di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00. 

Gli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario. La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.1 Affermazione che, però, deve fare i conti con un altro assunto che l’autore esprime a proposito di questa branca del sapere: “il suo è esplicitamente il punto di vista dell’egemone, l’universalismo del dominio”.2
È a partire da questa polarità che si dipana il nuovo libro di Sciortino dedicato alla contestualizzazione storica e all’attualizzazione dell’opera dell’inglese Mackinder, padre nobile della geopolitica, di cui viene pubblicato, nel medesimo volume, il seminale saggio del 1904 intitolato, appunto, Il perno geografico della storia. Sciortino mette in evidenza quella che potremmo considerare una delle principali virtù di questa scienza triste: “La Geopolitica non nasconde la natura antagonistica del sistema mondiale […] di contro all’ipocrita universalismo propinato nelle accademie e dai media”.3 Tutto ciò rappresenta uno choc per la generazione cresciuta in Occidente nella fase ascendente della globalizzazione che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava aver lasciato spazio solo all’“interventismo umanitario” di un egemone “benigno”, assegnando alla liberal-democrazia il ruolo di cornice politica insuperabile del presente anche per i movimenti radicali orfani della lotta tra classi.
Ben venga, possiamo dunque commentare, la riscoperta del marxiano “lato cattivo” capace di produrre “il movimento che fa la storia, determinando la lotta”. Una lotta che ha come scenario necessario il mondo intero perché, come sostiene Sciortino, lo spazio analizzato dalla geopolitica corrisponde a un sistema internazionale plasmato dall’affermarsi della legge del valore sul mercato mondiale capitalistico. O, per dirla altrimenti, la geopolitica, sin dalla sua nascita, prova “a individuare le linee di fondo relativamente invarianti all’opera nel sistema internazionale nell’epoca del pieno sviluppo del sistema capitalistico mondiale, ovvero dello stadio imperialista di leniniana memoria”.4

Questo significa che possiamo fare affidamento su una geopolitica critica a fini rivoluzionari? Non è questa l’opzione di Sciortino che sostiene la necessità di una critica della geopolitica similmente a quanto fece Marx con la critica dell’economia politica, cosa ben diversa da un’economia critica dall’esito fatalmente riformistico. La geopolitica, al pari della scienza triste dissezionata dall’autore de Il capitale,  ha infatti un contenuto oggettivo, un nucleo razionale, ma esso è inscindibile dal suo lato propriamente ideologico e per questo la sua verità ci viene restituita come riflesso deformato dalle rappresentazioni dominanti. Una geopolitica critica, possiamo commentare pensando di cogliere lo spirito del testo, può portare al massimo a un esito “campista” che assume come soli attori rilevanti gli Stati, mettendo in secondo piano rapporti di classe e conflitti sociali al loro interno, per potersi schierare senza troppi scrupoli dalla parte del blocco presuntamente antimperialista. Insomma, l’immagine che ci viene restituita dalla geopolitica critica rischia di rivelarsi solo il negativo della fotografia scatta da quella classica, senza mettere in discussione i presupposti del suo schema teorico di fondo.  

E allora vediamo in breve questo schema 

elaborato e perfezionato nell’arco di un quarantennio, da Mackinder in poi, che emerso per l’intento di salvaguardia dell’Impero Britannico ha poi fatto da base per la strategia statunitense del Contenimento durante l’intero arco della Guerra Fredda e serve, oggi, da inquadramento dello scontro che si è aperto con la Cina (e nuovamente con la Russia).5

Il modello teorico della geopolitica è semplice, a rischio di diventare riduzionistico, ma proprio per questo potente, sostiene Sciortino. La sua aspirazione a diventare scienza generale accosta l’impostazione di Mackinder al positivismo sociologico di Comte, mentre la sua visione conflittuale del mondo rimanda al socialdarwinismo dell’epoca, trasportato sul piano della lotta tra nazioni. Una lotta che nella modernità, dopo la scoperta delle Americhe, si esplica nella antitesi decisiva tra potenze marittime e potenze terrestri sostituendo quella millenaria tra popolazioni nomadi e sedentarie.
La conseguenza più rilevante è l’inversione delle relazioni di forza tra Europa e Asia grazie all’emergere della forza navale quale fattore di potenza militare ed economica. L’Europa non risulta più subordinata all’Asia in quanto suo bordo o promontorio, sottoposta alla ripetuta pressione delle popolazioni nomadi che, grazie alla loro mobilità a cavallo, invadono a più riprese il Vecchio Continente. Le potenza asiatica può e deve essere circondata dalle potenze talassocratiche. In uno spazio divenuto unico e interconnesso, infatti, la potenza marittima egemone non può limitarsi alla difesa di una delimitata sfera di influenza poiché la sua area geopolitica di interesse è diventato il mondo intero. E lo stesso vale per la potenza terrestre, limitata nella sua espansione dalla pressione proveniente dai suoi margini.

Tutto ciò si basa su un intreccio tra elementi di natura geografica e storico-sociale. Il punto di partenza è l’esistenza dell’Heartland, la parte centrale e settentrionale della massa euroasiatica: si tratta della pianura più vasta del globo, attraversata da lunghi fiumi senza sbocco nei mari oceanici, che offre condizioni favorevoli alla mobilità terrestre verso le zone occidentali mentre è al riparo da interventi delle potenze marittime.
Trasportando questi elementi geografici nell’ambito delle relazioni internazionali, emerge il concetto strategico di Regione Perno, estesa dall’Asia centrale ai bordi dell’Est Europa. Si tratta in sostanza della Russia che può rafforzare la sua storica proiezione verso i suoi margini occidentali grazie alle moderne condizioni di mobilità della potenza economica e militare. Le ferrovie sostituiscono le capacità di spostamento in passato assicurate dai cavalli.
Attorno alla Heartland, secondo Mackinder, abbiamo le terre marginali costituite da due mezze lune: la prima è quella interna, una fascia che comprende Germania, Austria, Turchia, India e Cina; la seconda è quella esterna, comprensiva di Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia. La prima fascia, area di drenaggio oceanico e di fiumi navigabili, è accessibile alle potenze marittime collocate nella mezzaluna esterna, con un arco di isole che fa da base alla loro forza navale e commerciale data la sua inaccessibilità alle potenze eurasiatiche. È da qui che l’impero britannico ha costruito una rete o collana di basi commerciali e militari, periferiche o insulari.
Nicholas John Spykman, olandese naturalizzato statunitense, riprende l’idea di Heartland, ma assegna maggiore importanza alle “terre marginali” mackinderiane. Il nuovo nome assegnato a queste aree, il Rimland, è la conseguenza di una riformulazione concettuale che porta alla definizione di una fascia geografica continua collocata attorno alla massa eurasiatica, estesa dall’Europa occidentale fino al Giappone, passando per Medio Oriente, subcontinente indiano, Cina e Corea. Questa area marittima periferica sarà proprio quella presidiata dagli Stati Uniti nel dopoguerra, costruendo una collana di basi navali e approntando una rete di alleanze in funzione del contenimento dell’URSS. Il capolavoro della politica statunitense nel secondo dopoguerra, sostiene Sciortino, sarà quello di integrare le potenze sconfitte in questo quadro strategico, inserendole al contempo in un meccanismo di accumulazione economica in grado di lasciarsi alle spalle gli spettri del ‘29.

Nel Novecento, di conseguenza, la dinamica rivoluzionaria su scala mondiale è stata costretta nell’Heartland economicamente arretrato, privo di un retroterra coloniale utile per l’accumulazione originaria o, addirittura, ridotto a semicolonia come nel caso cinese. Questo processo storico dimostra che “anche la rivoluzione sociale si dà per grandi campi geografici e fasi storiche con relativi contenuti economici e sociali”.6 E il contenuto, in questo contesto, è rappresentato dal compito oggettivamente rivoluzionario di costruire il socialismo in un solo Paese, cioè di industrializzare l’Unione Sovietica. Un compito che, precisa Sciortino a scanso di equivoci, ha significato tendere verso il capitalismo anche in assenza di una classe borghese degna di questo nome, passando attraverso una fase di relativa chiusura al mercato mondiale.
Generalizzando il discorso, i nuovi centri di accumulazione capitalistica “nazionalcomunisti” e anti-coloniali, restano espressione di un sottosuolo in fermento costituito da strati contadini in cerca di terra, masse proletarie sfruttate ma non disposte a sottomettersi a centrali estere e stratificazioni borghesi insofferenti del passato. Ma ogni volta che la modernizzazione di queste aree giungeva al punto di richiedere l’apertura nei confronti del mercato mondiale, superando l’illusione dell’autarchia, sono fatalmente arrivati gli artigli rapaci dei centri dominanti dell’imperialismo occidentale esigendo sottomissione economica e politica.

Le cose, però, cambiano decisamente a partire dalla crisi globale del 2007-2008 che ha il suo epicentro proprio nell’economia statunitense. Comincia a incrinarsi l’asse che ha retto la globalizzazione economica attraverso l’integrazione asimmetrica della Cina nel mercato mondiale a guida statunitense. Pechino inizia a cercare un percorso economico meno dipendente dall’Occidente, capace di assicurare maggiori ritorni in termini di valore catturato lungo le catene internazionalizzate della produzione. Allargando lo sguardo, gli USA e i loro alleati non hanno potuto evitare lo sviluppo di centri di accumulazione extra-occidentali, fecondati proprio dalle precedenti ondate rivoluzionarie modernizzatrici.
Non li hanno visti arrivare, verrebbe da commentare, perché i capitali egemoni sono stati obnubilati dalla loro insaziabile brama di profitto che ritenevano di poter saziare senza più limiti, proiettandosi su uno spazio globale che si illudevano fosse diventato definitivamente liscio e privo di barriere; perché le potenze occidentali sono state accecate dalla hybris derivante dalla vittoria sull’Unione Sovietica e dalla presunta fine della storia che la sconfitta del loro nemico storico pensavano potesse significare. E invece la storia è andata avanti producendo, in termini mackinderiani, una nuova potenziale Regione Pivot che, per la collocazione geografica e il ruolo geoeconomico, assomma le caratteristiche dello Heartland e della Periferia Marittima. La Cina, insomma, è diventata una potenza in grado sia di difendersi sia di proiettare la propria forza economica e militare verso l’Oceano ben più di quanto non abbiano mai potuto fare la Russia/Urss o la Germania nella prima metà del 900.

Si aggiunga che un’alleanza effettiva tra Russia e Cina è, attualmente, assai più fattibile di quanto lo sia mai stata quella tra Russia e Germania nel Novecento, vero spauracchio della geopolitica occidentale fin dalla sua nascita perché una simile coalizione avrebbe rappresentato un rafforzamento decisivo delle potenze continentali capace di ostacolare efficacemente l’egemonia talassocratica. Questo fantasma, capace di proiettare le sue ombre fino ai giorni nostri,  può spiegare, almeno in parte, l’allargamento ad Est della Nato, antefatto della guerra tra Ucraina e Russia che ha portato alla rescissione di ogni legame economico e politico tra quest’ultima e la Germania. Non a caso, già nel 1919, Mackinder proponeva di rafforzare una “fascia mediana di stati” est europei, che comprendeva anche una Grande Ucraina, come zona cuscinetto per separare Germania e Russia.

Tutto ciò significa che abbiamo trovato un nuovo stato guida che potrà finalmente sostituire l’URSS nell’indicarci la via verso il sol dell’avvenir? Non proprio, stando a quanto sostiene Sciortino. Innanzi tutto, la Cina e gli altri Paesi Brics, per quanto in contrasto con la potenza egemone e con tutte le loro specificità rispetto al modello economico-finanziario occidentale, rappresentano pur sempre dei centri di accumulazione capitalistica. In secondo luogo, esiste oramai un profondo intreccio geoeconomico tra produzioni cinesi e investimenti statunitensi. È senz’altro vero che è in corso un processo di parziale decoupling ma, data la fitta trama di rapporti tra le economie dei due Paesi, questo disaccoppiamento, per quanto limitato, non potrà avvenire in modo indolore. A complicare il quadro c’è il fatto che la globalizzazione sta diventando per gli USA una camicia di forza, con minori ritorni e gravi ricadute sociali interne e internazionali rispetto a un recente passato, con la conseguente difficoltà di conciliare la Grand Strategy geopolitica statunitense con il sostegno all’accumulazione capitalistica su scala globale. In questo contesto, per quanto il bilancio delle forze stia mutando, i nuovi centri di accumulazione mondiale non sono in grado di soverchiare il centro egemone. 

Gli attori statali meno forti non possono imporsi ma resistendo – e a condizione misura che lo facciano effettivamente – contribuirebbero alla rottura dell’ordine mondiale dollarocentrico e dunque alla rimessa in discussione degli assetti interstatali e di classe.7

Se è vero che la vittoria della democrazia occidentale imperialista nei primi due conflitti mondiali ha obiettivamente allontanato la possibilità di una rivoluzione comunista, come sostiene l’autore incurante di infrangere feticci democratici e idoli terzinternazionalisti, 

la condizione fondamentale per l’innesco di una possibile dinamica rivoluzionaria è dunque la débacle interna e internazionale degli Stati Uniti “volano dell’inerzia storica paurosa del sistema e del modo di produzione del capitale”.8

Dunque, per le sorti della lotta di classe l’esito dello scontro intercapitalistico non è affatto indifferente. L’opzione più propizia, secondo Sciortino, è quella che vede “intaccare ed erodere l’anello più forte e quindi decisivo della catena imperialista”.9 Ma questo non può e non deve significare la sostituzione di una potenza egemone con un’altra, magari più benigna. Chi auspica questo esito si sta in realtà affidando a una sorta di “transustanziazione della lotta di classe sul piano dei rapporti fra Stati”.10 In questi termini Karl Korsch, in uno scritto del 1943 citato da Sciortino, ha descritto il significato della geopolitica tedesca che si era sviluppata tra le due guerre mondiali reinterpretando quella anglosassone. Si trattava, secondo il marxista tedesco, del disperato tentativo di un Paese newcomer come la Germania di risolvere i problemi rivoluzionari con altri mezzi: il tentativo, in altre parole, di evitare la rivoluzione a casa propria “attraverso il cataclisma della controrivoluzione mondiale”.11
Difficilmente oggi potremmo identificare la Cina e gli altri Brics, i newcomer della nostra epoca, con la controrivoluzione mondiale, anche alla luce della torsione sempre più autoritaria, sperequativa e predatoria della politica degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Ancora oggi, però, possiamo collocare la geopolitica nel cuore del nesso tra rivoluzione e controrivoluzione, come faceva Korsch. A patto, è utile ribadirlo in conclusione, di non confondere le strategie geopolitiche con la lotta di classe. Perché le prime rimangono sempre l’espressione del dominio, mentre la seconda è l’arma di chi vuole liberarsi da oppressione e sfruttamento. 


  1. Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, p. 58. 

  2. Ivi, p.18. 

  3. Ivi, p.18. 

  4. Ivi, p. 15. 

  5. Ivi, p. 16. 

  6. Ivi, p. 59. 

  7. Ivi, p. 62. 

  8. Ivi, p. 61. Il testo tra virgolette è una citazione di A. Bordiga, I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Il Programma Comunista, 20, 1953. 

  9. Ivi, p. 62. 

  10. K. Korsch, A Historical View of Geopolitics, cit. in R. Sciortino, Geopolitica e rivoluzione, p. 53, nota. 

  11. K. Korsch, ibidem.