di Emanuela Cocco
Ruth Rendell, La morte non sa leggere, trad. di Marina Clavaresi, 66thand2nd, 2026, pp. 240, € 19.
“Una pietra che respirava. Ecco cos’era, ed era sempre stata, Eunice.”
Il segreto che rende deforme Eunice Parchman, la protagonista di questa storia, ci viene svelato nella prima riga del romanzo. La morte non sa leggere di Ruth Rendell, appena ripubblicato da 66thand2nd, 2026 con la traduzione di Marina Clavaresi è una storia nerissima, piena di morte e mistero, che inizia con la sua completa risoluzione. Tutto è già accaduto, tutto è stato svelato: il nome dei colpevoli, le vittime, un movente che però non sembra comprensibile, la ragione inesplicabile che ha portato a un orrendo fatto di sangue. Eunice, la domestica analfabeta di una famiglia colta e di ottima estrazione sociale, ha commesso una strage, perché non sapeva leggere, perché non sapeva scrivere, ci informa il narratore, ma in questa storia, aggiunge, c’è molto di più.
Per Eunice Parchman e anche per i diretti interessati, fu una iattura che i suoi datori di lavoro, sotto il cui tetto aveva vissuto per dieci mesi, fossero gente di particolare cultura. Se fosse stata una famiglia di zoticoni, forse oggi sarebbero ancora vivi, e lei svincolata nella sua libertà oscura e misteriosa fatta di sensazioni, pulsioni e assenza totale di parole scritte.
Al centro del romanzo c’è il movente del massacro, l’oscuro perché, oggetto privilegiato delle storie investigative, che qui si presenta come motivazione scivolosa e inafferrabile proprio in virtù della sua evidenza. La correlazione tra i fatti è sfuggente. Come si legano il sangue e le ingiurie con l’analfabetismo dell’assassina e con la furia demolitrice della sua complice? Il perché di questa storia, di tutte queste morti, non è un perché fattuale, non è un movente che può essere circoscritto in una frase, del resto in questo romanzo, che non appartiene alla serie più tradizionale che hanno per protagonista l’ispettore capo Reginald Wexford, Ruth Rendell cambia completamente il suo approccio alla storia, e decide, come anche in altri romanzi memorabili quali Paura di uccidere o La bambola che uccide, di concentrarsi sul mistero dell’identità e delle motivazioni individuali, lì dove i nessi causa ed effetto si allentano, lasciando spazio a ossessioni e inquietanti proiezioni della mente che poi sfociano in una violenza inarrestabile.
Lowfield Hall traboccava di libri. Le sembrava che ce ne fossero tanti quanti nella biblioteca di Tooting, dove era entrata una volta, e una soltanto, per restituire in ritardo un romanzo preso in prestito dalla signora Samson. Ai suoi occhi erano solo piccole scatole piatte, piene di mistero e minaccia.
La morte non sa leggere è l’incubo di una donna che sente di non avere posto tra gli esseri umani, una donna in perenne esilio, bandita dalla società a causa di quello che lei avverte essere non un limite ma una deformazione ignominiosa. L’analfabetismo, del quale Eunice non ha colpa, è il suo crimine e il suo segreto, Eunice lo cela dentro di sé come un orribile misfatto, se ne vergogna, ne prova paura ed è disposta a tutto pur di mantenerlo sepolto, celato agli occhi di una comunità di uomini e donne alla quale sente di non appartenere. Da una parte c’è lei, Eunice, la donna un tempo bambina, mai amata, mai veramente accolta in seno alla sua famiglia, trattata come una semplice risorsa, come una macchina nata per accudire, abusata nel modo indegno e silenzioso del disamore, della noncuranza che si consuma all’interno di tante famiglie all’apparenza normali. Dall’altra parte del muro ci sono loro, gli altri, capaci di vedere l’altro e di essere visti, altri che possiedono gli sguardi amorevoli, gli abbracci e le parole scritte, altri che non potendo essere visti da lei come amici, alleati, o anche come simili compagni di viaggio, divntano in modo automatico nemici, una minaccia dalla quale difendersi, oppure le vittime contro le quali infuriare.
C’erano libri sui comodini, riviste e giornali nelle ceste apposite. I Coverdale leggevano a qualsiasi ora del giorno. E Eunice aveva come la sensazione che lo facessero a mo’ di provocazione, visto che nessuno, neppure un professorone, poteva ammazzarsi così tanto di lettura per puro piacere.
L’amore, che per esistere deve essere pensato attraverso le parole ed è nelle parole che si incarna, che viaggia all’interno di questa famiglia attraverso le letture condivise, le frasi gentili, le riviste sfogliate, i libri letti, i bigliettini sui quali i membri di questa famiglia, ignara del pericolo, annotano istruzioni per la loro domestica analfabeta, l’amore fatto di caratteri scritti a penna o stampati, è anche la miccia che fa divampare la furia di Eunice fino a farle incenerire tutto, alla ricerca di una pace innaturale, di una compostezza agghiacciante che non è dei vivi, e non è degli umani, ma degli esseri inanimati.
La morte non sa leggere è la magistrale storia di come si diventa di pietra, di come, in quanto pietra, si finisce per usare se stessi per colpire l’altro, quell’altro che non sappiamo avvicinare, lo stesso che a sua volta non sa accerchiare la nostra resistenza a ogni tipo di contatto, non sa fare altro che accertare come sia immutabile la nostra consistenza dura e inanimata.
Come ogni processo di pietrificazione esistenziale anche quello di Eunice Parchman, la protagonista, potrebbe essere reversibile, ma Eunice, scarsa di immaginazione e così a lungo raggelata dalla paura da essere incapace anche solo di ipotizzare un cambiamento, non lo sospetta neppure. Ruth Rendell è bravissima a scegliere per questa donna, così ossessionata dal terribile segreto dell’analfabetismo, la peggiore famiglia possibile. Dei colti e ben disposti privilegiati che, almeno all’inizio, tentano goffamente di farla sentire parte della famiglia, senza capire che proprio la loro natura di “gente cresciuta dritta”, come direbbe Theodor Fontane, offende in lei cioè che è guasto, deforme, fino a farlo urlare e infuriare.
Con La morte non sa leggere Ruth Rendell ci regala il ritratto di un’assassina selvaggia e quello di una vittima predestinata che sono la stessa sgradevole donna: la feroce, inerme, indimenticabile Eunice Parchman.



