michele_vaccari.jpgdi Michele Vaccari

[Nello storico giorno in cui, sulle pagine della “Gazzetta dello Sport”, Margaret Mazzantini dichiara: “Io non sono come la Meyer, quelle sono fiammate usa e getta senza qualità. Io faccio Letteratura, con la L maiuscola”, sono orgoglioso di pubblicare un brano dal romanzo inedito Habemus Power!, di cui è autore Michele Vaccari, già apprezzato per il suo esordio con Italian Fiction, uscito per i tipi ISBN. Non accenno alla trama scorticante di questo libro: basta assaggiare la lingua e lo spasmo immaginifico di una prosa che, a mio modestissimo parere, divora ogni tentazione postmoderna con i mezzi del postmoderno e dovrebbe essere immessa all’istante nel circuito editoriale cartaceo. In calce, un’intervista video all’autore, in veste di regista (non fa solo lo scrittore; oltre a dirigere la collana VerdeNero, è anche sceneggiatore). Tenete d’occhio Michele Vaccari – il libro s’ha da fare, solo uno stupido lascerebbe impubblicato un simile scrittore. giuseppe genna]

CAPITOLO UNO SUL SERIO
-Vent’anni prima dell’eludibile-

Con i pensieri ancora luridi d’infanzia, Santo varca il soglio del suo meretricio. Il clero è ovviamente esaltato nell’accogliere tra le schiere dei suoi futuri presbiteri una mente già pervasa di convinzioni che non necessita di essere vaticinata da zero, convinzioni che, in realtà, chissà quanto gli appartengono, essendo per loro natura artificiose cioè inculcate senza contraddittorio, radicate con l’idioma profondo degli editti: Santo si appresta al lettorato e all’accolitato ignaro dell’eventuale messa in dubbio delle tesi nucleari alla sua catechesi.
Lui, almeno lui, lo intuirà prima o poi: la vocazione obbligatoria per il pargolo è solo un rubinetto che Salvatore Bustarelli apre a pieno regime quando ha bisogno di lavarsi la rettitudine, Santo in seminario ha lo stesso ruolo di uno straccio che arriva dal passato per spazzare gli acari sopravvissuti di una verità trattata come un germe micragnoso e nocivo.

Il padre rivende l’avvenimento ai media come se nella tragedia di due lustri prima ci fosse stata in seme la scelta odierna del suo piccolo, in una sorta di contrappasso distante da quello noto solo per il grado e lo stato di realtà.
Qui, ennesima potenza.
C’è del fetish in quella speranza per l’equilibrio che a tutti i costi deve affermarsi. Una volontà quasi pagana nell’attesa. Un’attesa condivisa dal popolo delle confessioni. All’orrore, la gioia, come per sentirsi più solida la coscienza, come per non farti vacillare se per caso credi in Dio.
Se per caso, credi in Salvatore Bustarelli.

Le foto dei settimanali lo ritraggono mentre abbraccia la scelta del figlio, con le mani sul petto a dire questo è il mio ragazzo come a dire mica l’altro, ad allargare i margini delle labbra facendo l’orlo alla paresi, riportandosi, con quell’immagine, in pole per un ministero tra i più in voga, ad es. quello della Famiglia, anticamera degli Interni, porta di servizio per la presidenza del consiglio.
Santo nel servizio costruito occupa il paginone centrale opportunamente diviso in due, nello spazio e nel tempo: a sinistra, titolo “dieci anni fa…”, è in prima elementare che sfoggia un costume di carnevale da sacerdote enfant, dietro di lui la scenografia è un pacchiano albero di natale ai limiti del fluorescente, a destra, pellicola moderna, Santo, nouveau christian model, com’è adesso, è vestito uguale ma qui è chierico sul serio, dall’altra parte della carta patinata c’è il mondo della gente, il mondo che ha sempre un euro da dare alle riviste di gossip quasi come un’offerta per ringraziarli del bene che fanno alle loro anime martoriate da una vita senza sfumature, un pianeta di rassegnati che non ha altro che la fantascienza delle religioni e quel bimbo, il popolo ama quel bimbo, era già un giovane a modo da bimbo, finalmente un giovane come si deve da sempre, uno bravo ce l’aveva Bustarelli, l’ho sempre detto che Bustarelli è uno a posto guarda che bravo ragazzo che ha tirato su, uno che si sposa con Cristo è per forza uno con la testa sulle spalle.
Il servizio di sinistra è stato effettuato realmente dieci anni prima, il giorno dopo che la morte di Busto correva lungo il fiume, senza odio né amore, con quel menefreghismo ingentilito dall’ambizione egocentrica che ha fatto di Salvatore Bustarelli, un padre che Santo ascolta di continuo, nutrendosi delle sue amenità, fondando la propria educazione sulla sua turpitudine.
Tutto preparato, tutto nei minimi, come consuetudine dello stile Bustarelli: l’assassinio ha seguito un iter meccanico, reso funzionale da ingranaggi unti con la persuasione prevaricatrice di chi conosce il valore esatto della propria influenza su terzi. Dieci anni. Dieci anni per rendere imbattibile la struttura, per rimettere in careggiata l’uomo politico che vive dentro Salvatore Bustarelli senza fargli correre nessun azzardo, dieci anni a nervi caldi nel continuo tentativo di trovare una fonte dell’amnesia generale capace di raffreddare le insinuazioni e inghiottirle nelle sue acque brumose, finché l’acqua torni liscia e tersa, che chi va a votare pensi che quel fatto sia così dimenticato da non sembrare mai esistito. Un lavoro di artigianato fondamentale per truccare divinamente l’elaborazione di un lutto studiato ad hoc: così tutto fila senza suscitare clamori, dall’esclusione di concause nell’overdose con cui viene archiviato il caso di Cosmo all’avviamento ecclesiastico di Santo, istruito attraverso estenuanti sedute di preghiere ai limiti della lussazione ascetica.
Infine, per consacrare il processo, Salvatore Bustarelli sa che serve un signor reportage che batta sul patetico e lo stereotipo, un’inchiesta che chi ce l’ha davanti capisca la fortuna di avere tra le mani materiale così confidenziale, un servizio da tenere in cartelle ben salde e celate fino all’istante necessario, questo di dieci anni dopo, in cui, al contrario, lo scoop di Santo bimbo, con la sua mascherata ad hoc che ci dice che il reverendo l’ha sempre voluto fare, diventi un’icona come ernesto col sigaro o manson tratto in carcere, un’immagine che, per compiere appieno il rito, dovrà essere più ovunque di un senso di colpa per una razza tipo quella umana.

L’articolo, come d’accordo con la direzione editoriale, viene giocato dai redattori in chiave di reperto nostalgico, casuale, ritrovato da qualche zia, una spontanea coincidenza di fattori che solidifica l’idea di destino celeste, è la Provvidenza divina che ha voluto quel compimento, una foto che trova la sua intima correlazione trascendentale con una gemella fino a poco prima mai saputa, sangue del proprio sangue che è sangue del sangue dei lettori ignari del complotto ordito ma sempre felici ogni qualvolta salti fuori l’opportunità di scatenare la voglia innata di enfatizzazione mistica che risiede in tutti loro in quanto umani, specie spesso priva di consapevolezza del sé, specie quelli assetati di vite altrui magari agli sgoccioli: ecco in chiaro lo scopo ultimo di questa orchestrazione sublime nel preterintenzionale, geniale nel ricavo ultimo: la fede estrema, orba.

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Intervista a Michele Vaccari sul documentario Ecopolis

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