di Sandro Moiso

China Miéville, OTTOBRE. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti 2017, pp. 416, € 19,00

Voglio chiudere questo centenario di scarse e, ancor più, confuse celebrazioni parlando di uno dei pochi testi originali ed interessanti pubblicati dall’editoria italiana nel corso dell’anno tra quelli dedicati alla ricostruzione degli avvenimenti che condussero alla Rivoluzione di Ottobre. Non a caso il testo proviene dal mondo anglo-sassone la cui tradizione storiografica, nel corso degli anni, ha continuato a dedicare grande attenzione ad uno degli episodi destinati a fondare il ‘900 e il suo immaginario sociale, culturale e politico.

Forse per questo motivo, il testo non è opera di uno storico tradizionale e non è figlio soltanto di un impegno militante, ma proviene dalla penna di uno dei più importanti autori di letteratura dark fantasy e SF degli ultimi anni: China Miéville (Londra 1972). Vincitore di numerosi e prestigiosi premi letterari in ambito fantascientifico e horror ( premio Bram Stoker nel 1999; premi Arthur C. Clarke e British Fantasy per il 2001; International Horror Guild e ancora Bram Stoker per il 2003; premi Arthur C. Clarke e Locus per il 2005; premio Locus per il 2008; poi ancora vincitore dei premi Locus, Arthur C. Clarke, British Science Fiction e World Fantasy in anni successivi e infine finalista per il premio Hugo 2012 nella categoria Miglior romanzo), lo scrittore è stato e rimane però ancora militante della sinistra radicale inglese.

Queste due passioni l’hanno portato a ideare una letteratura visionaria che, soprattutto nella trilogia della città di New Crobuzon (Perdido Street Station, La città delle navi e Il treno degli Dei),1 mescola al suo interno socialismo utopico, aspetti steampunk, lotta di classe, rivoluzione sociale, orrori di sapore lovecraftiano, scienze magiche, creature aliene e avventura. Generando una sorta di anticipazione distopica di un mondo che assomiglia fin troppo al passato dell’industrializzazione e delle rivolte dell’Occidente a cavallo tra Otto e Novecento.

Sarà per questo motivo che China Miéville, pur lavorando su testi tratti sia dalla storiografia classica sull’evento quanto da quella degli ultimi decenni (sono una sessantina in tutto quelli elencati nella bibliografia), andando dalle opere di Edward Carr, Reed e Trockij a quelli ancora inediti in Italia di Ian D. Thatcher, Sarah Badcock e Lars T. Lih, solo per citarne alcuni, è riuscito a dare una ricostruzione estremamente originale, dinamica e interessante di un periodo storico su cui molti credono, ingiustamente, che non ci sia più nulla da dire o scrivere.

Molto vicino, nello sguardo e nella prospettiva, a Victor Serge, l’autore ricostruisce i fatti in dieci capitoli dedicati il primo a ricostruire La preistoria del 1917 (ovvero un sunto degli avvenimenti che condurranno alla Rivoluzione, dalla fondazione di Pietrogrado nel 1703 alla prima rivoluzione del 1905 e fino al disastro della partecipazione zarista al primo conflitto mondiale e alla morte di Rasputin) e gli altri nove ognuno ad un mese di quell’anno fatale per le sorti della Russia e del mondo, tra il Febbraio e l’Ottobre.

Il punto di vista è immediatamente chiaro al lettore: radicale e dal basso, senza inutili geremiadi sul bene o sul male rappresentato da quell’evento e, soprattutto, senza soffermarsi troppo sui meriti e demeriti dei grandi protagonisti, da un parte o dall’altra della barricata.
Ciò che conta è ciò che viene dal basso e chi sono quelli (soldati e operai, donne e contadini) che spingono avanti la Rivoluzione. Ancor prima che questa si imponga chiaramente nella testa di coloro che poi pretenderanno di averla guidata fin dagli inizi.

Il testo lo afferma chiaramente fin dalle pagine del primo capitolo: Quello che porrà fine al regime russo sorgerà dal basso. (pag. 54) Così, invece di dilungarsi troppo sulle storie dei partiti e dei presunti demiurghi dell’evento, l’autore porterà subito in scena i soldati, gli operai e le operaie di Pietrogrado con i loro desideri, le loro richieste concrete, le loro speranze di riscatto e di rispetto, il loro immaginario.

Un immaginario politico che non è fatto soltanto di slogan partitici e dibattiti ideologici, ma che è suggerito ed esaltato dalle dure condizioni della guerra e del lavoro. In una città che all’epoca , con i suoi due milioni e mezzo di abitanti e quasi mezzo milione di operai, era la più grande città industriale del mondo. Più di Detroit in cui pur già stava esplodendo l’industria dell’automobile.
Una città industriale che si trovava a galleggiare all’estremità occidentale del più grande impero del mondo (24 milioni di chilometri quadrati) i cui due terzi si trovavano in Asia e la cui popolazione di circa 160 milioni di abitanti era composta per 4/5 da contadini.

Una città fabbrica in cui l’età media era molto bassa e la popolazione, soprattutto quella operaia, giovane. Almeno 30.000 lavoratori avevano meno i 16 anni e le operaie, che erano 130.000, per il 68% avevano meno di trent’anni. L’età giusta per iniziare una grande avventura. La più grande che si possa immaginare: rovesciare un regime plurisecolare corrotto e marcio per instaurare una nuova società. Un tema epico, una prospettiva appassionante, una dinamica inarrestabile che sembra correre come un’onda anomala oceanica dalle trincee alle fabbriche fino alle campagne e alle regioni più lontane per poi ricadere col suo immenso ricciolo di schiuma sui palazzi del potere e sulle fantasie liberali e gradualistiche di quasi tutti i partiti coinvolti.

China Miéville con grande perizia letteraria e efficace ed incisiva documentazione sa trasmetterci l’autentico sense of wonder di quegli avvenimenti e di quei giorni intensi e movimentatissimi. In cui nel giro di poche ore tutto poteva cambiare, essere rovesciato e modificato. Una suspence continua che accompagna il lettore, anche chi già pensa di conoscere lo svolgersi di quegli avvenimenti non così lontani nel tempo, per tutta la lettura e dove, alla fine, la presa del Palazzo di inverno è un brindisi senza botto, senza l’enfasi che troppi hanno posto su un fatto che chiudeva un periodo ben più emozionante e denso di avvenimenti.

Molti degli episodi narrati lo erano già stati in altri libri e in altre memorie, ma qui sembrano assumere un nuovo splendore un nuovo significato. Luoghi e personaggi assumono una dimensione che sfugge alla tradizione della narrazione burocratica oppure agiografica, che poi è la stessa in fin dei conti, fatta successivamente dai vincitori o dagli esclusi.
Qui le masse non si muovono sullo sfondo, ma in primo piano. Semmai sullo sfondo, spesso arrancando in una direzione o in un’altra, stanno i battilocchi della Storia,2 sia che si di tratti partiti ed organizzazioni formali, sia che si tratti di individui, “grandi” o “piccoli” non importa.

Valga un episodio narrato per tutti che si svolge durante l’insurrezione di luglio, il giorno 4, quando soldati e operai pongono massicciamente e concretamente all’ordine del giorno la presa del potere da parte del Soviet di Pietrogrado, mentre questo tentenna dichiarando di preferire una via più graduale e democratica per la trasformazione della società russa e lo stesso Lenin si accontenta di chiedere una manifestazione pacifica: “parlando a una colonna di uomini armati, che desideravano correre alla battaglia”. (pag.219)

Assediati nel Palazzo di Tauride, i capi del Soviet erano nel panico. Dopo una rapida consultazione, mandarono il dirigente socialista rivoluzionario Černov in qualità di emissario, per calmare quelli che urlavano e intonavano slogan […] Uomo amabile ed eudito, un tempo rispettato da tutti, pensavano che avrebbe potuto calmare i manifestanti con un tipico discorso pieno di citazioni.
Ma quando apparve, qualcuno gridò; “Ecco uno di quelli che sparano contro il popolo!”. I marinai si mossero per afferrarlo. Sorpreso e spaventato, Černov si arrampicò su un barile e iniziò a parlare coraggiosamente. […] Mentre uomini e donne dall’aria sospetta che lo circondavano si facevano largo per avvicinarsi al punto in cui lui stava in equilibrio, un grosso operaio si fece strada fino a lui, salì al suo fianco e gli agitò il pugno chiuso davanti alla faccia.
“Prendi il potere, figlio di puttana”, gli urlò in una delle frasi più famose del 1917, “quando te lo danno!” (pag. 221)

E’ uno dei tanti momenti salienti di un annus mirabilis durante il quale i momenti topici sono attesi, preparati e commentati da masse attive che sembrano dare vita e corpo contemporaneamente ai protagonisti e al coro di una grande tragedia greca.
Fin da quel 23 di Febbraio quando le operaie delle industrie tessili scendono in sciopero senza ascoltare il parere contrario dei sindacati, dei partiti e dai rappresentanti locali dello stesso partito bolscevico.

Alla fine delle assemblee e degli incontri, le donne iniziarono a riversarsi dalle fabbriche nelle strade, urlando a gran voce per chiedere il pane. Sfilarono per i distretti politicizzati della città – Vyborg, Liteinj, Roždestvenskij – gridando alle persone radunate nei cortili dei palazzi, riempiendo le ampie strade con li loro numero sempre maggiore, precipitandosi alle fabbriche e chiamando gli uomini per invitarli ad unirsi a loro.[…] All’improvviso, senza che nessuno lo avesse pianificato quasi novantamila donne e uomini urlavano furiosi per le strade di Pietrogrado. E ora non chiedevano solo il pane, ma anche la fine della guerra, La fine della vituperata monarchia. (pag. 58)

Da lì a una settimana il regno dell’ultimo degli zar avrebbe cessato di esistere e da lì a sette mesi e mezzo anche il governo fantoccio che l’aveva momentaneamente sostituito sarebbe scomparso.

Grazie anche ad un’altra iniziativa dal basso, quell’Ordine numero 1 che un folto gruppi di soldati e marinai aveva imposto ai rappresentanti del Soviet di redigere la sera del primo marzo. Tale ordine aboliva in un colpo i soprusi su cui si basava soprattutto lo strapotere degli ufficiali sui soldati e quindi del Governo sull’esercito e, allo stesso tempo, poneva le armi e l’autorizzazione al loro uso non più sotto l’autorità dei comandi militari ma dello stesso Soviet e degli organismi creati dai soldati e dai marinai. In conseguenza del quale, il 2 marzo, lo zar si dimise, mentre il 3 anche il fratello dello stesso avrebbe rifiutato di accollarsi ancora la responsabilità di un trono che era scomparso, come per magia, nel giro di poche ore.

Nelle pagine di Mièville e nel loro scorrere, però, si impongono anche i luoghi della Rivoluzione: da quel quartiere di Vyborg che raccoglieva l’ala più radicale del movimento operaio pietroburghese, e in cui Lenin con tanto di parrucca bionda poté nascondersi nei giorni successivi alla mancata presa del potere di luglio ad un Palazzo d’Inverno, abbandonato e praticamente indifeso, in cui regna solo il caos durante le ultime ore dell’Ottobre.

E poi i personaggi, tanti, vari, tutti descritti nelle loro insicurezze e certezze; nella loro arroganza oppure nella loro umiltà: nel loro coraggio e nella loro viltà. Uno tra tutti vorrei ricordare qui, nella descrizione dell’autore: Maria Spiridonova.3

Spiridonova, dopo undici anni passati in prigione in condizioni brutali, era stat liberata a febbraio,era arrivata da poco a Pietrogrado in stile teatrale e trionfale. Immediatamente eletta sindaco di Čita, in Siberia, vicino a dove era stata al fresco, al suo rilascio ordinò immediatamente che si facessero saltare in aria le prigioni. Ora lei e gli altri socialisti rivoluzionari di sinistra accusarono Černov di aver “mutilato” il programma del partito. Avanzarono le loro proposte per la confisca della terra, per la pace immediata e per il governo socialista. (pag. 172)

Maria Spiridonova, la quasi leggendaria socialista rivoluzionaria, che aveva ucciso per il popolo e ne aveva pagato il prezzo, le cui torture e la cui carcerazione nel 1906 avevano scosso persino le coscienze liberali. Il suo coraggio, la sua sincerità e il suo spirito di sacrificio – e indubbiamente la sua sconvolgente bellezza – avevano fatto di lei qualcosa di simile a una santa famosa. E Lei, ancora implacabilmente salda alla sinistra dura e irrequieta del suo partito, era una fiera oppositrice di Kerenskij e del suo governo. (pag. 218)

Miéville trasforma i protagonisti dell’immenso rivolgimento in figure o in gruppi che difficilmente il lettore potrà dimenticare; contribuendo così a ridefinire un’epica rivoluzionaria che, sfuggendo alle maglie delle ideologie novecentesche, fonderà probabilmente l’immaginario delle lotte a venire, fuori da ogni accademismo e da ogni inutile settarismo. Soprattutto per le nuove generazioni tale operazione di svecchiamento e rinvigorimento della memoria potrebbe ritenersi altamente utile e salutare e anche per questo si rende necessario ringraziare Nutrimenti per aver avuto il coraggio di pubblicare una delle opere più originali e, allo stesso tempo, più coinvolgenti sull’argomento.


  1. Tutti e tre pubblicati in Italia da Fanucci  

  2. Battilocchio, termine dialettale napoletano spesso usato da Amadeo Bordiga nei suoi scritti. Deriva dal vocabolo francese battant l’oeil usato per indicare una cuffietta femminile che ricadeva sugli occhi. Metaforicamente lo stesso termine è stato poi usato a Napoli per indicare una persona che sembra essere sempre frastornata e stordita. Così come chi indossa la cuffietta non vede bene per l’indumento che annebbia la vista, così chi è definito “battilocchio” sembra essere confuso come se non vedesse, è considerato di scarsa intelligenza ed è spesso additato come “scemo del villaggio”. Fonte: http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/145024-battilocchio-parola-tanti-significati-si-dice/  

  3. Di cui si è già parlato qui su Carmilla: https://www.carmillaonline.com/2017/11/08/dopo-cinque-generazioni/