di Sara Passannanti
Jurij Tynjanov, Il sottotenente Kiže, a cura di Francesca Tuscano, con una nota di Roberto Alessandrini, pp. 122, Bibliotheka, Roma 2025.
Tynjanov (1894-1943) è stato un autore apprezzato tanto per i suoi studi sulla parodia quanto per i suoi romanzi storici. Nella breve novella Il sottotenente Kiže queste sue due anime si compenetrano e danno vita a una satira acuta sul mondo contemporaneo all’autore e, a ben guardare, anche sul nostro presente.
Nel mondo descritto tutto deve essere esatto, perfetto, efficiente, ma l’ansia è la più grande nemica di questi obiettivi. Ansia dalla quale non è esente lo stesso imperatore Paolo, che vive nel terrore e nel sospetto di tutto e di tutti, compresi i propri parenti, memore della propria storia familiare. La novella comincia proprio con un incubo di Paolo, un sogno nel quale lo zar si nasconde sotto un tavolo per paura quando gli annunciano la morte della madre, Caterina la grande. Nel momento in cui la realtà irrompe nel sogno, con un urlo che sveglia lo zar di soprassalto, all’ansia si aggiunge un’enorme collera, creando una miscela pronta a esplodere.
Ma, come è ovvio, le più grandi vittime dell’ansia sono i sudditi di Paolo. Tra questi, il giovane scrivano, che è succeduto al vecchio mandato in Siberia per punizione e si ritrova a fare i conti con una disposizione sul nuovo vocabolario da usare nei rapporti ufficiali scritta con un carattere piccolo e illeggibile. Si tratta di un allegato imperiale che ordina di adoperare un nuovo lessico che dà una patina di burocratese ai nuovi documenti dell’impero (non più “compiere” ma “eseguire”, non più “distaccamento” ma “detachement”). A questo si aggiunge un errore imperdonabile nell’intestazione del rapporto, che sta su una riga invece che su due, denotando una grave mancanza di rispetto verso il destinatario.
E così, dovendo sistemare la forma, lo scrivano perde di vista gli errori di sostanza, che saranno d’innesco di tutta la vicenda.
Per di più, il giovane, in preda all’ansia, si perde a ragionare sull’origine dei propri errori di trascrizione e possiamo immaginare passi in rassegna tutte le possibili punizioni alle quali ciascuna di queste colpe lo manderebbe incontro, perché “la collera [di Paolo] cerca dei motivi, e più ne trova, più si accende”. Ancora una volta, è la forma che ha il sopravvento sulla sostanza.
Come nel racconto di Andersen I vestiti nuovi dell’Imperatore, nessuno vuole essere il primo a mostrarsi in fallo davanti all’imperatore e ad alimentarne la collera. Perciò di mano in mano, di ordine in ordine, la macchina si mette in movimento: “Non informare l’imperatore. Considerare vivo il sottotenente Kiže. Assegnarlo alla guardia”. A differenza della fiaba, però, qui non ci sono truffatori in mala fede, ma è l’imperatore stesso la causa del suo male. Eppure la menzogna corre veloce, spinta in avanti da tutti coloro che non possono ammettere di aver mentito.
E se da un lato c’è un’ombra che viene data per viva, per contrappunto deve esserci un vivo relegato al regno delle ombre. Sinjuchaev è già un outsider, avendo una serie di inclinazioni e comportamenti che non lo rendono gradito ai suoi commilitoni né ai superiori. Per questo motivo, farlo fuori, anche soltanto metaforicamente, è quasi un sollievo per il comandante del suo reggimento.
Ed è proprio Sinjuchaev che ci mette davanti in modo esplicito lo scarto tra parole e realtà:
Era abituato ad ascoltare le parole degli ordini come parole particolari, che non somigliavano a quelle usate dagli umani. Esse non avevano né un senso, né un significato, ma una vita propria e un proprio potere. Il punto non era eseguire o non eseguire una disposizione. Una disposizione, chissà come, cambiava i reggimenti, le strade e la gente, persino se non la si eseguiva.
E inghiottito dalla messinscena, in cui tutti dubitano tutto, il tenente Sinjuchaev comincia a dubitare di sé stesso a sua volta. E in effetti diventa subito “il fu Sinjuchaev” e, in opposizione al successo lineare di Kiže e alla sua carriera che corre rapidamente verso l’alto, l’uomo diventa un mendicante vagabondo, il cui errare è circolare: non può avere una meta il cammino di un morto, perché non ha futuro. Il suo girare in tondo si stringe come un cappio intorno alla città di San Pietroburgo. Ma anche toccato il centro di questa spirale, il destino del morto rimane quello di vagabondare in eterno, cacciato dai pietroburghesi ed esiliato dalla città.
Non si può non vedere il rimando al Gogol’ delle Anime morte, in cui le “anime” del titolo sono vive per le carte dello Stato. Čičikov è l’imbroglione che approfitta dello scarto tra burocrazia e reatà per arricchirsi. Qui invece è la burocrazia stessa che scarta dalla realtà per capriccio di Paolo Petrovič, che nell’angoscia di una congiura ai propri danni tenta di tenere tutto sotto controllo aumentando a dismisura regole e rendendo farraginosa la macchina dello Stato.
E così quello dello scrivano è un refuso felice, direbbe Savinio, perché serve a mettere in luce una verità e mette in moto una macchina per pensare.



