di Sandro Moiso

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Poi vennero i cieli del West

Poi vennero i cieli del West.
Dal Minnesota ci dirigemmo verso sud-ovest e verso le Montagne Rocciose attraversando il Nord Dakota e il Montana. Dalle terre del grano passammo a quelle delle praterie e delle mandrie di cavalli; dagli abiti degli agricoltori agli stivali e ai cappelli da cow-boy.
Il tutto filtrato attraverso le immagini del cinema western..

Nei diari preparatori per On The Road, Jack Kerouac afferma di essere un accanito lettore di romanzi western da quattro soldi per la forza lirica e la suggestività con cui riescono a descrivere i paesaggi dell’Ovest americano.
Per noi le immagini, quasi filmiche, che ci pervenivano attraverso i finestrini degli autobus in viaggio attraverso gli stati del West sembravano confermare e ampliare gli orizzonti selvaggi e solitari visti nei film di John Ford, Anthony Mann; Raoul Walsh e Arthur Penn.

Spesso il West, soprattutto nei film di Ford, si confonde con il deserto, anche perché molti western sono stati filmati nel sud-ovest americano.
Ma, oggettivamente, i territori confinanti con le Montagne Rocciose o posti in loro prossimità corrispondevano a un effettivo deserto dal punto di vista della densità di popolazione.
Più vicina a quella della Libia (2,4 ab. per kmq) che a quella delle nazioni più industrializzate o degli stati della costa orientale.

Su undici stati che affiancano e comprendono le Rocky Mountains la densità di popolazione media era, all’epoca del nostro viaggio, di 4,5 abitanti per kmq, ma con punte di 2 o 3 per Montana, Wyoming e Nevada.
Così lo sguardo spaziava nel nulla perdendosi in orizzonti segnati solo dal profilo lontano e azzurrino delle montagne sullo sfondo.

Per noi, provenienti da un paese in cui la densità media è di circa 200 abitanti per kmq, quel paesaggio era magico.
Soltanto il mare mi ha dato lo stesso senso di infinita libertà che mi ha dato il paesaggio desertico dell’Ovest americano.
I sogni dell’infanzia si stavano materializzando davanti ai miei occhi.

Che poi quel deserto fosse in realtà verde o verde-azzurro poco conta e, anzi, la similitudine col mare era rafforzata proprio dal movimento ondoso delle praterie scosse dal vento.
Con i Greyhound che tornavano a essere minuscole imbarcazioni perse in un mare di dimensioni omeriche.
E noi, novelli Ulisse, ci sentimmo letteralmente naufragare in quell’oceano di erba.

Costeggiammo lo Yellowstone, osservammo mandrie di cavalli cresciuti allo stato brado, provammo a raggiungere la Wind River Range, una zona che comprende diverse cime che superano i quattromila metri e che è stata cartografata completamente soltanto negli anni sessanta del ventesimo secolo.
Ma la destinazione finale fu Devil’s Tower, la Torre del Diavolo.

Proprio quell’anno era stata utilizzata da Spielberg in un suo film

Proprio quell’anno era stata utilizzata da Spielberg in un suo film.
Incontri ravvicinati del terzo tipo, ancora una suggestione cinematografica quindi, ma fantascientifica questa volta.
Una colonna alta trecento metri di roccia vulcanica, ritenuta sacra dalle tribù indiane, che si erge ai margini delle Black Hills.

E’ stato uno dei primi, se non il primo territorio a essere messo sotto tutela, negli Stati Uniti,come parco nazionale ed è circondata da un’immensa colonia di cani della prateria.
Roditori dall’aria simpatica che scavano le loro tane nella terra della prateria circostante, incubo dei cow-boy di ieri e di oggi quando il cavallo si rompe improvvisamente una zampa infilandola in una di queste buche e portatori, ancora oggi, del virus della peste.

Infiniti cartelli avvertivano infatti i visitatori di stare attenti ai morsi di quelle simpatiche bestiole, che costringono ogni anno qualche tranquillo cittadino americano o turista straniero a essere ricoverato e curato per un’inaspettata piaga biblica.
Insomma, capimmo al volo che ancora una volta i documentari di Walt Disney sul mondo animale nascondevano una ben diversa e più leopardiana realtà.

L’autobus ci aveva lasciati a Moorcroft, la località più vicina.
In tipico stile americano comprendeva qualche casa, un distributore di benzina, una drogheria e un motel; ma non dovevamo avere un aspetto rassicurante, io ed Ettore, perché come ci avvicinammo alla porta di ingresso dello stesso l’insegna luminosa virò dal verde al rosso per comunicarci che non c’erano più stanze libere, anche se fuori non c’era nemmeno un’auto parcheggiata.

A pancia vuota passammo la notte dormendo nei sacchi a pelo ai margini della strada e sotto un cielo stellato che non ci fece mai immaginare il minimo pericolo.
Per tutto quel viaggio dormimmo occasionalmente nei posti più disparati: sui sedili degli autobus (io) o sotto gli stessi per stendere meglio le gambe (Ettore) oppure nelle stazioni della Greyhound in compagnia di barboni e randagi di ogni genere fino a quando, verso l’alba, gli addetti alle pulizie e al lavaggio dei pavimenti non ci cacciavano fuori tutti quanti, non sempre con garbo e gentilezza.

Ma quella era la nostra libertà, il nostro essere sulla strada.
La mattina dopo fummo raccolti da un pick-up di un’autentica famiglia di allevatori, mentre facevamo autostop per raggiungere il nostro obiettivo, distante diverse decine di chilometri.
Oh! Sweet Hitch-hiking, dolce auto-stop, quanti incontri ci permettesti di fare lungo le strade americane.

Al volante stava Jim con un gran cappello da cow-boy in testa e gli stivali con il tacco inclinato.
Al suo fianco la moglie Pam e sua sorella, due autentiche bellezze americane dell’Ovest.
Nell’abitacolo non c’era più posto e quindi ci fecero salire con i nostri zaini sul cassone posteriore.
Dopo pochi chilometri una specie di UFO passò pochi centimetri sopra la mia testa e a quella del mio compagno di viaggio: era il cofano del pick-up che era volato via per la velocità.

L’autista senza fare una piega fece un’inversione a U per tornare a prenderlo e sistemarlo precariamente al suo posto e poi ripartire scusandosi con noi per lo scampato pericolo di decapitazione.
Bevemmo qualche birra in un drugstore, ci scambiammo gli indirizzi e ci scattammo reciprocamente qualche fotografia con la promessa di inviarcele, ma non accadde mai, mentre quelle che avevo conservato sono andate perse nel mare degli anni trascorsi.

C’è un meraviglioso personaggio in un romanzo di Cormac McCarthy

C’è un meraviglioso personaggio in un romanzo di Cormac McCarthy.
E’ uno zingaro che, in Oltre il confine, gira nel Sud-Ovest con il suo carico di foto di sconosciuti, raccolte qua e là, casualmente, in attesa di trovare qualcuno che possa dare un nome a quei volti prima che l’immagine svanisca del tutto dalla carta stampata.
E’ quello che provo io ogni volta che osservo una fotografia.

Un senso di limite, termine delle cose umane e del tentativo di fermare qualche attimo per l’eternità.
Ma questa è degli dei e non ci appartiene, e lo sgranarsi inesorabile delle foto che ingialliscono per poi scomparire del tutto dimostra l’inutilità di ogni nostro sforzo di superare il tempo che ci è stato dato. Forse è per questo che non ho conservato le immagini della donna che ho amato di più nella mia vita.

Più passano gli anni e più i miei cassetti vanno svuotandosi di fotografie, mentre anche quelle sullo schermo del computer vengono facilmente rimosse.
Basta un clic e un’immagine, una situazione, apparentemente fissata per sempre svanisce nel nulla.
Mi basta la memoria che, fortunatamente, quando tradisce è soltanto per abbellire o migliorare il ricordo, rendendolo più vivido e per questo, spesso, più doloroso.

Queste immagini, questi ricordi in via di estinzione mi fanno venire in mente gli indiani dell’Ovest: ne vedemmo così pochi, così sbiaditi.
Eppure da poco erano cessate le nuove rivolte di Wounded Knee e dei giovani nativi decisi a ricordare la propria storia e i propri diritti.
Ancora era stato versato sangue, ancora le giacche blu avevano fatto valere il diritto del più forte.

Non a caso in Italia avevamo scelto di essere indiani metropolitani, apparentemente nomadi e indomabili.
Ma la realtà, di qua e di là dell’oceano, sarebbe stata poi diversa.
A Santa Fé visitammo una fiera annuale di prodotti degli indiani Navajos: prodotti delle riserve per turisti desiderosi di visitare zoo di esseri umani.

Nel Minnesota, invece, parlammo per un po’ con un indiano ubriaco che viaggiava sullo stesso nostro autobus, diretto a Ely. L’avventura e la ribellione erano già finiti, da tempo, nell’alcool.
Da noi, presto, troppo presto, tutto sarebbe finito nell’eroina, nel piombo, nel carcere duro e nel ritorno alla normalità; senza neanche uno Sherman Alexie o un James Welch in grado di cantare la fine di un’epopea.

Seguimmo la linea delle montagne verso sud

Seguimmo la linea delle montagne verso sud.
Attraversammo il Colorado e il Nuovo Messico, talvolta campeggiando qualche giorno in un parco, talaltra dormendo ancora all’addiaccio.
L’abbonamento mensile, ma senza limite di chilometri, per gli autobus della Greyhound, ci permetteva di scegliere il percorso in base alle suggestioni dei nomi delle località da attraversare, in un’immaginaria ripetizione di percorsi già letti sulle pagine di Kerouac o sugli schermi del western.

Boulder, Denver, Colorando Springs, Salida, Santa Fé, Albuquerque, Socorro: ogni località sembrava avere per noi uno specifico richiamo letterario, cinematografico oppure anche solamente inventato dalla nostra fantasia.
Ma quello era per noi “il viaggio”: non solo percorrere chilometri d’asfalto lungo strade già segnate, ma inventare improbabili percorsi tra la geografia del reale e quella del nostro immaginario.

Arrivammo così fino a El Paso, al confine segnato dal Rio Grande tra Stati Uniti e Messico.
Sull’altra sponda del fiume ci aspettava Ciudad Juárez, ma la sua differenza si rifletteva già nelle vie della città texana: la più degradata tra le città americane sino ad allora visitate.
Stabilimenti e negozi chiusi, magazzini di abiti usati e di cianfrusaglie di ogni tipo: alle porte di un altro mondo anche il sogno americano del consumo senza limiti sembrava venire meno.

Attraversammo a piedi il confine e il ponte che separa le due città.
Il mitico Rio Grande si presentò come un canale di cemento sul cui fondo scorreva un rigagnolo sporco. Eravamo giunti ai confini dell’impero e questi si mostravano in tutta la loro miseria.
Alte reti metalliche custodivano il limes dai barbari che attendevano di entrare nelle terre dell’abbondanza.

Abbondanza che sarebbe poi stata riportata sul confine americano dai processi di mondializzazione e di accordi bilaterali tra il capitale americano e la miseria messicana.
Quando gli stabilimenti sul confine avrebbero ripreso l’attività grazie alla manodopera a basso costo proveniente dallo stato di Chihuahua.
Quasi sempre donne giovani, carine, piene di vita e di speranze, ma destinate a essere divorate dal dio delle macchine e del guadagno.

Tra i primi anni novanta e questo primo decennio del nuovo secolo, centinaia di donne messicane, quasi sempre giovani, sono scomparse lungo questo confine.
I loro corpi sono spesso stati ritrovati nel deserto circostante dopo che erano state torturate, violentate, uccise e talvolta bruciate per farne sparire le tracce.
Ancora più spesso, però, nemmeno i resti sono stati ritrovati e le loro ossa biancheggiano da qualche parte lungo il Rio Grande.

Rapite per essere semplicemente usate e buttate.
Illuse con la speranza di una carriera diversa da quella promessa dalla fabbrica e dal lavoro sottopagato.
Arruolate a forza nell’esercito senza fine della prostituzione mondializzata oppure semplicemente drogate e disperse in locali estremi in cui ai clienti danarosi è permesso far tutto ciò che vogliono.

E questo non succede solo sul border tra USA e Messico.
Succede oggi anche qui da noi, lungo i sacri confini dell’Italia e dell’Europa più ricca.
Ovunque si incontrino i desideri più nascosti di una società senescente, ma ricca, e la miseria di chi fugge o sogna di fuggire dalla fame e da lavori pesanti e mal pagati succede la stessa cosa.
Violenza sui corpi, sulle menti, sulla gioia di vivere e sulle speranze legate alla propria gioventù.

I supermercati messicani ci delusero

I supermercati messicani ci delusero.
Guardiani occhiuti e abituati al piccolo furto vegliavano sulla merce e quindi dovemmo accontentarci di comperare della salsa piccante e alcuni fogli di pasta già pronta per i tacos che mangiammo, tristemente, crudi e freddi.
Le nostre finanze erano davvero scarse e il cibo caldo preferivamo lasciarlo per la sera.

Ma le polverose strade di Ciudad Juárez erano piene di movimento.
Una vitalità diversa agitava la folla che ci circondava.
Autobus dai vetri rotti con torme di ragazzini appesi al loro esterno erravano per la città a velocità improbabili.
La stessa miseria di El Paso, ma con l’allegria di chi ci è abituato.

Un fotografo di strada che poteva vantare tra i suoi averi un cavallo imbalsamato ci propose una fotografia “a cavallo” con tanto di sombrero, ma declinammo l’offerta.
Ettore però si improvvisò conoscitore di pietre e si lanciò in una trattativa per l’acquisto di un paio di orecchini di turchese in un negozietto buio.
La spuntò alla fine per la cifra desiderata, ma il vecchio mercante aveva fatto l’affare lo stesso perché gli orecchini si rivelarono, poi, di plastica.

Non eravamo eroi in fuga oltre il confine, usciti da un film di Sam Peckinpah.
Eravamo due turisti con pochi soldi e tendenti al furto, ma anche facilmente bidonabili.
Nelle ore passate successivamente sul suolo messicano evitammo di entrare ancora in qualsiasi tipo di esercizio commerciale.
Attendevamo l’ora per ripartire alla volta della fine del mondo.

Ci arrivammo sull’orlo del mondo

Ci arrivammo sull’orlo del mondo.
Affacciandoci sull’orlo del Grand Canyon fu quella la prima impressione che provammo.
Come gli eroi di un vecchio racconto di Philip Josè Farmer, che immaginava le navi di Colombo giungere sull’orlo di una terra piatta, invece che in America, dove le acque degli oceani si riversavano nello spazio infinito, anche noi provammo un senso di smarrimento e stupore.

Le acque del fiume Colorado scorrevano migliaia di metri più in basso, mentre le pareti strapiombanti sembravano quasi invitare ad un salto o al volo.
I colori cangianti, nella luce del pomeriggio, delle rocce delle gole e del cielo ci offrivano uno spettacolo unico.
Ci sembrò che dopo quella vista null’altro avrebbe ancora potuto appagare il nostro sguardo.

Ci eravamo arrivati, come sempre, in autobus, via Tucson, Phoenix e Flagstaff.
A Phoenix l’aria secca e rovente della notte ci aveva cotti come se fossimo entrati in un forno e per una volta fummo grati dell’eterna presenza dell’aria condizionata sugli autobus e nelle stazioni della Greyhound.
Solo sulle montagne verso Flagstaff ritrovammo aria che non ci ustionasse la pelle e i polmoni.

Decidemmo di scendere subito nel Canyon, con la pista dell’angelo rilucente.
Ci aveva ispirato ancora una volta il nome: Bright Angel Trail.
Quando arrivammo sul fondo, dopo alcune ore di discesa, l’oscurità stava già calando sul fondo del Canyon. Era l’ora in cui i crotali uscivano dai loro ripari e sentimmo risuonare intorno a noi il caratteristico e inquietante suono del sonaglio posto sulla loro coda.

Ettore si sentiva un po’ smarrito poiché nella luce incerta del crepuscolo si acuiva il difetto della vista. Mi pregava di guardare bene dove mettevo i piedi così lui avrebbe potuto seguirmi con più tranquillità.
Arrivammo così a una piccola area attrezzata per il campeggio sul fondo del Canyon.
Lì un cartello avvertiva di stare attenti ai serpenti anche di notte, per evitare di essere raggiunti nel proprio giaciglio da un crotalo in cerca di calore nel freddo notturno.

Ettore si sigillò letteralmente nella piccola canadese che ci portavamo dietro, mentre io preferii dormire all’aperto su un tavolo da pic-nic abbastanza alto da terra e abbastanza robusto da sostenermi.
A quell’epoca le discese nel Canyon erano ancora libere; occorreva prenotare solo quelle a dorso di mulo.

La mattina dopo risalimmo il sentiero, soli come il giorno precedente.
Oggi sento raccontare di prenotazioni con mesi di anticipo e di code interminabili per le discese e le risalite.
Abbiamo mondializzato la coda e l’attesa dal Grand Canyon all’Himalaya, abbiamo tolto il sapore dell’avventura e del sogno anche ai luoghi più selvaggi e, forse, siamo anche riusciti a far fuggire i crotali dai loro rifugi: sinceramente, oggi, nel Canyon non ci tornerei.

A forza di viaggi ci siamo persi il mondo

A forza di viaggi ci siamo persi il mondo.
Oggi è possibile raggiungere qualsiasi angolo del mondo in poche ore.
E’ possibile, dopo una veloce escursione nei territori della rete, scegliere voli low-cost, viaggi organizzati, villaggi vacanza in ogni angolo del globo.
Fatte salve le zone di guerra, naturalmente.

Ma chi si ricorda del vecchio autobus che ancora negli anni settanta permetteva di raggiungere Katmandu da Milano?
Chi potrà ancora narrare dei kurdi ospitali nelle più remote regioni della Turchia e dell’Iran?
Oppure delle fermate, al sopraggiungere della notte, in qualche villaggio Pashtun dove, dopo una breve ricognizione preoccupata con lo sguardo, si finiva col consumare la cena ospiti di una famiglia o di un clan?

Dove finirà la voglia di raccontare storie di viaggio, quando tutti avranno fatto gli stessi viaggi, secondo le stesse modalità?
Quando tutti avranno visto le stesse cose da vedere, dopo averle già viste in qualche documentario televisivo?
Cosa ci si potrà inventare con la fantasia in viaggi programmati con mesi d’anticipo e risultati garantiti?

Povero Chatwin, forse oggi non riuscirebbe nemmeno a ritrovare la via dei canti o, almeno, dovrebbe mettersi in coda.
La dove non è arrivata la guerra o qualche crociata, è arrivato il turismo giramondo di massa e al posto del vecchio serial storico televisivo C’ero anch’io, oggi potrebbe esserci una sorta di programma-guida, con lo stesso titolo, obbligatorio per tutti coloro che vogliono viaggiare.

Un tempo ridevamo dei giapponesi in viaggio: foto, foto, foto, intenso cicaleccio di soddisfazione di tutto il gruppo prima di risalire sull’autobus o sulla nave da crociera e poi via, subito diretti a un’altra meta.
Siamo diventati tutti giapponesi. Il viaggio ha perso i suoi tempi: occorre fare tutto, vedere tutto in fretta, fotografare tutto e poi tornare nella gabbia del lavoro, nelle città grigie e nel grigiore di rapporti sentimentali e sociali consumati in fretta e superficialmente.

E’ vero, ogni epoca ha il suo modo di viaggiare, un modo tutto proprio di percepire il mondo.
Oggi il viaggio deve essere una pausa nell’inferno della vita: comodo, veloce, efficace nei risultati.
Negli States io ed Ettore girammo in tondo, perdemmo tempo, non raggiungemmo quasi mai le mete prefissate. Forse non ne avevamo nemmeno.
Il viaggio aveva una valenza in sé e per sé e tutto il tempo sprecato era tempo di vita guadagnato.

D’altra parte, oggi, la cocaina è più di moda dell’hashish e della marijuana.
Occorre consumare tutto in fretta: il mondo, le persone, le esperienze, per poi passare ad altro.
Viviamo in superficie e le strade che percorriamo, anche quelle della mente, sono diventate tapis roulant anonimi ed efficaci, adatte a fare passare più in fretta il tempo che ci rimane.
Non raggiungemmo mai né New Orleans, né Miami, ma forse per questo mi è rimasta una storia da raccontare.

(13-CONTINUA)