STREGHE AL TRAMONTO
di Danilo Arona

Witch2.jpg
Alcuni anni fa fomentai, del tutto involontariamente, la giornalista Paola Santoro a scrivere un articolo per La Repubblica sulle “Masche” tuttora in attività nei dintorni di Bassavilla. Credo sia utile riproporlo oggi in questa rubrica data la sua casuale e presaga sintonia con le “cronache”. Avviso per i naviganti: è ancora tutto uguale. Al di là della lira raddoppiata in euro, nulla è cambiato.

Ad Acqui Terme vive O., l’ultima delle streghe, o delle Masche, come le chiamano da queste parti: prepara intrugli e fatture d’amore e morte, proprio come facevano le sue ave quattro secoli fa, prima che l’Inquisizione facesse tabula rasa di riti e credenze pagane ostili alla fede cattolica. Le masche del ‘600 celebravano i loro sabba sul Monte Stregone, un montarozzo da sempre incolto nel cuore dell’Alto Monferrato, terra di veggenti e guaritrici, di streghe e rabdomanti. “La vite non attecchisce su quel colle”, dicono gli anziani, “le strie non vogliono. Quello è il loro regno. Ci vengono ancora a danzare invocando il demonio”.

La scelta del luogo non è casuale. Ai piedi di quel monte la terra si muove, ribolle: ospita il deflusso di una fonte che va a sgorgare nella piazza della Bollente, il nucleo più antico di Acqui. Quella sorgente sulfurea ha fatto della città, sin dai tempi dei Romani, un noto centro termale. Ma è anche la principale colpevole di quest’aria intrisa di mistero e superstizione: lì vive Borvo, il genio che secondo la tradizione celtica abitava le fonti bollenti. È la sua mano a spandere per le colline circostanti quella coltre fumosa.
Acqui Terme è il luogo ideale dove ambientare credibilissime storie dell’assurdo. Sembra che tutte le forze del bene e del male abbiano scelto queste terre per scavare le loro trincee. Gli acquesi, restii a parlare dell’argomento, leggono il futuro nelle carte con la stessa frequenza con cui a Napoli si gioca a scopa e ricorrono al medico solo in casi estremi: per i piccoli malanni ci sono le donne più anziane, depositarie di riti e formule magiche che risalgono alla notte dei tempi. “Ogni male ha la sua cura”, racconta Mirella Civallero, 52 anni, “la stregonsisa”, come la chiamano in virtù delle sue doti di preveggenza e di pranoterapia, “e qui il ruolo della medicina popolare è ancora molto forte. Sono in tante le donne che guariscono compiendo rituali segreti che si tramandano, sul letto di morte, di generazione in generazione”.
Una delle pratiche più diffuse è quella per togliere il malocchio. Funziona solo se l’acqua usata per il rito è attinta dalla fonte usando mestoli e catini di rame o di ferro. Dal catino deve essere versata in fiaschi o ampolle di vetro e fatta “riposare” per tre pleniluni. Ogni ampolla sarà efficace se utilizzata per un solo rito: l’acqua va versata in un catino di coccio, aggiungendovi alcune gocce di olio extravergine d’oliva. A questo punto, ogni “settimina”, fa passare la ciotola sopra o dietro la testa dell’interessato, pronunciando le fatidiche parole magiche.
Il settimino, figura per molti versi paragonabile allo sciamano nella tradizione africana, da queste parti è una figura che merita il massimo rispetto. Gli uomini e le donne nate prematuramente (di sette mesi, appunto), secondo la credenza popolare hanno doti di preveggenza e terapeutiche, e conoscono i segreti delle erbe che crescono in queste valli. La cosa sconcertante è che, tra gli acquesi più anziani, chi non è egli stesso settimino ne è comunque figlio o, come minimo, nipote: il che suona, almeno statisticamente, alquanto inverosimile.
Franca B., 60 anni, è una di loro, e vive facendo consulti, “ma i soldi li devolvo alla Chiesa”. La sua “specialità” sono fratture e slogature, ma non disdegna di leggere i tarocchi. Le tariffe sono variabili, in media si aggirano sulle 50 mila lire, ma Franca a volte si limita a 30: strano come superstizione e onestà a volte procedano di pari passo. “È stato mio padre ad accorgersi dei miei poteri, quando ero bambina. Un bue della nostra cascina stava male, e solo io sono riuscita a guarirlo. Da allora sono in molti a venire da me, anche se non sempre riesco ad aiutarli”. La tradizione delle settimine ha una sua motivazione storica: nei secoli scorsi la presenza dei medici tradizionali non era così capillare; la salute era un bene che si preservava con l’arte di arrangiarsi, e una buona dose di autosuggestione poteva essere sufficiente ad assicurare una pronta guarigione. Le settimine sono però coinvolte con la magia solo marginalmente: i loro poteri sono circoscritti all’ambito della cartomanzia e della pranoterapia.
Al vertice di una ipotetica scala gerarchica dei poteri occulti ci sono le masche. Sulle colline dell’Acquese ce n’è solo una degna di questo nome, universalmente additata come l’unica in grado di trattare familiarmente con i demoni del male. La maga O., un’ottantenne dagli occhi di ghiaccio, curva, solitaria e isterica, è temutissima, in paese si dice che le sue fatture d’amore o morte non lascino scampo. Sono in molti a ricorrere a lei, nonostante applichi un “tariffario” decisamente salato. C’è chi parla di trenta milioni per una “fattura a morte”, metà subito e metà a decesso avvenuto. Riuscire a strapparle un appuntamento non è impresa facile, sia perché i clienti comunque non le mancano, sia perché è molto diffidente. Per incontrarla bisogna inevitabilmente ricorrere a qualcuno che già la conosce.
Il suo antro non ha molto di diverso rispetto alle case di una vedova qualunque. Chi si aspetta teschi, candele e sfere di cristallo si sbaglia: tutt’al più c’è qualche immaginetta dei santi, perché lei esegue i suoi riti esclusivamente in solitudine, nessuno deve conoscere i suoi segreti. È comprensibile che incuta tanto timore: ha l’atteggiamento sicuro di chi è abituato a comandare. Forse è solo questo che le è valso tanta fama. Per le sue fatture su commissione utilizza bamboline di cera o di stoffa, nel pieno rispetto della più antica tradizione magica piemontese: le bamboline rappresentano “l’affatturato”, e unite a capelli, abiti, o a bigliettini che recano il nome e magari anche la data di nascita della “vittima” devono essere poste sotto la bara di un cadavere che sta per essere sepolto. Quando le esalazioni provenienti dal cadavere in putrefazione sfiorano la bambola, per la “vittima” non c’è scampo.
Può capitare che al primo tentativo di appuntamento, la maga O. risponda che non ha tempo, perché “ha un funerale”; e che quando infine la si raggiunge l’incontro non duri che pochi attimi. O. non ama i curiosi, e non vuole che le venga fatta pubblicità. Se “avverte” di avere di fronte una spia, la caccia in malo modo, e l’accompagna neanche troppo gentilmente alla porta con una minaccia che pare una condanna: “Si ricordi che ho potere di vita e di morte. Potrebbe capitarle una disgrazia”.
Prossimamente, invece, a trovarsi nei guai potrebbe essere proprio lei. Per i suoi stessi colli, infatti, da anni si aggira Luigi Rapetti, un personaggio a metà strada tra il rabdomante e il ghostbuster. È uno dei pochi che parlano di stregoneria senza pudore o paura, le sue esternazioni sull’argomento sono un fiume in piena, come si addice a un vero esperto, e vanno ben oltre l’esistenza nell’alessandrino di masche e settimine: “Questo è uno dei centri in cui si concentrano i massimi influssi negativi. Il male si irradia dal monte Musinè, in provincia di Torino, e viene convogliato in questa zona dalle centinaia di persone che lo evocano. Questa terra è fertile, oltre che di viti, anche di riti satanici. Uomini e donne, incappucciati, si danno appuntamento ai margini della città, in qualche vecchio cimitero, e lì evocano le forze del male”. Non sono in molti a dargli retta, ma quello che è certo è che nell’alessandrino si sono verificati, negli ultimi tempi, molti ritrovamenti di candele e oggetti di vario tipo (comprese alcune ampolle piene di sangue mestruale misto a olio), presumibilmente utilizzati per la celebrazione dei riti. Anche la stampa locale, “Il Piccolo” di Alessandria, se n’è interessata a lungo, su pressione di Danilo Arona, giornalista e scrittore esperto della materia, autore del saggio Satana ti vuole, pubblicato da Corbaccio. Ne è nato un vespaio di polemiche, poco gradite soprattutto dall’amministrazione comunale leghista, preoccupata dalle possibili ripercussioni negative sul rilancio turistico della città.
Ma se Luigi R. non può, nonostante i suoi ripetuti appostamenti notturni, fornire molte prove delle sue bizzarre teorie, una spiegazione del perché leggende e superstizioni attecchiscano così bene fra queste colline dovrà pur esserci. Quella più apprezzabile, di matrice storica, ce la fornisce Flavio Ranisi, laureato in filosofia alla Sorbona di Parigi, da decenni studioso di esoterismo nonché proprietario della Bottega del Fantastico, sita, ovviamente, ad Acqui, in piazza della Bollente. “Tra questi vigneti, che producono oltre al tipico Brachetto anche altri eccezionali vini doc, si intrecciano tradizioni pagane e cristiane, culti antichissimi legati alle tradizioni dei Celti, dei Romani (che ne hanno fatto un centro importante, come testimoniano i resti di un imponente acquedotto) e dei Templari (che ai tempi delle Crociate possedevano fortificazioni quasi su ognuno di questi colli). Proprio ai Templari è attribuita una misteriosa fortificazione chiamata La Tinazza, eretta solitaria su un colle che fronteggia il Monte Stregone. Celti, Romani e Crociati hanno costruito, secolo dopo secolo, un substrato culturale adatto alla nascita e alla preservazione di miti e leggende”.
C’è anche un altro elemento utile a comprendere il perché del proliferare di credenze magiche tra queste colline: “Essendo un sito antichissimo, Acqui nasconde sotto l’abitato decine di cimiteri cristiani e paleocristiani”, spiega Lucia Baricola, che indossa la divisa da vigile urbano ma nel tempo libero si diletta con astrologia e spiritismo. “Centinaia di scheletri che non sono mai stati rimossi per non intaccare le fondamenta degli edifici. Ma gli acquesi sono sempre stati coscienti di queste presenze, e per esorcizzare la paura ci hanno costruito su mille leggende”. Arzillo nonostante i suoi ottant’anni, pratico e diretto, anche monsignor Galliano, il parroco della cattedrale, azzarda la sua personale spiegazione: “Nei primi anni del mio sacerdozio, una di queste sedicenti streghe mi confidò che i suoi poteri avevano radici più materiali di quanto non si potesse sospettare: aveva praticato dei fori nel muro che divideva la sala d’aspetto dal suo ‘ufficio’. E da lì ascoltava le conversazioni delle ‘comari’ sue clienti, fingendosi poi onnisciente”.