull’accettazione dello spread e della riduzione della spesa sociale come punto di non ritorno (in cui voci come capitale, saggio di profitto, lotta di classe, crisi capitalistica, plusvalore e sfruttamento sono ormai messe all’indice). Infatti chi oggi si sforza di dimostrare che per gli Italiani l’Euro è una moneta straniera, dovrebbe avere l’onestà di ricordare, come fa lo stesso Ferrero, che a partire dal 1981 “già la lira era una moneta straniera” per i lavoratori.

Ma la marcia non si arresta qui.
Nell’anno successivo, il 1993, il 23 luglio, il sindacato firmò l’accordo sulla concertazione che inchiodava le richieste salariali all’inflazione programmata, che era sempre più bassa di quella reale. In questo si stabilì che l’abbassamento salariale ottenuto nel 1992 non sarebbe più stato recuperato e sarebbe proseguito negli anni. Nel ’94, infine, il ministro del primo governo Berlusconi, Lamberto Dini formulò una controriforma delle pensioni che scatenò un’ondata di contestazioni e contribuì alla caduta del governo. L’anno successivo però, con il pieno appoggio dell’allora Partito Democratico, Dini divenne premier e scodellò la sua zuppa: introdusse il sistema contributivo nel calcolo delle pensioni e pose le condizioni per costruire un sistema basato su pensioni da fame per tutti coloro che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi pensionistici” (pag. 41). Agganciandolo, lo ricordo qui per gli effetti che potrebbe avere nei prossimi anni in un trend di PIL negativo, alla crescita del prodotto nazionale lordo per l’eventuale rivalutazione dell’importo percepito.

Tra stangata di Amato e «riforma delle pensioni» di Dini, avvenne una pesantissima riduzione della spesa sociale e quindi della spesa pubblica: il bilancio dello Stato consolidò l’avanzo primario e il deficit continuò a prodursi ogni anno, unicamente a causa degli interssi usurai pagati dallo Stato agli speculatori […] La morale della fiaba è quindi la seguente: nel 1981 il governo italiano decide di far esplodere il Debito pubblico trasferendo risorse alla speculazione nazionale e internazionale. Questo produce due effetti: uno economico e uno politico.
Quello economico è che gli alti tassi di interesse arricchiscono i ricchi, gli speculatori e le grandi aziende che, in quegli anni, guadagnavano di più dagli investimenti in Bot che dalle attività industriali propriamente dette […] Quello politico è che il gonfiarsi del debito pubblico diventa il principale strumento utilizzato dai governi per giustificare la necessità del taglio della spesa pubblica
” (pp. 41-44).

E’ chiaro che tutto ciò che è avvenuto poi dall’esplodere della crisi nel 2008 non è altro che la conseguenza, economica (riduzione dei consumi) e politica (accelerazione dei processi autoritari di controllo della spesa e delle leggi fondamentali) di ciò che fin da allora era stato impostato. Compresa la crescita illusoria di quell’italietta del popolo dei Bot che ha visto in Berlusconi la sua vera rappresentazione politica, ma che non teneva conto che la maggior parte dei profitti della speculazione sui titoli non finiva nelle tasche dei piccoli e piccolissimi risparmiatori ma in quelle delle mafie finanziarie, politiche, imprenditoriali e criminali. Non a caso furono quelli gli anni in cui ogni tanto qualche imprenditore del Nord veniva arrestato mentre cercava di abbreviare i tempi del ciclo di rotazione del capitale attraverso il finanziamento del traffico di droga.

Ferrero sottolinea bene tutto ciò e si spinge anche oltre, fino ai pericoli per le democrazie e le condizioni dei lavoratori rappresentato dalla possibile e ormai prossima firma del TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership), un accordo destinato alla costruzione di un mercato unico per merci, investimenti e servizi tra Europa e Nord America. Con aspetti molto simili al NAFTA (North American Free Trade Agreement) e le cui conseguenze sul piano internazionale sono ormai ben anticipate dall’attuale scontro politico, economico e militare per e sull’Ucraina.

Un libro concreto come si diceva all’inizio, lontano dalle fumisterie ideologiche nella lettura della crisi e delle sue origini ed è proprio per questo che lascia perplessi, molto, quel 20% che prima ho lasciato in disparte e che tratta delle possibili ricette per affrontarla.

Cita Seneca in apertura, e non solo, l’autore: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. E’ vero e dovrebbe essere un assunto fondamentale per chiunque oggi voglia ancora cimentarsi con i problemi posti dalla crisi del capitalismo, dalla lotta di classe e dagli strumenti per uscire verso una società finalmente affrancata dalla schiavitù salariale.
Ma qui entra anche in gioco il fatto che Paolo Ferrero si trovi ad essere l’attuale segretario di Rifondazione Comunista e che, pertanto, non sappia rinunciare agli schemi parlamentari e riformistici in cui si è formato ed è cresciuto.

Tornare a suggerire la possibilità di cambiare i trattati europei o la ripresa di una spesa statale di tipo keynesiano dimentica, infatti, due fattori di non poco conto.
Il primo, e meno importante, è che la spesa keynesiana ha continuato ad esserci, solo che si è indirizzata verso una specie di keynesismo alla rovescia indirizzato alle attività bancarie, come ben dimostra Vincenzo Ruggiero in un suo recente testo,1 poiché compito del keynesismo non è mai stato quello di migliorare le condizioni dei lavoratori ma solamente quello di mantenere in vita il capitale nei momenti di sua maggiore difficoltà.

Il secondo fattore è di ordine storico e politico e dimostra, come il pensiero rivoluzionario ha sempre sostenuto, la fallacità delle ipotesi riformistiche e sindacaliste nella conduzione della lotta di classe sul lungo periodo. Basta guardare alle date riportate fedelmente da Ferrero: l’offensiva sferrata dal capitale contro il lavoro, sotto forma di politiche neo-liberiste (reganiane, tatceriane o semplicemente italiane che si vogliano) inizia proprio all’apice di quel ciclo rivendicativo di lotte che avevano caratterizzato gli anni sessanta e settanta. Ma anche nel momento in cui gli effetti della caduta tendenziale del saggio di profitto, della crisi petrolifera e del ciclo vittorioso delle lotte anti-coloniali (dal Vietnam all’Africa) cominciavano a far sentire pesantemente i loro effetti sulle tasche degli imprenditori e dei finanzieri.

Se fino a qualche anno prima gli operai avevano potuto inneggiare alla lotta di classe e all’internazionalismo pur riportando a casa vittorie salariali e di garanzia di spesa in servizi da parte dello Stato che avevano la loro origine anche nei sovra-profitti realizzati nello sfruttamento del Terzo Mondo, dopo il 1975 non sarebbe più stato così.
Non si può spingere indietro l’orologio della storia, non si può tornare a quell’epoca e la cronaca di ogni giorno ce lo ricorda con dovizia di mezzi.

La grande imprenditoria italiana, come ben dimostrano i casi della FIAT o della Indesit, ha di fatto scelto di mollare gli ormeggi ovvero di non investire più in Italia (né altrove) nel settore industriale. Si è scoperta “finanziaria”, sperando così di aumentare i propri profitti attraverso i giochi spericolati sul mercato azionario e finanziario suggeriti dalla maggiori banche. Con i risultati disastrosi che possiamo ben vedere nelle cronache economiche di ogni giorno.

Un’imprenditoria che ha dimenticato anche la lezione liberale di Adam Smith che sosteneva che è soltanto il lavoro a creare la ricchezza (idea da cui Marx trasse il suo rovesciamento teorico e politico dei meccanismi dell’accumulazione e dello sfruttamento capitalistico) e che si è convinta che sia la speculazione selvaggia sui titoli a creare ciò di cui avrebbe più bisogno: plusvalore, ricchezza reale.
Poiché il film “Prendi i soldi e scappa” era già stato realizzato da Woody Allen, a partire dagli anni ottanta la “grande” borghesia italiana ha messo in scena la commedia “Disinvesti, svendi e scappa” ed è facile credere che non abbia alcuna intenzione di tornare sui propri passi, così come sembrano implorare i sindacati confederali e tutta la sinistra istituzionalista.

Il capitale occidentale ruba ai suoi cittadini per due motivi precisi: mantenere i propri profitti e ridurre i costi del lavoro a livelli cinesi, indiani, turchi o peggio. Si potrebbe dire, parafrasando lo stesso Ferrero: ”E’ la concorrenza bellezza!”. Ma la risposta non può essere costituita dal rimpianto di ciò che è stato e non sarà più. Piuttosto il movimento di classe, riprendendo la sua autonomia dovrà approfittare delle nuove condizioni venutesi a creare.

Sì, perché, alla faccia delle sparate dell’attuale presidente del consiglio e del suo ministro del lavoro, la vera contraddizione del modo di produzione capitalistico è stata, è e sarà sempre quella tra capitale e lavoro. E quella contraddizione è diventata oggi, in Europa, insanabile.
Quindi, se da un lato occorrerà ritornare all’analisi della crisi e delle ristrutturazioni sociali ed economiche come risultato della caduta tendenziale del saggio di profitto, insita come un baco divoratore nel modo di produzione capitalistico, dall’altro occorrerà aver ben chiaro che nel momento stesso in cui il capitale oltre a trovar dei limiti nelle sue stesse leggi li trova anche nei suoi confini e nei parlamenti nazionali o, ancora negli stessi partiti istituzionali, non dovrà essere il movimento antagonista o la lotta di classe a rivendicare, come alla fine sembra fare lo stesso Ferrero, un ennesimo ritorno al passato.

La sola azione parlamentare, non accompagnata dalla lotta di classe, ha dimostrato la sua inutilità per i lavoratori; le nazioni li hanno oppressi e traditi mettendoli gli uni contro gli altri e l’Europa unita non si è rivelata quella un tempo auspicata da Altiero Spinelli o dallo stesso Lev Trotskij.2 Rivendicarli ancora come strumenti potrebbe rivelarsi anti-storico, riducendo il ciclo delle lotte di classe ad una sorta di gioco dell’oca in cui i movimenti continuano andare avanti e indietro tra le stesse caselle.

Partiti riformisti e sindacati confederali (tutti!) hanno contribuito a rafforzare più che a combattere il capitalismo. Consociativismo e concertazione hanno ingabbiato i lavoratori per decenni, riportandoli alle attuali condizioni ottocentesche di lavoro e sfruttamento. Ancora una volta viene alla mente Leopardi. “Qui mira e qui ti specchia / secol superbo e sciocco, / che il calle insino allora / dal risorto pensier segnato innanti / abbandonasti, e volti addietro i passi, / del ritornar ti vanti, / e procedere il chiami”.3

Ma qui occorre che mi fermi per non trascendere i limiti della recensione, limitandomi a ribadire che il testo risulta essere, comunque, una lettura stimolante e utile per la riflessione politica attuale, anche in contraddizione con le tesi finali esposte dall’autore.


  1. Vincenzo Ruggiero, I crimini dell’economia, Feltrinelli 2013, pp. 252, euro 20,00  

  2. vedasi “Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa” in L.D. Trockij, Europa e America, Celuc Libri, Milano 1980  

  3. Giacomo Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto, vv. 52-58