di Valerio Evangelisti (da Il manifesto del 30 dicembre 2004)

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Nel deserto rovente dell’immaginazione. Un viaggio alla ricerca di una città, o meglio di una civiltà perduta dell’«Oriente misterioso». E’ il pretesto narrativo per Khalulabìd o il sogno dei dieci re, un piccolo capolavoro della letteratura fantastica a firma di Adàn Zzywwurath.

L’autore che si cela dietro il bizzarro pseudonimo di Adàn Zzywwurath ama i pastiches. Ne aveva già dato prova nel suo Il matrimonio del mare e dell’inferno, in pratica una sintesi di tutta la narrativa di genere marinaro, tanto che ogni pagina sprigionava l’odore di dieci libri diversi. Ora ripete l’esperimento con questo Khalulabìd o il sogno dei dieci re (manifestolibri, 2004, pp. 184, € 14,00), solo che dalle pagine si sprigionano non odori ma profumi.
Questa volta siamo dalle parti dell’Oriente Misterioso, tanto misterioso da non esistere nemmeno, e del racconto che unisce avventura ed esplorazione. I lettori più giovani correranno inevitabilmente col pensiero a Indiana Jones; di cui peraltro non manca una citazione abbastanza esplicita. Ma quelli dotati di più anni e memoria penseranno piuttosto agli autori le cui creazioni immaginarie hanno dato forma all’universo di Indiana Jones: Pierre Benoît, per esempio, o Pierre Loti, e altri cultori dell’esotico; fino agli esponenti più oltranzisti di questa tendenza letteraria, capaci di fondare l’esotismo dal “nulla” (in realtà dall’inconscio, di cui il deserto è uno dei simboli) e di dare al miraggio una concretezza capace di ingannare.


Parlo del Lord Dunsany di The Book of Wonder e di H.P. Lovecraft, che se ne fece allievo nei racconti barocchi dedicati alla “sconosciuta Kadath”. Non è un caso se, tra i motori della storia di Khalulabìd, figura un poema maledetto e ancestrale, “Il sogno dei dieci re”, di cui testi posteriori, come la Bibbia e l’Iliade, recano la funesta traccia; nonché una demenziale mitologia appena sussurrata, forse di matrice gnostica, in cui Dio, creato il mondo, se ne è pentito al punto di incarcerarsi da solo, per autopunizione, in un angolo remoto di paradiso.
Ricreare universi fantastici perfettamente coerenti, ricostruirne in dettaglio il linguaggio e le espressioni artistiche, celarne il mistero dietro una sequela di labirinti. E’ la stessa operazione di Tolkien o di Eric R. Eddison (autore del misconosciuto Il serpente Ouroboros), che però Adàn Zzywwurath conduce con la lucidità di un Borges, e dunque con piena padronanza dei meccanismi narrativi capaci di sollecitare la fantasia del lettore. Ecco dunque che riempie il suo romanzo – incentrato sulla città perduta di Ka-Siferejd (per i latini Seforadi), sulla civiltà di Bastra e sul popolo dimenticato dei Sogechi, sprofondato nell’ignominia — di note filologiche, di dissertazioni comparative, di riferimenti bibliografici. E, per colmo di finezza, mescola a tanti rimandi fasulli alcuni ben reali, tanto per imbrogliare meglio le carte.
Il lettore impaziente si chiederà, a questo punto, quale sia la trama di Khalulabìd. Su questo devo rimanere nel vago. E’ la storia — di fonte diaristica, ça va sans dire — di un’esplorazione in pieno deserto, complicata e ricca di sorprese, dell’Atlantide, della Kadath, della Shangri-La del caso. E’ in pratica la descrizione di un puro delirio dalle tinte nette, che risulterà tanto più godibile quanto più il lettore saprà abbandonarvisi. Più che il mistero, conta infatti il gioco intellettuale che autore e lettore intrecciano. Se non si accordano, il primo menerà la danza. Se si accordano, il secondo sarà portato a interrogarsi sull’unico, vero mistero da risolvere: quello dei temi archetipici che popolano segretamente la sua mente, e della capacità della letteratura di riportarli, a tratti, in superficie.
In questo senso, Adàn Zzywwurath è un personaggio davvero diabolico. Operazioni analoghe alla sua le seppe condurre a suo tempo Umberto Eco, ma più sul piano saggistico che su quello letterario. Tolto il primo romanzo, naufragò nelle secche dell’accumulo di rimandi e allusioni, tanto da perdere quasi del tutto la dimensione della narrazione “pura” e il piacere che essa offre. Adàn Zzywwurath, invece, oltre a conoscere quanto Eco la tastiera dello scatenamento delle emozioni, non si limita a descriverla: la usa. Certo, non otterrà facilmente un pubblico di massa. Poco importa. Non credo che il produttore di un cognac da centellinare si aspetti lo stesso target della birra Heineken.
E’ curioso come la narrativa italiana produca solo ora, e non per fenomeno imitativo, i capisaldi che mancarono alla sua edificazione. Tutta la parte fantastica, delirante, avventurosa, sognatrice le fu strappata fin dal primo istante. Condannata al ghetto della letteratura infantile (Salgari, Motta, ecc.) o fulminata dallo spregio dei Croce o dei Prezzolini, persuasi che si trattasse di un genere importato, suggerito da “stati febbrili” adatti allo spirito germanico o inglese ma estranei a quello italiano. Poco importa che qualche eccezione, firmata Verga o Tarchetti, venisse ammessa. Ciò che si discostava da canoni realistici era per sua natura di qualità inferiore. Un bando, reiterato dai fautori del “realismo socialista”, che si protrasse al punto da rendere difficile la vita di Buzzati e da complicare quella di Calvino.
Peggio che peggio quando un narratore si inseriva in un genere specifico, e la sua incursione nel fantastico non era occasionale, bensì programmatica. Non c’era modo più certo di conseguire l’invisibilità assoluta. Di modo che, mentre in tutte le letterature del mondo fiorivano gli esploratori del delirio e dell’inconscio, in Italia non si accettava come pienamente dotato di status culturale che il romanzo detto “neoborghese”, incluse le sue varianti più corrive.
E’ appena da un decennio che la fazione accademica più attenta a ciò che avviene altrove ha cominciato a considerare degna d’interesse la narrativa di stampo non realistico. Mancava però ancora un vendicatore dei torti patiti, un don Diego de la Vega che, sotto la maschera di Zorro, celasse sia una lucida padronanza dei meccanismi del narrare (degna di Borges), sia un’adesione completa e spudorata alla materia fantastica e alle sue virtù evocative (degna di Lord Dunsany).
Questo Zorro è arrivato, nascosto sotto il nome improbabile di Adàn Zzywwurath. Sta vendicando tutta la letteratura fin qui negletta, riproposta in volumi di poche pagine, ma di sincretica ricchezza. Se il lettore saprà farsene ghermire, recupererà tutti i sapori e i profumi che gli sono stati sottratti da un secolo di critica arcigna. Se poi lo farà con mente vigile, scoprendone l’intelaiatura, capirà anche i motivi del furto. Chi sogna in proprio, magari con l’aiuto di un libro, mal si adatta a lasciarsi imporre sogni confezionati per lui da mani disoneste.

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