di Dziga Cacace

I’m not aware of too many things
I know what I know if you know what I mean

What I Am (Edie Brickell & the New Bohemians, ricordate?)

ddv4500.jpg447 — The Commitments, il piccolo capolavoro di Alan Parker, Gran Bretagna 1991

Quanto amo questo film! È la storia di una band musicale di ragazzi alle prime armi: l’ho visto nell’età giusta, quando anch’io avevo un gruppo (o sognavo di avere un gruppo, ma la distinzione non è francamente importante) ed era scattato il legittimo sentimento d’identificazione, tanto più che anche noi (i Ragamuffin Gunners prima e i Sick Dog poi) frequentavamo il rhythm n’blues, chiaramente suonandolo a modo nostro, punk senza essere punk, cioè malissimo (e senza basso, grancassa e feeling, senza veramente nulla, ma eravamo felici). E poi questa storia è ambientata in Irlanda, la patria dei Thin Lizzy e soprattutto di Rory Gallagher, l’adorabile bluesman di Cork (e non dimentichiamo Gary Moore, U2, Van Morrison e Sinead O’Connor… i Cranberries no: non fanno musica, fanno cagare): sin dalla prima visione mi sono innamorato del film e l’ho rivisto innumerevoli volte, senza mai scocciarmi. È giusta la musica (Otis Redding, Joe Tex, Wilson Pickett e James Brown) ed è tenero e verissimo quel senso di entusiasmo, timore e appagamento che si prova quando suoni con qualcuno, anche se sei scarso da far schifo. Sentire che stai suonando tu è qualcosa d’impagabile e Parker ce lo fa capire esattamente. Per chi suona bene dev’essere una sensazione lontana nel tempo, ma per chi come me ha sempre fatto una fatica bestia, arrivare a sentire un pezzo che cresce, che funziona, vedere la gente che balla, condividere quell’estasi, beh, era un’emozione magnifica. The Commitments questa sensazione la sprizza da ogni poro e quando la band gira a mille ed è lì lì per sfondare (per cominciare a sfondare perché it’s a long way to the top, if you wanna rock n’roll!) cade tutto a pezzi: il concerto finale è condito da panoramiche sulla band, con zoom — sgraziati ma significativi — sui singoli musicisti, come a fissare per sempre un momento inarrivabile, che non tornerà più.


The Commitments è un film perfetto, senza una pausa: Alan Parker gira con intelligenza, gusto e anche furbizia e il film è pieno di scene a effetto e risate e pianti calcolati, ma what the hell! Chi se ne frega, veramente. Making of abbastanza interessante, ma farcito di scene del film per cui, sui 24 minuti di durata totale, i momenti veramente inediti sono pochi. Ma poco importa: gran film. A visione conclusa ho mandato un Sms a Giacomo, voce e chitarra nel 1994 dei Sick Dog, con Pier Paolo e me. “Che fine hanno fatto i Sick Dog?”. Un nanosecondo dopo la risposta di Jack: “in qualunque momento, io ci sono”. E forse la banda rinascerà. (Dvd; 10/2/04)
P.s.: apprendo da un’intervista a Donal Gallagher, fratello e manager del grande Rory (scomparso nel 1995), che Roddy Doyle ha scritto The Commitments ispirandosi proprio alla storia del giovane chitarrista, che rifiutava il pop corrente per suonare il blues. Lo sceneggiatore, dal blues, è poi passato al soul e ha costruito il personaggio del trombettista Joey proprio sul mio idolo, tanto che a un certo punto, non trovando Parker un attore giusto per la parte, s’era pensato di far recitare Rory e di far diventare la tromba una chitarra. Gallagher non se la sentì e si arrivò al Joey che tutti conosciamo, ma la leggenda del musicista che aveva suonato con Pickett s’ispira esattamente al fatto che di Rory si dicesse continuamente: “quello ha suonato con Muddy (Waters) e Jerry Lee (Lewis)”. Cosa che effettivamente accadde e di cui ho preziosa testimonianza discografica. Ad ogni modo, l’ultima frase del film è: “Let’s go back to Gallagher’s”. L’avessi saputo all’epoca dell’uscita del film, avrei raccontato questa storia mille volte: è andata bene a tutti.

ddv4502.jpg448 — Decisione critica, portato a casa onestamente da tale Stuart Baird, USA 1996

Erano anni che non mi beccavo una bella cagata così, ma la giornata è stata dura e a sera, inerte sul divano come un marmo di Michelangelo Pistoletto (Cacace degli stracci, noblesse oblige), non ho opposto resistenza alcuna: trattasi di un filmetto scabeccio già visto più volte a spizzichi e bocconi, stavolta assunto intero perché dotato di qualche equivoco motivo d’interesse. C’è un 747 in mano ad arabi isterici lanciato a bomba contro l’ingiustizia con carico letale di gas nervino, ‘anvedi la profezia. Unità di crisi in crisi: le teste d’uovo si chiedono cosa convenga fare. 400 morti in cielo con un bell’attacco preventivo (come forse è successo quell’11 settembre o… naaa!) oppure aspettare che l’aereo caschi su una città americana per vedere l’effetto che fa? Per fortuna che la brava sceneggiatura porta nella panza del boeing un commando di specialisti e da quel momento ci sarà da ridere (in tutti i sensi). Il vero colpo di genio (perché proprio imprevedibile, secondo certe logiche narrative) è la presenza per soli venti minuti di Steven Seagal, profeta di questo cinemaccio d’azione e attore sbandierato sui manifesti del film. Viene fatto secco e Barbara e io – che la sappiamo lunga – ci guardiamo complici, strizzandoci l’occhio: figurati se la star principale muore a inizio vicenda, dài! Abbiamo atteso con trepidazione il colpo di scena telefonatissimo per le seguenti due ore e… invece no! Non è mica resuscitato, macché. Fatto secco sul serio, guarda tu alle volte. Il cast sarebbe mica male (Halle Berry, Kurt Russell, Oliver Platt e John Leguizamo) ma sono tutti attori o prima del successo o già bolliti. Tra luoghi comuni e razzismi vari (l’ingegnere che suda e ansima ma ha il cervellino fine, il chicano irruento e cretino) la vicenda si trascina con momenti di tensione riusciti e altri lentissimi, ripetitivi e noiosi. Nell’ultima mezz’ora avviene lo svacco prevedibile. Quando si passa dalla psicologia all’azione la regia, gli attori e gli sceneggiatori perdono la testa ed è un florilegio di frasi mitiche o paurosamente sciatte, nella sagra dell’ideale cinematografico più imbecille. Comunque, viste le mie condizioni mentali, vedibile. “Sono dell’idea che un film bello è più bello al cinema, ma un film brutto è meno brutto alla tivù”, Nanni Moretti. Concordo in pieno. (Diretta su Italia 1; 13/2/04)

ddv4503.jpg449 — The Life and Death of Colonel Blimp di quei due marpioni di Michael Powell ed Emeric Pressburger, Gran Bretagna 1943

L’amicizia tra due ufficiali, uno inglese, l’altro tedesco, messa alla prova dalla storia. Si conoscono a Berlino nel 1902, si combattono nelle Fiandre nel 1918, sono su fronti opposti ancora nel 1943. Costruito con calligrafica minuzia, è un’elegiaca messa in scena della cavalleria che fu. Decisamente intempestivo per i tempi di guerra in cui fu realizzato, probabilmente troppo conservatore per essere granché amato dopo, io l’ho visto con piacere collezionistico, in una preziosa versione originale uncut di Fuori Orario. ‘Ste ciance su eroismo, onore, rispetto della divisa e altri cascami retorici degni di una caserma del cuneese mi lasciano freddino, ma con questi film prevale sempre il mio lato decadente (ho visto il film su un triclinio, avvolto in una toga, sorseggiando ottimo porto. Ma confesso che in fondo in fondo ero distratto da un dubbio lasciatomi dall’ultimo libro letto di Philip Roth. L’animale morente è lui, non lei, no?). (Vhs da RaiTre; 15/2/04)

ddv4504.jpg450 — La battaglia di Algeri combattuta splendidamente da Gillo Pontecorvo, Italia/Algeria 1966

Grazie a un provvidenziale Dvd di mia sorella rivedo questo magnifico film che molto amai nei miei anni di studi matti e disperatissimi (ma sul serio, mica come per quel gobbetto). È un capolavoro assoluto e troverete centinaia di autorevoli commenti che vi spiegheranno il perché e il per come. Per me la cosa che più dà la statura dell’opera d’arte è nella capacità di raccontare con occhio freddo e impassibile gli avvenimenti: ora, il film è evidentemente dalla parte degli algerini ma non esita a mostrarci gli effetti devastanti di una lotta partigiana condotta con metodi (definiti, quando fa comodo) terroristici. E allo stesso modo, se c’è un personaggio del film che si staglia su tutti (opponendosi all’altro personaggio principale: il popolo algerino, mille volti e nessuno), è paradossalmente il coerente colonnello Mathieu dei parà che risponde colpo su colpo alla guerra scatenata dal Fronte di Liberazione Nazionale: siamo in guerra, dice, ed è inutile stare a contarsi stronzate. La guerra non può essere chirurgica, umanitaria, cavalleresca. Non più. Se si deve combattere, lo si fa fino in fondo (torture comprese, e non è cambiato nulla, oggi). Durissimo, rigoroso, pulito: eccezionale per messa in scena, ritmo serrato, cura della fotografia e montaggio. Il film vive di una tensione che pochi thrilleracci americani saprebbero dare e non è fine a se stessa, è morale, fa pensare. Visto in originale (francese e arabo): superbe! Ah: da tre giorni sono zio della minuscola Anna (come il Dvd: è di mia sorella!). (Dvd; 19/2/04)

ddv4506.jpg451 — La stanza del vescovo del cinico Dino Risi, Italia 1977 e poi l’ineffabile Marzullo

Film consigliato da mio padre che poi, astutamente, ha evitato di vederlo con me. E di prendersi un fracco di legnate, aggiungo, perché La stanza del vescovo è uno strano film che oscilla tra l’autoriale e il triviale, inseguendo il pubblico e una qualche superiorità estetica, col cinismo tipico dell’ultima stagione della commedia all’italiana. Temistocle Orimbelli (Ugo Tognazzi) è tornato a casa dopo essersi imboscato durante la Seconda Guerra Mondiale. Vive con l’odiata moglie (Cleofe Berlusconi) sulle rive del Lago Maggiore. Incontra un navigatore, il ventenne Marco Maffei, che cazzeggia sulle acque dello stagno e sogna di rifarsi una vita. I due si trovano bene, vivono qualche zingarata assieme e coinvolgono anche la cognata ventenne dell’Orimbelli, la splendida Matilde (Ornella Muti), in un triangolo dalla geometria variabile e misteriosa. E poi, un bel giorno, la Cleofe viene trovata morta. Chi sarà stato mai? Il giallo è un po’ molle, qualche volta si ride, ma la storia manca di mordente, quasi stordita dall’apatia lacustre dei luoghi dov’è ambientata. Ci sono incongrue concessioni al voyeurismo dello spettatore (scene di nudo, di masturbazione) e forzature un po’ anacronistiche (nudisti italiani nel 1946, a Cannero — se non sbaglio). E il costume sgambato a pezzo intero della Muti, da dove salta fuori? Da un viaggio nel futuro? E poi, ancora: macchiette, pigrizie varie, musicacce, ritmo fiacco. La cosa che mi imbarazza è la cura nulla dell’ambientazione: è il primissimo dopoguerra, ma se non ce lo dicessero esplicitamente potrebbero essere benissimo gli anni Settanta. Il finale forse funziona letterariamente ma è tremendo dal punto di vista cinematografico. Di buono c’è l’acida rappresentazione dell’Italia: finito il fascismo, siamo rimasti tali e quali, e la cattiveria di Risi non risparmia praticamente nessuno. Però… boh. Superbo Tognazzi goloso, fanfarone e innamorato “della tinca” e della maionese. La Muti, d’altro canto, era di una bellezza abbacinante. Ligneo il coprotagonista Patrick Dewaere, a me ignoto. Sceneggiato da Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, assieme a Risi e all’autore del romanzo da cui il film è tratto, Piero Chiara. Ma io, che son sceneggiatore di razza, avrei fatto il colpo di scena finale col Maffei colpevole (è uno spoiler indiretto, “per differenza”, lo so: se leggete il Cacace accettate il rischio). A fine visione incappo sull’immondo “Cinematografo”, programma settimanale di RaiUno presentato da Gigi Marzullo. Un’autentica porcata, gestita da uno che di cinema non sa nulla e che gradirei interrogare su Barnet con un repertorio di attrezzi da tortura incandescenti. Ospiti l’incartapecorito Rondi, il produttore Claudio Bonivento, attrici assortite e Lina Sastri che — unica, poverina — ha provato a parlare di Dogville ma è stata stroncata dal bravo presentatore che aveva in scaletta una fondamentale testimonianza di Nino Frassica (sempre sia lodato, ma non in mano a questo capello unto). Si parla male e confusamente di grande schermo, con Marzullo che ritiene di dare ritmo parlando velocemente e fermandosi su un argomento non più di venti secondi, risultando ridondante anche parlando di nulla. A corredo spot gratis ai film in uscita, servizi montati col culo e un’incredibile inchiesta se il cinema sia di destra o di sinistra. Sì, e la salopette, allora? Dove la situiamo ideologicamente? In chiusura uno straziante medley violinistico delle musiche di Jesus Christ Superstar. Poi Marzullo si congeda così: “Andiamo al cinema, andate al cinema, ma in ogni caso guardiamo anche la tivù”. Siamo tra Ionesco, il situazionismo inconsapevole e il manicomio criminale, se non lo vedi non ci puoi credere. (E questo piglia uno stipendio, pure bello grasso, penso). (Vhs da RaiUno; 21/2/04)

ddv4507.jpg452 — L’epocale Heimat di Edgar Reitz, Repubblica Federale Tedesca 1984

E così, dopo dieci anni, anch’io sono tornato a Schabbach. Ero un giovane capellone, magrolino, affamato di cinema, ignorante quanto mai, presuntuoso e generoso. Era l’autunno del 1993: entrai una sera al cineclub Lumière per vedere Othello di Welles; incuriosito da un volantino, tornai qualche sera dopo per il primo episodio di Heimat 2 — 13 film sulle vicende di un gruppo di universitari a Monaco, durante gli anni sessanta — e rimasi rinchiuso lì dentro per cinque anni, diventando l’attuale magnifico pallone gonfiato, fisicamente e intellettualmente. La proiezione nel cineclub di Heimat 1 fu la logica conseguenza del clamoroso successo del ciclo di Heimat 2, culminato in una epocale serata col regista Reitz a rispondere alle domande di oltre quattrocento persone assiepate nella mia amata sala (con pullman di spettatori arrivati da Bari, giuro!). Heimat: era una mania, per alcuni una moda, per me e gli amici un amore. Andavo a vederlo con Hilda, Silvia, Ferro, Donde e i miei genitori. Una sorta di gruppo d’ascolto, ingigantito dalle nuove amicizie fatte in sala, a commentare ciò che accadeva sullo schermo. In fondo, se oggi sono quello che sono, molto lo devo a questi due cicli epici. Mi venne la febbre del cinema, cominciai a organizzare rassegne al Lumière, iniziai a scrivere queste sciocchezze. Devo anche dire che tanto mi ero piaciuto Heimat 2 che, al confronto Heimat 1 mi parve più loffio, meno riuscito, più farraginoso. Barbara non ha mai visto i due cicli e allora decidiamo una filologica visione in sequenza. Vi risparmio il suntino e il parere puntuale sugli undici episodi che raccontano una saga familiare in un villaggio rurale della Renania, dalla sconfitta dopo la prima guerra mondiale fino al 1982 (sconfitta ai mondiali di Spagna, ma Reitz non lo dice!). Bella la messa in scena (per la televisione, ma non televisiva) e curiosa la fotografia che alterna il bianco e nero (prevalente) al colore. L’essenza di Heimat è tutta in un’umile cucina, dove si incrociano le vite dei protagonisti. Davanti a una zuppa calda, tormentati dalle mosche (d’estate e d’inverno), vediamo rappacificazioni, fughe, confessioni, pianti e amori. Esistenze attraversate dalle guerre e dal nazismo: come può una nazione cadere in mano a una dittatura? È la domanda che questo sceneggiato televisivo si pone e che in Italia mai affronteremo, preferendo fiction su carabinieri, cani e pretonzoli investigatori (talvolta riuniti in uno stesso personaggio). Qualche stupido s’è lamentato asserendo che lo sceneggiato sorvola sul nazismo e sull’Olocausto, ma non è vero: è tutto in filigrana, mai esplicito, mai facendo nomi o snocciolando dati, ma mettendo in scena — invece — la diffusione di un virus immondo, strisciante e subdolo, che non pare pericoloso ma infetta approfittando delle difese immunitarie basse di un paesino di campagna, dove le notizie arrivano tardi o mediate solo dalla radio, dove non si ha percezione del male perché viene esercitato su qualcuno che è lontano, che è un’immagine, un fantasma, non gente in carne e ossa, e conviene considerarlo un nemico. Heimat ha un altro merito, che molti hanno sottovalutato: ha portato un linguaggio spesso sperimentale nelle prime serate dei tedeschi; Reitz non ha paura di fronte ai silenzi, non esita a negarsi un commento musicale quando sarebbe facile sottolineare tutto. Si prende licenze poetiche temporali, dimentica i personaggi, se ne frega della continuità (le facce cambiano da un episodio all’altro in maniera veramente straniante), costruisce poesia fluviale nonostante la materia inviti al prosaico del quotidiano. Nella sua unicità (e monoliticità), Heimat è un capolavoro. Poi, dipende dai gusti: io mi son fatto le ossa al Lumière, per cui la teutonica pesantezza delle oltre 15 ore mi ha fatto un baffo, anche se ammetto che certe volte un episodio da un’ora era indigesto come un panino farcito di sassi o narcotico come un cocktail di barbiturici. Però chi non l’ha visto integralmente non può parlare di cinema, perlomeno con me (possibile eccezione se ha visto Berliner Alexanderplatz, che a me manca, e allora siamo pari). Ah: questa edizione italiana è pessima, doppiata coi piedi, con nessuna attenzione a tutti i materiali originali (scritti, didascalie, supporti radiofonici o cinematografici), mai tradotti. L’avevo vista in tedesco: prima o poi mi comprerò il dvd, sai? (Vhs originale; 2, 8, 12, 20, 21, 22/3/04 e 4, 13, 18, 26/4/04)

ddv4508.jpg453 — 21 grammi di un esistenziale Alejandro Gonzalez Iñárritu, USA 2003

Molto criticata opera seconda di Iñárritu, direi ingiustamente. Ancora una volta un incidente automobilistico lega indissolubilmente più vite, le distrugge, forse le aiuterà a rinascere. Dell’esordio (Amores Perros) la regia tiene la macchina da presa sui volti, il montaggio veloce e la fotografia sporca. Anche la struttura a incastro, con forse qualche compiacimento di troppo come l’illustrazione dei fatti anche quando sono ormai ampiamente assodati e abbiamo capito cosa fosse prima e cosa dopo. I personaggi sono un bell’impasto di pena, desiderio di vendetta e d’amore, e hanno facce da pelle d’oca (Naomi Watts e Sean Penn sono eccezionali, ma è straordinario anche Benicio Del Toro). Un intreccio di delitto e castigo, colpa e redenzione, dove ci si chiede continuamente: chi siamo? A chi dobbiamo la nostra vita? La prima parte va come uno schioppo, poi meno. Ma bello, dài. (Cinema Ducale?, Milano; 9/3/04)

Qui le altre puntate di Divine Divane Visioni

(Continua – 45)

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