Viaggio nella narrativa erotica scritta dalle donne
di Chiara Cretella

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Chiamo vergine la donna che ha fatto l’amore con un solo uomo.
Emmanuelle, L’antivergine.

La narrativa delle giovani scrittrici degli ultimi anni sembra essersi attestata su un livello comune di condivisione culturale. Si può partire dalla definizione di «scrittura dell’ombelico», come viene intesa dai Wu Ming ad esempio, che indicano con questa locuzione la letteratura intimistica e non impegnata, tipica espressione della repressione culturale in atto in Italia, e si può approdare alla «scrittura dell’utero» per rubare una definizione a Renato Barilli (1). La fascia di questo genere letterario si allarga a tematiche differenti, ma spesso declinate con l’uso topico della prima persona, ad indicare un luogo di una geografia di pensiero, prima che letterario. Spesso queste scritture femminili privilegiano la forma diaristica.


A questa modalità appartiene il romanzo di Melissa P., Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, Fazi, Roma 2003, pp. 143, € 9,50. La prima impressione del lettore è quella di trovarsi davanti a un testo assolutamente inutile. Non entrerò nel merito della questione della paternità di questo romanzo (2). Chiunque l’abbia scritto non vorrà certo vantarsene. Ma l’operazione è interessante. Il testo è costruito abilmente da una mano esperta del genere rosa. Un chiarissimo collage, per chi ha un minimo di cultura, di scene ripescate da romanzi celebri. Le età di Lulù per la scena di sesso con i due omosessuali e per la relazione con il ragazzo-professore, l’Histoire d’O, per la scena sadica con l’amante adulto, Emmanuelle, per il sesso di gruppo. Il tutto condito con qualche leggenda metropolitana da chat line e con quella che sembra la riscrittura di qualche filmino porno girato in casa, magari messo in internet dal ragazzo geloso che è stato smollato dalla povera ragazza, che viene così sputtanata in tutto il paese. Pochi giorni fa mi parlavano di una ragazza che si è suicidata dopo questo trattamento, che ricorda come modalità di pensiero la stessa dinamica di sfregio fatta con l’acido ai danni delle donne indiane. Del resto, l’Italia è un paese cattolico e perbenista, pruriginoso: va pazzo per le Veline sedicenni e per le ragazzine di Boncompagni, ma poi manderebbe al rogo qualsiasi sospetto di pedofilia. Chi non si accorge dell’operazione mediatica di questi fenomeni è degno di esser preso per il culo.
Bisogna imparare a distinguere le scrittrici dalle Veline.
Anzi, al posto di Veline direi Letterine, che non vuol dire però “donne di lettere”.
Torniamo alla piccola Melissa. Basta guardare la copertina, il cuore, lo specchio, il narcisismo dell’apparenza televisiva, il caso umano alla Costanzosciò, quel cognome, P., messo lì appunto per malignare, e quella locuzione: “100 COLPI” scritto in grande per richiamare l’attenzione sessuale. Quei cento colpi e quel cuore come una risposta implicita. Sei una porca? Compralo. Sei romantica? Compralo lo stesso. Tutto ciò eleva a mille l’attenzione del non lettore. Chiaro, infatti, che il libro si rivolge ai non lettori. I veri lettori non lo comprano, ma poi magari sono costretti a chiederlo in prestito alla nipotina o alla collega d’ufficio e a leggerlo, come ho fatto io, perché non si deve mai stroncare qualcosa senza documentarsi. Il linguaggio usato poi, è quasi una scelta d’avanguardia non voluta. Scene soft-porno declamate con uno stile alla Harmony, il cui effetto parodico è devastante, almeno per chi ha la coscienza critica di apprezzarlo. Mi hanno detto che forse sarà l’eterea protagonista di Elisa di Rivombrosa a interpretare Melissa P. sugli schermi. Dopo aver commosso milioni di italiani interpretando eroine romantiche, se non sbaglio anche una Lucia manzoniana, eccola convertirsi in Lolita siciliana. È la perfetta parabola della femmina italiana, suora, moglie e poi puttana. Non c’è scampo alle categorizzazioni del maschio.
Oggi nessuno si ricorda del romanzo di Lara Cardella, Volevo i pantaloni, Mondadori, Milano 1994, € 8,40 arrivato in dieci anni alla trentesima edizione. Ma che fine ha fatto questa ormai non più giovane fanciulla che successivamente si candidò con Forza Italia e che ha scritto ben sei romanzi dopo l’esordio? Sepolta nel più completo anonimato. Ogni dieci anni quindi, ecco che si tira fuori dal cappello la ragazza siciliana alla Malena, che ancora infiamma i sogni perbenisti dell’Italia del terzo millennio. Anche per la diffusione capillare di un messaggio di differenzialismo femminile, laddove si riesca a superare il muro della vendita di poche migliaia di copie, si deve purtroppo fare i conti con una banalizzazione del linguaggio e dei temi, scaduti nel folklorico (3).
Ma ci sono alcune pregevoli eccezioni, come il romanzo di Elena Stancanelli, Benzina, Einaudi, Torino 1996 e 2002, pp. 156, € 7,23. Esordio delicato, Benzina è una storia sospesa in un surrealismo metropolitano. Lenni e Stella, novelle Thelma & Louise all’italiana, percorrono un iter circolare in cui incontrano figure allegoriche e soggetti della fauna urbana, fino alla ricomposizione personalissima della storia di un amore e di un incrocio di sguardi sul mondo. L’incontro/scontro con la madre di Lenni, un cadavere parlante che diviene una sorta di angelo custode della vicenda, è quello che ribalta la semplice narrazione lineare del romanzo tradizionale in un suggestivo sguardo dall’alto/basso, dalla decomposizione corporea alla onniscienza satellitare verso la sorte delle sue carnefici. La lingua, che non cede al lirismo poetico ma si nutre di un minimalismo estremo che diviene nudità della parola-testo, è una lingua veloce, che corre alla sua conclusione inglobando la trama nell’essenza stessa del suo dispiegarsi. L’incrocio di tre punti di vista che aggiornano e completano gli avvenimenti creano nel lettore un apparente disorientamento, visto che tutto concorre a portarlo verso un’empatia profonda con l’amore non convenzionale tra queste due ragazze-donne alla ricerca di una propria evasione impossibile, riconfigurata, nella chiusa del romanzo, in una liberazione che ha tutti i toni del diritto all’autocoscienza.
Passiamo alla Francia. Il romanzo di Virginie Despentes, Scopami, Torino, Einaudi, 1999. pp. 203, € 7,00 (ma la prima edizione francese è del 1996), fece scandalo qualche anno fa prima di tutto per il titolo. Chi non ha sognato di entrare in libreria e chiedere al libraio: «Scopami»? Il romanzo è diventato ben presto un tormentone anche in Italia, grazie anche ad un film orrendo i cui dialoghi sono stati curati da Simona Vinci. La storia è sempre quella, due giovani ragazze cominciano una fuga alla Thelma & Louise ammazzando sulla loro strada tutti quelli che incontrano. In questo viaggio non c’è nulla d’interessante che ci dica: vediamo almeno come andrà a finire. Si continua perlomeno per cercare di capire se queste tipe hanno letto la Solanas. Ebbene no, è tutto senza senso. E lo stile che vorrebbe essere dirompente e cattivo è invece solo noioso. Anche le donne possono essere dure, sembra dire il testo, ma solo adottando schemi maschili.
Invece la spagnola Alina Reyes, Il macellaio, Guanda, Parma, 1993, pp. 80, € 8,26, (ma la prima edizione italiana è del 1989), è riuscita, in un agile libretto, ad affrescare il mondo interiore di una giovane fanciulla alla scoperta del sesso. Una grazia ed una levità tutta particolare, che confina con la pura poesia. Nonostante il grande successo di pubblico, l’orrida versione filmica della Parietti e qualche ammiccamento testuale un po’ sanguinolento, il tema erotico della carne cela l’attrazione-repulsione per la morte, e le sue implicazioni simboliche (4). Nella lotta/scontro con l’altro, l’individualità prigioniera si libera e si apre un taglio verso le profondità del desiderio e della mente. Splendida la chiusa del romanzo, la passeggiata a quattro zampe sul ciglio della strada, la scoperta dell’universo piccolo e derelitto della border-line, la conquista di una coscienza critica della sensualità che passa attraverso la speculazione del pensiero. Ed è questo l’unico erotismo che m’interessa, quello che riesce a creare analogie che vanno al di là del reale, per costruire nuovi ponti con cui attraversare inesplorate ricerche di senso.
In più l’erotismo femminile indaga il tema della formazione dell’identità, che è uno strumento efficace per risalire alla specificità delle donne, e ai problemi legati alla differenza di genere: «Ed è qui che la ragazza capisce – lei è una delle tante, la più brutta o forse la più bella – che è nell’occhio dell’uomo che la donna fonda la percezione di sé. È una scoperta terrificante – tocca fino in fondo la più antica memoria di come si è formata la sua identità: nella dipendenza dal desiderio dell’uomo» (5).
È proprio per assecondare questo desiderio che la donna, nella ricerca di un percorso di iniziazione erotica, incontra l’“altra”, l’innominata, il sé corporeo smosso per contrasto, attraverso una lotta di assuefazione alla dipendenza psico-fisica, al masochismo, al concetto di ruolo. Questa parte sommersa che emerge è la sostanza prima del senso e la sua evocazione letteraria riempie la scrittura di materia e di materia grigia, in un’unione che diviene surreale, nel senso di un surplus di realtà elaborata come piena compenetrazione del sé con l’altro, del fuori da sé e del dentro il sé, del passato e del presente. L’eros, come l’arte, è espressione di un trabbocamento di vita, un eccesso di libido che si scarica nella fusione con l’altro, sia esso carta, tela, marmo. Ma proprio perché l’Eros è in se stesso vita, creazione, funzione preminentemente riproduttiva, ha una marcia in più rispetto alle speculazioni di pensiero che indagano la creazione. L’eros è creazione in atto. Assistere quindi al suo dispiegamento è specchiarsi in un processo di conoscenza ontologica, attraverso la filogenesi storica del corpo. Come una lingua antica, la lingua materna, la lingua della dea madre (6), la bocca impara l’indagine sul mondo, interpretando, baudelarianamente, i simboli della natura inverata nella sincronica lettura e declamazione del proprio tempio vitale, quello che Courbet chiamava, in un trabboccante e lirico realismo, “l’origine del mondo”.
Sono i “gioielli indiscreti” della donna che iniziano rumorosamente a parlare, liberi finalmente da odiose cinture di castità e congiure del silenzio. La donna cerca di superare l’autoriduzione insita nel suo senso di inferiorità intellettuale (7), liberandosi anche dalla lingua corrente, contaminata dal colonialismo corporeo del maschio.
È anche vero che i classici della letteratura omosessuale maschile sono molto vicini alle tematiche e al metodo d’indagine della letteratura femminile. È una scoperta che dopo anni di studio mi ha sorpreso come un’intuizione. Ho visto Wilde dare la mano a Colette, Forster chiacchierare con Edith Wharton. Forse perché i due fenomeni sono emersi socialmente nello stesso periodo, o forse perché tra le minoranze letterarie si trovano per forza delle somiglianze. Entrambe le categorie, le adultere e gli omosessuali sono state nei secoli punite con leggi ugualmente dure. Solo che le donne, superato il tabù del proprio esporsi sociale, hanno ancora il grande problema dell’aspettativa familiare e del giudizio maschile. I vecchi andanti per cui le donne devono essere eterosessuali, lasciarsi inseminare e fare le madri.

1) Espressione sprezzante ma indicativa del maschilismo accademico imperante, usata a commento dei testi femminili presentati alla convention Ricercare 2003. Laboratorio di nuove scritture, che si è tenuta a Reggio Emilia il 24, 25, 26 ottobre 2003. Per una sintesi delle giornate e una lettura dei lavori presentati si veda L’Immaginazione, n. 203, dicembre 2003, Lecce, Manni.
2) «Ma quale diario? Ma quale scrittrice quindicenne! Soltanto un raccontino, secondo me, confezionato a tavolino da altri che una minorenne, tagliato per lettori semi-impotenti e segaioli ai quali forse non bastano più i culi, le tette siliconate che riempiono le pagine patinate, comprese quelle degli ex-giornali “Espresso” e “Panorama”». Marcello Baraghini, Da Malcolm X a Melissa P, Fonte: http://www.stampalternativa.it/.
3) Così mi sono spiegata l’immensa popolarità di un testo come quello di Eve Ensler, Monologhi della vagina, Milano, Tropea, 2000.
4) Il controcanto lirico di questo romanzo potrebbe essere il recente poemetto di Ivano Ferrari, Macello, Torino, Einaudi, 2004, pp. 88, € 11,00. La raccolta indaga il tema della carne morta, dell’omicidio/sacrificio animale/uomo. Il “macello” è il risultato filosofico del pensiero del “macellaio”, l’uno non esiste senza l’altro, entrambi si muovono sulla lama sottile di un coltello che viviseziona l’atrocità del mondo.
5) Femminismo: tra denuncia e progettazione, di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, Introduzione al volume La poesia femminista, Roma, Savelli, 1974, pp. 17-18.
6) Questa scoperta della lingua madre è come un atavico riannodarsi di fili che la scrittura femminile tesse attraverso la relazione del sé col mondo e delle donne con le altre donne: «Lavoro il filo/per la necessità di abitare il mio corpo/in un punto interiore/da cui tessere un ordine preciso:/espressione organica/poema camminabile/trappola per chi non sa leggere/l’origine e l’orizzonte del segno». Anna Maria Farabbi, La tela, in La tela di Penelope, Faloppio, LietoColle, 2003, p. 3.
7) Sull’ipotesi dell’autolimitazione espressiva femminile vedasi: Simone De Beauvoir, La donna e la creatività, a cura di Tiziana Villani, Milano, Eterotopia, 2001, pp. 80, € 8,50.

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