di Alberto Prunetti

[Il 28 aprile di molti anni fa moriva Benito Mussolini. Colgo l’appuntamento col calendario per raccontare un frammento di memoria ribelle lievitato nei racconti orali di Stefano Pacini e nell’ascolto del cd Libertaria di Marco Rovelli] A.P.

pietro gori.jpg“Nostra patria è il mondo intero” mi gira in testa ogni volta che passo da Prata, paese minerario delle Colline metallifere. L’associazione del canto di Pietro Gori con Prata è mitica e leggendaria, e non può fondarsi su basi storiche acclarate. Eppure sono molte le testimonianze di vecchi maremmani, peraltro avvinazzati, che mi riportano un aneddoto che nel suo carattere paradossale e iperbolico deve riaffermare comunque un’ombra di verità. Una storia di quelle che raccontano i poeti a braccio quando sono gonfi di vino. Una storia così bella che deve essere per forza vera.
Eccola.

C’era una volta a Prata negli anni successivi alla Grande guerra un oste anarchico. Alto, grosso, anzi, enorme, con la barba folta e la voce tonante, come dev’essere giustamente un oste anarchico. Un omone, di quelli che non avevano paura di niente. Neanche della teppaglia fascista che cominciava a passare sempre più spesso da Prata, facendo la spola tra l’entroterra senese e la costa grossetana. Quando li vedeva, i fascisti, lui buttava giù un gotto di vino, gonfiava il petto, e attaccava il canto di Pietro Gori: “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà/ e un pensiero/ ribelle in cor ci sta”.

Cantava e tremavano i vetri delle finestre, con sdegno di un proprietario terriero, uno di quelli che allora si chiamavano agrari. E proprio il signore dei latifondi, stanco di quel tremolio di vetri, chiese ai suoi funesti compagni di partito che un’ignobil teppa provvedesse a tappar la bocca a quell’oste anarchico che pareva un tenore della rivoluzione proletaria appena scongiurata.

E così un giorno imprecisato del 1921 arrivarono da Siena — perché i vigliacchi venivano da fuori, per non essere oggetto di ritorsioni – dieci sgherri delle milizie nere, sicuri della superiorità numerica e certi di avere a che fare con un bischero tolto all’agricoltura. Erano le sei del pomeriggio, ma era autunno e già calavano le tenebre. I facinorosi parcheggiarono il camion e entrarono nell’osteria. Dentro li aspettava l’oste, che vedendoli non si perse d’animo.

_”Lor signori arrivano per me, immagino”, disse asciugandosi le mani sul grembiulone sporco quell’uomo immenso, che sovrastava i convenuti.
_”Immagina bene”, rispose un fascista, mentre gli altri si davano al riso, lisciandosi le mani e confidando nel numero e nei manganelli che avevano appoggiato, assieme all’olio di ricino, fuori dell’uscio.
_”Bene”, replicò l’oste. “Allora, prima di risolvere i nostri affari, lasciate comunque che, in onore del posto di cui sono ospite, io vi offra un bicchiere di vino.”

Stupiti e ammutoliti rimasero i nerocamiciati, non aspettandosi un invito al nettare di Bacco. Qualcuno pensò che l’oste fosse un po’ tocco in capo, da non aver capito che erano venuti a malmenarlo. “Comunque, tant’è, leviamoci la sete e poi paghiamogli il conto a legnate”, pensarono quei tristi.

_”Oggiù, ci offra dunque questo vino e poi veniamo al dunque.”

E allora l’oste tolse da una mensola sul muro un vassoio pieno di bicchieri piccoli, i cosiddetti gotti, e ne mise in fila sul banco undici. Dieci per i fascisti, e uno per sé, tutti in fila belli allineati. I fascisti ridevano, non credendo alla stoltezza di quell’omone gosto.

A quel punto l’oste anarchico — e qui tutti quelli che mi hanno raccontato questa storia dicono che è vero, che proprio è andata così — prese da un angolo dell’osteria una damigiana di rosso, di quelle da 54 litri, la sollevò per il collo con una mano sola e la abboccò al primo gottino con un polso saldo delle dimensioni di un mattone cotto in una fornace.
Gli italianissimi ammutolirono.
Senza che il braccio accennasse a una vibrazione, colmò il primo gotto, alzò il collo della damigiana e passò al secondo, lo riempì, e poi andò avanti, uno dopo l’altro, fino all’undicesimo, stando ben accorto a che non una sola goccia macchiasse il marmo del bancone.

Tanto fu lo spavento che i fascisti liberarono quello che Dante chiama “un triste fiato”.
Intuendo col naso il puzzo di quei villani, l’oste cercò di rassicurarli:
_”Che volete, signori, il mestiere mio lo so far bene”. E detto questo l’oste depose la damigiana a terra, sollevò il bicchiere e brindò a Pietro Gori.
Bevvero i fascisti per non contrariare l’oste, poi si scappellarono e cominciarono a arretrare verso la porta.
_“Ovvia, noi si ripartirebbe, allora…”
_”Vadino signori, che la strada verso Siena è lunga e perigliosa…”, li congedò l’oste anarchico.

Il camion degli squadristi si era appena rimesso in moto, che i vetri dell’agrario fascista tornarono a vibrare:
“Nostra patria è il mondo intero/nostra legge la libertà/e un pensiero/ ribelle in cor ci sta!”