di Walter Catalano

LeonardCohen2Nel 1974 esce New Skin for the Old Ceremony, in copertina un’immagine alchemica  tratta dal “Rosarium philosophorum sive pretiosissimum donum Dei”  del 1550, che mostra l’unione sessuale fra gli spiriti dello Zolfo e del Mercurio (in Italia fu censurata coprendo i genitali con l’aggiunta di un’aluccia in più), anche in questa raccolta ci sono canzoni che entreranno nel repertorio obbligatorio del cantautore: Chelsea Hotel #2, in cui si rievoca, in un’impareggiabile mistura di sentimentalismo e di cinismo, il rapido love affair con Janis Joplin (“Ti ricordo molto bene al Chelsea Hotel: parlavi in modo così coraggioso e così dolce. Facendomi un pompino sul letto disfatto, mentre le limousines aspettavano in strada. Quelle erano le ragioni e quella era New York: correvamo alla ricerca del denaro e della carne e questo era chiamato amore dai lavoratori della canzone e probabilmente lo è ancora, da chi di loro è rimasto. Oh, ma tu sei andata via, non è vero, bambina ? Hai solo voltato le spalle alla folla. Te ne sei andata, e mai una volta ti ho sentito dire: ti amo, non ti amo, ti amo, non ti amo e tutte quelle solite stronzate. Ti ricordo molto bene al Chelsea Hotel: eri famosa, il tuo cuore era leggenda. Mi ripetesti che preferivi gli uomini belli ma che per me avresti fatto un’eccezione. E stringendo il pugno per quelli come noi che sono oppressi dalle immagini della bellezza, ti rifacesti il trucco, poi dicesti – Bèh chi se ne frega, siamo brutti ma abbiamo la musica ! E poi te ne sei andata, non è vero, bambina ? Hai solo gettato via tutto quanto. Te ne sei andata, e mai una volta ti ho sentita dire: ti amo, non ti amo, ti amo, non ti amo e tutte quelle solite stronzate. Non voglio dare ad intendere di averti amato alla follia: non posso serbare il segno per ogni uccellino caduto. Ti ricordo molto bene al Chelsea Hotel: questo è tutto. E non ti penso poi tanto spesso”); Who By Fire, riflessione sulla morte ispirata al“Unetaneh Tokef”, canto liturgico dello Yom Kippur (“Chi per fuoco. Chi per acqua. Chi nel sole.  Chi di notte. Chi per severo travaglio. Chi per comune processo. Chi nel tuo così allegro mese di maggio. Chi per lentissima rovina. E chi, dirò, sta chiamando ? Chi nel suo solitario scivolone. Chi per barbiturici. Chi in questi regni d’amore. Chi per qualcosa di spuntato. Chi per valanga. Chi per polvere da sparo. Chi per sua cupidigia. Chi per sua fame. E chi, dirò, sta chiamando ? Chi per coraggiosa affermazione. Chi per incidente. Chi in solitudine. Chi in questo specchio. Chi per volere della sua donna. Chi di sua propria mano. Chi in catene mortali. Chi nel potere. E chi, dirò, sta chiamando ?”); in A Singer Must Die si fanno invece  i conti con le proprie contraddizioni di rampollo dell’alta borghesia divenuto divo della canzone (“Ora la corte è silenziosa ma chi confesserà. E’ vero che ci hai traditi ? La risposta è sì. Allora leggimi la lista dei miei crimini: chiederò la grazia che tu avrai il piacere di negarmi. Poi tutte le signore si arrapano e il giudice non ha scelta: un cantante deve morire per la menzogna nella sua voce. E vi ringrazio, vi ringrazio, per aver fatto il vostro dovere, tutori della verità, guardiani della bellezza, la vostra visione è quella giusta, la mia quella sbagliata, mi dispiace di avere insozzato l’aria con il mio canto”… “ho così paura che perfino ti ascolto. I tuoi protettori con gli occhiali da sole lo faranno al posto tuo: è il loro modo di trattenere, il loro modo di svergognare, a ginocchiate nelle palle e a cazzotti in faccia. E allora “Viva lo stato ! Da chiunque sia retto ! Signore, non ho visto niente, stavo solo tornando a casa tardi !”): qualche anno dopo Leonard aggiungerà un verso significativo a questa canzone: “Serbatemi un posto nella fossa comune, insieme a coloro che hanno ricevuto denaro in cambio del piacere che hanno dato, con quelli sempre pronti, con quelli che si toglievano i vestiti, così almeno potrò appoggiare la testa sul petto di qualcuno” , sembra la trasposizione poetica della fulminante risposta data ad una intervistatrice in quegli anni: – “Signor Cohen, lei si considera più un musicista o un poeta ?” – “Mi considero una puttana. Una brava”.

Chiudono il disco alcune canzoni, oggi quasi dimenticate e raramente riproposte nei concerti, ma molto intense e che hanno per tema l’amore non corrisposto (Leonard confessò di averle scritte per Nico, l’allora ancora bellissima ex cantante dei Velvet Underground, che lo aveva sempre ammirato come artista ma del tutto ignorato come uomo), una è la rilettura del classico Greenleaves, divenuto Leaving Green Sleeves (non foglie verdi ma verdi custodie interne degli LP in vinile…) e soprattuttola splendidamente disperata Take This Longing ( “…Il tuo corpo come una torcia elettrica a rivelare la mia miseria, vorrei mettere alla prova la tua carità finché non griderai “Ora devi provare la mia cupidigia”. Ed ogni cosa dipende da quanto vicina mi dormi. Prendi questo desiderio dalla mia lingua con tutte le cose solitarie che le mie mani hanno fatto. Lasciami vedere la tua bellezza sfiorita come faresti per uno che ami. Affamato come un’arcata attraverso cui sia sfilato l’esercito, sto in rovina dietro di te, coi tuoi abiti invernali, le cinghie spezzate dei tuoi sandali. Mi piacerebbe vederti nuda là sopra, specialmente da dietro. Prendi questo desiderio dalla mia lingua con tutte le inutili cose che le mie mani hanno fatto, slaccia per me il tuo vestito blu in affitto, come faresti per uno che ami. Resti fedele all’uomo migliore, ma temo che se ne sia andato. Così lascia che giudichi la tua storia d’amore in questa stessa sala in cui ho condannato a morte la mia. Potrei perfino indossare queste vecchie foglie d’alloro che lui si è scosso via dalla testa. Ma prendi questo desiderio dalla mia lingua, con tutte le inutili cose che le mie mani hanno fatto, lasciami vedere la tua bellezza sfiorita, come faresti per uno che ami. Come faresti per uno che ami”).

Dopo una pausa ecco nel 1977 Death of a Ladies’ Man, disco realizzato in collaborazione con Phil Spector e uscito in contemporanea con una quasi omonima raccolta di poesie Death of a Lady’s Man, dedicata alla fine del suo rapporto con la moglie Suzanne Elrod (che appare accanto a lui sulla copertina dell’album). Il disco è uno shock per gli ammiratori: il famigerato wall of sound di Spector stravolge completamente l’abituale compostezza degli arrangiamenti coheniani, la voce già esile del cantautore è schiacciata sotto un impasto orchestrale sinfonico quasi wagneriano. Cohen vorrebbe sconfessare l’opera dato che Spector gli ha sottratto i master pubblicando il disco senza la sua approvazione finale: ma Spector è un tipo imprevedibile, si presenta da lui strafatto e accompagnato dai suoi gorilla e gli punta addosso una 44 magnum: – “I love you, Lenny” – gli dice. -“ I hope you do, Phil” – risponde Cohen.

Il disco è gradevole ma decisamente sotto i livelli abituali: spiccano per originalità l’insolitamente scanzonato doo-wop Memories, dove in un contesto macho anni ’50, è in realtà – come sempre in Cohen – la donna ad avere l’ultima parola (“Frankie Lane cantava Jezebel, e io mi sono appuntato al bavero una croce di ferro e sono andato dalla ragazza più alta e più bionda e le ho detto ‘Senti, ancora non mi conosci ma molto presto lo farai, quindi per piacere, potresti lasciarmi vedere il tuo corpo nudo ?’ -‘Fammi ballare fino all’angolo più buio della sala, ci sta che ti faccia fare un sacco di cose, so che sei arrapato, ti si sente nella voce, e ci sono molte parti di me che puoi toccare, basta scegliere, però no, non puoi vedere il mio corpo nudo’. Così danziamo stretti e l’orchestra suona Stardust, palloncini e stelle filanti ci fluttuano intorno. Lei dice ‘Ti resta un minuto per innamorarti”. In momenti solenni come questo ci ho messo sempre tutta la mia fiducia e la mia fede per immaginarmi il suo corpo nudo”); la semi pornografica Don’t Go Home with Your Hard-On, con lo sgangherato coretto di Leonard Cohen, Allen Ginsberg e Bob Dylan che ripetono “Non tornare a casa con un’erezione, ti farà solo diventare matto…”; o la voyeuristica Paper Thin Hotel in cui il protagonista sente attraverso la parete di una stanza di albergo l’orgasmo che la sua compagna sta raggiungendo con un altro uomo (“me ne stavo lì, con l’orecchio contro il muro ma non sono stato colto affatto dalla gelosia, anzi un grave peso mi si è come sollevato dall’anima, ho sentito che l’amore era al di là del mio controllo…”).

Con questo disco inizia una parabola discendente  nella carriera dello chansonnier canadese: è scoppiato il fenomeno punk e chitarre acustiche, malinconie amorose e travagli esistenziali non pagano più. Leonard resta fedele a sé stesso ma riduce ulteriormente il ritmo già rilassato della sua produzione: perfezionista e incontentabile, da sempre afflitto da depressione cronica, si chiude nel suo mondo e tace lasciando anche cinque anni di intervallo fra un’uscita e l’altra.  Questo non giova alla sua reputazione musicale che regge ancora in Europa, ma crolla nell’America degli anni ‘80. Due soli dischi in questo periodo: Recent Songs nel 1979 e  Various Positions nel 1984. Il primo, dedicato alla madre morta da poco, recupera in omaggio alla nativa tradizione musicale yiddish di lei, il kletzmer, con ampio uso del violino e tematiche fortemente mistiche ispirate alla Cabala come The Window (…“deponi la rosa sul fuoco, il fuoco si arrende al sole, il sole abbandona il suo splendore nelle braccia del Santissimo, il Santissimo sogna una lettera e sogna la morte di una lettera. Sia benedetto il continuo balbettio del Verbo che si fa carne. O amore prescelto, o amore gelato, o groviglio di materia e spirito, o caro agli angeli, ai demoni e ai santi e all’intera moltitudine dal cuore spezzato: rendi gentile quest’anima”); o alla poesia sufi persiana come The Guests (“Uno ad uno arrivano gli ospiti , gli ospiti vengono avanti, molti hanno il cuore aperto, pochi hanno il cuore spezzato. E nessuno sa dove vada la notte, nessuno sa perché scorra il vino. “Oh amore, ti voglio, ti voglio adesso”….E tutti vagano per questa casa, in solitaria segretezza, dicendo “Rivelati !” o “Perché mi hai abbandonato ?”… E quelli che danzano iniziano a danzare e quelli che piangono iniziano. E quelli che appassionatamente si perdono, si perdono e si perdono ancora. Uno ad uno arrivano gli ospiti, gli ospiti vengono avanti, molti hanno il cuore spezzato, pochi hanno il cuore aperto”).

Il secondo nel 1984 viene addirittura boicottato dall’etichetta discografica per la quale Leonard incideva, che si rifiuta di distribuirlo negli USA reputandolo del tutto privo di mercato: un insulto ricevuto da ben pochi altri artisti. Da notare che l’album tanto bistrattato conteneva molti dei futuri pezzi forti come gli oggi fin troppo abusati Hallelujah, Dance Me To the End of Love, If It Be Your Will. Soprattutto Hallelujah, nonostante le infinite cover, la sovraesposizione mediatica e una certa melensaggine di ritorno, resta una gran bella canzone sia nel testo della prima stesura (“Si dice ci fosse un accordo segreto che David suonava e che piaceva al Signore. Ma a te non interessa molto la musica, vero ? Funziona così: c’è la quarta, c’è la quinta; la minore cala, la maggiore sale. Il tormentato re ha composto l’Hallelujah… Dici che ho nominato il Nome in vano, ma non lo so nemmeno il Nome, e se anche l’ho fatto, davvero, cosa cambia ? C’è un’aura di luce in ogni parola e non importa quale tu abbia sentito, se l’Hallelujah santo o quello mancato. Ho fatto del mio meglio, non era gran cosa. Non riuscivo a comprendere, così ho provato a toccare. Ho detto la verità, non sono arrivato fin qui per imbrogliarti. E anche se tutto è finito male, mi presenterò di fronte al Signore della Canzone con nient’altro sulla mia lingua che un Hallelujah”), che in quello riscritto delle versioni live (“Bambina, ci sono già stato qui, conosco questa stanza, ho già calcato questo pavimento, ero abituato a stare solo prima di conoscerti. Ora il tuo vessillo sventola sull’arco di marmo, ma l’amore non è una marcia trionfale, è solo un freddo e incerto Hallelujah. C’era un tempo in cui mi lasciavi conoscere, quello che davvero ti agitava nel profondo, ma ora non non me lo mostri mai, vero ? Mi ricordo quando mi muovevo dentro di te e lo Spirito Santo si muoveva con noi e ogni nostro respiro era un Hallelujah. Forse c’è un dio sopra di noi, ma per quel che mi riguarda, l’unica cosa che credo di aver imparato dall’amore, è come sparare a qualcuno prima che lo faccia lui. Ma non sentirai rimostranze stanotte, né il riso di chi afferma di aver visto la luce, no,  solo un freddo e solitario Hallelujah”).

E’ finalmente con il disco “I’m Your Man” (1988) che Cohen ritrova il suo pubblico e riconquista una certa notorietà, gli arrangiamenti tornano a stravolgere – senza arrivare agli impatti orchestrali di Spector – l’abituale frugalità coheniana e si respira un generale rinnovamento: entrano di forza le campionature elettroniche e i ritmi percussivi, la voce del cantante smette di modulare trasformandosi in un crooning e si abbassa di almeno tre toni; quasi a segnare la radicalità della svolta, Leonard non tocca in tutto l’album nemmeno una chitarra e si limita al canto, strimpellando in un paio di pezzi una tastiera elettronica. Molti i brani storici che restano a tutt’oggi in prima linea nei concerti dal vivo: predomina il registro dell’ironia e del sarcasmo, dal parodistico synthpop  di First We Take Manhattan (“Mi hanno condannato a vent’anni di noia per aver cercato di cambiare il sistema dall’interno, ma sto tornando adesso, torno a ricompensarli: prima prenderemo Manhattan, poi prenderemo Berlino. Sono guidato da un segno nei cieli, sono guidato da un marchio sulla mia pelle, sono guidato dalla bellezza delle nostre armi: prima prenderemo Manhattan, poi prenderemo Berlino”); alla resa incondizionata di fronte al fascinoso potere femminile di I’m Your Man (“Se vuoi un amante, farò qualunque cosa mi chiedi; se è un altro genere di amore che vuoi, mi metterò una maschera per te; se vuoi un compagno, prendimi per mano, se invece mi vuoi  frustare piena di rabbia: eccomi qui, sono il tuo uomo. Se vuoi un pugile, salirò sul ring per te; se vuoi un dottore esaminerò ogni millimetro di te; se vuoi un autista, salta su; o se vuoi invece essere tu a darmi un passaggio, sai che puoi: sono il tuo uomo. E se vuoi riposare un attimo lungo la strada, ti reggerò il volante; e se vuoi battere le strade da sola, scomparirò per te; se vuoi un padre per i tuoi figli o solo farti una passeggiatina sulla spiaggia insieme a me: sono il tuo uomo.”); dall’appassionato omaggio a Garcia Lorca di Take This Waltz, libera traduzione del Pequeño vals Vienés; alla sorniona strizzata d’occhio sulla vecchiaia di Tower of Song (“Tutti i miei amici sono morti e i miei capelli sono grigi, soffro nei luoghi dove un tempo suonavo[verso a doppio senso, si può intendere anche: “mi fanno male quei posti con cui prima giocavo”], e vado pazzo per l’amore ma non mi concedo, pago l’affitto ogni giorno nella Torre della canzone. Ho chiesto ad Hank Williams: ‘Quanto soli ci si sente?’ – Hank Williams non mi ha ancora risposto: ma lo sento tossire per tutta la notte, un centinaio di piani sopra di me, nella Torre della canzone. Sono nato così, non avevo scelta, sono nato con il dono di una voce d’oro e ventisette angeli del Grande Aldilà, mi hanno legato a questo tavolo, qui nella Torre della canzone. Così pianta pure i tuoi spilli in quella bamboletta vudù, mi dispiace molto, bambina, non mi assomiglia per niente. Mi affaccio alla finestra dove la luce è più forte, tanto non permettono che una donna ti uccida, non nella Torre della canzone. Dici che mi sono fatto amaro, ma di questo puoi stare sicura: i ricchi hanno i loro canali nelle camere da letto dei poveri e  il grande giudizio sta arrivando, ma potrei anche sbagliarmi, sono strane voci che girano nella Torre della canzone”); amaro disincanto e cinica ironia anche in Everybody Knows (“Tutti sanno che i dadi sono truccati, tutti lanciano con le dita incrociate, tutti sanno che la guerra è finita, tutti sanno che i buoni hanno perso, tutti sanno che l’esito era stabilito: che il povero restasse povero e il ricco diventasse più ricco. Così vanno le cose. Tutti lo sanno. Tutti sanno che la barca fa acqua, tutti sanno che il capitano ha mentito, tutti hanno quella sensazione dolorosa come gli fosse appena morto il babbo o il cane, tutti parlano alle loro tasche e tutti vogliono una scatola di cioccolatini o una rosa dal gambo lungo. Tutti lo sanno. Tutti sanno che mi ami bambina, tutti sanno che è la pura verità, tutti sanno che mi sei stata fedele, notte più, notte meno; tutti sanno che sei stata discreta, ma erano così tante le persone che dovevi incontrare senza vestiti. Tutti lo sanno. E tutti sanno che è ora o mai più, tutti sanno che è te o me, e tutti sanno che vivi per sempre quando hai scritto un verso o due, tutti sanno che l’affare era una fregatura: il vecchio negro Joe raccoglie ancora il cotone per i tuoi nastri e i tuoi fiocchi. Tutti lo sanno. E tutti sanno che la peste infuria, tutti sanno che si muove rapida, tutti sanno che un uomo e una donna nudi sono solo uno splendente artefatto del passato, tutti sanno che la scena è morta: ma metteranno un contatore nel tuo letto che renderà evidente quello che tutti sanno. Tutti sanno che sei nei guai, tutti sanno che sei finito, dalla croce sanguinosa in cima al Calvario fino alle spiagge di Malibu. Tutti sanno che andrà in pezzi: dai un’ultimo sguardo a questo Sacro Cuore prima che scoppi. Tutti lo sanno, tutti lo sanno, così vanno le cose. Tutti lo sanno”).

 

Share