di Pina Piccolo

Dotato di un’esuberante quantità di personaggi e accadimenti mirabili, nonostante che il titolo alluda a una maledizione, il romanzo La maligredi di Gioacchino Criaco, prequel  che segue di 10 anni il suo primo romanzo di grande successo Anime nere, trasporta il lettore già dalle prime pagine in un territorio che per certi aspetti sembrerebbe distante anni luce dalla quotidianità contemporanea sebbene i fatti di cui narra l’autore siano accaduti una cinquantina di anni fa. Eppure i fatti di oggi discendono direttamente da quello che si è fatto o non si è fatto proprio in quegli anni, come ci ricorda  Criaco stesso  in numerose interviste e come si intuisce dal doloroso terzo atto a epilogo del libro.

La narrazione è accompagnata dalla costante presenza benevola e benefica dell’Aspromonte, sia  come ambientazione di alcuni capitoli sia per la continuativa evocazione nelle parole di Papula, il portavoce dell’utopia “L’Aspromonte sarà la nostra fabbrica!”

È in questo spazio-tempo che avviene il ribaltamento decisivo che forma l’impalcatura della contro-narrazione: dalla connotazione di aspro dovuto a un equivoco linguistico che lo vuole legato al significato latino di asper – monte arcigno e irto di pericoli- bisogna risalire al significato  di aspro in lingua grecanica (quello parlato alle sue falde) che invece riporta al bianco e al lucente.  La montagna quindi come liberatoria visione di luce,  e non masso che sovrasta in maniera minacciosa. Citando alcune definizioni del pastore zzu Binu, il personaggio che vi è più solidamente legato,  “La montagna è uno spazio in cui nessuno viene a dirti  cosa devi fare” […] “… è esercizio fisico e spirituale. Per capire questo monte, il desiderio di libertà bisogna averlo dentro”. 

Se lo volessimo mettere a confronto con un altro monte protagonista di bildungsroman scardinanti quale La montagna incantata di Thomas Mann vi è un rovesciamento nell’effetto terapeutico del rilievo montuoso che nel romanzo di Criaco alla fine vede la sopraffazione della natura da parte di un certo tipo di uomo (la ndrangheta) che avvelena sia la montagna che tutti quelli che appartengono a quell’ambiente naturale, tartarughe, falchi, uomini e donne compresi, specialmente le fasce più vulnerabili dal punto di vista economico. A differenza di Hans Castorp che in seguito agli incontri avuti nel sanatorio di Davos viene spinto tra le braccia della prima guerra mondiale, l’irrazionale e catastrofica crudeltà del gesto tossico della ndragheta (anello finale di tutta una serie di sopraffazioni) difeso con un’apparente filosofica mitezza e appello alla rassegnazione da Don Nino Zacco finisce per scatenare la giusta ira di Papula che punisce il mandante della distruzione (p. 316). Sarebbe interessante in questo contesto analizzare in maniera più approfondita le ultime righe del romanzo che descrivono la reazione di Nicola adesso uomo maturo, che sembra però continuare a svolgere una funzione di critica contemplativa, tipica dell’intellettuale europeo del ventesimo secolo.

Alcune delle pagine di maggior forza lirica nella seconda parte del libro “Le ali del cuculo” sono infatti dedicate alla  vita concreta sulla montagna e a come essa viene vissuta e sentita, grande madre protettrice, dal giovane protagonista in fuga (pagg. 262 – 295), pagine in cui Nicola vive l’esperienza di una delle anime nere, come vengono chiamati i fuggiaschi, preludio al romanzo che ne continua la storia. Da questo primo ribaltamento relativo al luogo non è difficile passare poi agli altri slittamenti e rovesciamenti che ne determinano l’andamento, la poesia e il controcanto.

A guidarci per tutto il romanzo è la voce narrante di Nicola (Nichino come lo chiama la madre) per la maggior parte del libro adolescente calabrese  residente nelle case popolari in cui è stata trasferita la parte meno abbiente della popolazione di Africo, che fa parte di un inseparabile terzetto composto anche da altri due ragazzi delle ‘rughe’ Filippo e Antonio, e ne media in un certo senso la coralità, essendo quello più portato a meditare sulle situazioni, a svolgere la funzione di intellettuale, e spesso a confrontarle con quelle con cui si misurano i suoi supereroi di Tex Willer. In questo suo amore per i fumetti e i supereroi potrebbe ricordare Oscar, il nerd del famoso romanzo di Junot Diaz La breve favolosa vita di Oscar Wao, anche lui afflitto da una maledizione, il fukù americanus, che si scatena su alcuni abitanti della repubblica dominicana afflitta a sua volta da dittatori e dall’imperialismo statunitense, in un altro sud di un altro continente. Altro elemento che li accomuna è il concetto di favoloso, mirabile (wondrous) che svolge un ruolo importante nell’economia di entrambi i romanzi. Ma a differenza di Oscar che è l’oggetto del romanzo narrato da una specie di narratore onnisciente che alla fine si rivela banalmente essere Yunior de las Casas , il suo compagno di stanza nella casa dello studente, nel romanzo  di Criaco la funzione di voce narrante corrisponde a uno dei giovani membri più riflessivi di una collettività più vasta  e corale, che nel corso del romanzo di ‘formazione’ scopre certe verità ed è chiamato a scegliere campo.

All’apertura del romanzo non lo sappiamo ancora ma ci troviamo nella piazza di un paese “mbentato” Africo Nuovo in provincia di Reggio Calabria, letteralmente spostato dall’Aspromonte per comodità politiche ed economiche  a una “conca”  che scopriremo  essere edificata su un acquitrino, che a sua volta si trova su un’antica necropoli. Il tutto prospiciente il mare che per i popoli della montagna assume contorni minacciosi. Nell’ultimo atto si mormorerà di verità  ancora più abiette a proposito del terreno su cui è stato edificato il paese e sui materiali di costruzione delle case popolari, ed è questo l’anello di raccordo con la cronaca spesso occultata dei nostri giorni.  Un “destino” fatto da uomini che si lasciano condurre da logiche economiche che accomunano Africo a tanti altri luoghi dell’Irpinia, della Somalia, del Nord Dakota, del Bangladesh perfino Detroit e altre zone la cui popolazione è stata designata ‘a perdere’ dal capitale nella sua manifestazione neoliberista.

E forse, sforzandoci, queste voci dei morti potremmo anche udirle nel chiasso, nell’iperbole e nel parossismo delle prime pagine che ricordano il saggio di Bachtin su Rabelais, il carnevalesco e le culture popolari.

Ma lungi dal lamentare tragedie è il fatto miracoloso che riempie la mente dei ragazzi e li stimola all’azione, e questo approccio eroico e proteso verso il meraviglioso (e sotto sotto verso l’utopia) ce lo rivela il pensiero di Nicola nell’incipit del romanzo:

“Era il fatto più magnifico dell’anno il miracolo di San Sebastiano, il più magnifico di sempre,  il più straordinario che conoscevo, nemmeno al cinema dell’oratorio ne avevo visto uno così e lì ci mostravano tutto il mondo nel film di sceriffi e indiani o in quelli cinesi di arti marziali o nei film dei romani. Mi venne in testa ora che dovevo stare concentrato, “Noi non vogliamo padroni, i diritti ci toccano senza che li chiediamo per favore. La voce rimbombava, gonfiandosi come il pallone di una gigantesca gingomma […]”. p. 15

e non a caso il proprietario di quella voce ben presto si guadagnerà  la ‘njuria’, il battesimo di fuoco  della comunità,  a opera del coro dei ragazzini dietro suggerimento di Don Santoro Motta che pronuncia la sua valutazione sia sul giovane rivoluzionario (nella realtà Rocco Palamara, giovane leader anarchico che animò molte delle ribellioni tra gli anni 60 e 70 ad Africo e nii paesi vicini) – “Questo ha una papula sulla lingua”, sulla rivoluzione che  – “è come le more  di gelso che bisogna stare sotto l’albero (quindi dentro) per vedere se sono mature” (p. 29).

Questa voce dei venti rivoluzionari che, all’inizio del romanzo viene utilizzata come utile distrazione che consente al terzetto di portare a termine un loro ‘colpo’ ancora sul limite della marachella infantile, nell’economia del romanzo assumerà ben presto la funzione del “mirabile”, “meraviglioso” accompagnando la loro formazione.  Un mirabile che però non è legato a un miracoloso ingenuamente religioso, come viene spesso rappresentato invece nelle narrazioni dominanti del sud, ma già  a una cosciente sospensione dell’incredulità, legata alla finzione di film, quindi sotto sotto si sa che il trucco c’è, si tratta di un mirabile disincantato.

La maligredi è un romanzo di formazione anomalo, dagli aspetti corali più che individuali, che invece di prendere forma fuori dal contesto familiare come è solito accadere nel bildungsroman è ambientato nel proprio paese ‘spostato’, in cui arrivano forze insolite e vengono evocate continuamente forze assenti, quali quella della montagna. Un bildungsroman calabro in cui si alternano “mala formazione” da parte dei membri ndranghetisti del paese e la formazione rivoluzionaria rappresentata da Papula e  i suoi fratelli da una parte, coadiuvati dai racconti di una giustizia antica e un’utopia che arrivano attraverso la contastorie la gnura Cata (che priva di mezzi è mantenuta dalla carità nascosta e solidarietà delle comari, vessillo di un modo di essere all’insegna della Grande Madre e della montagna).Rimpiazzando per importanza la gioia compressa nelle festività dei santi, la voglia di ribaltare l’ordine costituito deve però fare i conti con i rapporti di potere economico- sociali  all’interno del paese mbentato e nelle zone limitrofe ed è lì che si annida la ndrangheta nelle sue varie tonalità e nella sua funzione di esca per i ragazzi. Ed è proprio sul fronte linguistico che sarebbe interessante approfondire anche certe peculiarità del linguaggio dei malandrini, in tutte le loro versioni, gerarchie e tonalità, certe ambiguità ed aperture fantasiose di interpretazione con cui i ragazzi si confrontano in una specie di apprendistato in cui si ritrovano inizialmente a loro insaputa (pagg. 64- 75).  Un approfondimento di queste ambiguità e ‘aperture di interpretazione’ nel linguaggio degli ndranghetisti potrebbe anche risultare utile per capire come possa avvenire il dialogo (più che infiltrazione) e le alleanze con altre forme di clientelismo e attività criminali al margine della legalità esistenti in altre parti di Italia e del mondo in cui la ndrangheta riesce a fare affari ed espandere il proprio giro.

Nel romanzo, a cercare di neutralizzare questi tentativi di portare sulla cattiva strada,  ci sono in primis  le madri (gran parte di esse sono vedove bianche di mariti emigrati in Germania), i racconti  della gnura Cata, il bar di Rocco, il proprietario del ristorante che  organizza banchetti, un ex brigadiere un po’ ambiguo. Una tipologia  variegata di popolo, caratterizzato da una  grande ricchezza di caratteristiche individuali, peculiarità espressive e modalità di azione che Criaco dispiega con maestria per tutto il romanzo.  Ed è qui la forza della provenienza diretta da quei luoghi, l’esperienza  di esserci stato dentro, che  getta le basi per un tipo di racconto completamente diverso da chi le cose le percepisce  da estraneo, seppur benevolo, pur ideologicamente bene allineato (penso al racconto di Carlo Levi del paese della Basilicata  in “Cristo si è fermato ad Eboli”, penso perfino ai ‘ragazzi di vita’ di Pasolini nonostante l’aura di realismo e l’uso del dialetto.  La lingua di Criaco non è necessariamente più ‘autentica’ o ‘naturalistica’, è infatti una lingua chiaramente inventata, con una poetica tutta sua che però è efficace nel trasmettere i sentimenti e la visione del mondo di chi vive in quei luoghi modulandola in maniera credibile a seconda del personaggio. Ed è anche un racconto diverso da certe riabilitazioni un po’ mistificatorie del sud e del mediterraneo, alcune che addirittura recuperano con segno positivo i Borbone in nome della denuncia  della colonizzazione del sud da parte del nord.  Altre riscoperte del Mediterraneo e di una cultura comune necessitano anch’esse ulteriori approfondimenti e studi per non cedere alla tentazione di confezionare un prodotto ”Sud” che occulti le complessità e problematicità culturali, con elogi della lentezza costruiti un po’ ad hoc. Criaco nel romanzo è molto attento a non assolvere da responsabilità personali anche chi è vittima di certi contesti sociali e familiari, e per questo il personaggio di Nicola è molto importante.Sempre a proposito di narrazioni dominanti del sud, a parte quelle benevole ma in un certo senso limitative e fuorvianti a cui si è accennato sopra, vi è tutta una vasta tipologia di narrazioni meno benevole del sud, della Calabria in particolare, denunciate ed esposte con dovizia di particolari nel libro dell’antropologo Vito Teti Maledetto Sud , una lettura parallela che potrebbe essere utile per capire l’importanza dell’operazione culturale svolta da Criaco e da tutta una serie di scrittori impegnati a fornire una contro-narrazione del, sud e della Calabria nello specifico.

A livello di analisi letteraria, molti dei personaggi presentati sono emblematici in momenti specifici del romanzo fino quasi a costituire l’incarnazione di certi tipi di vento che soffiano da quelle parti (ricordiamoci sempre il cronotopo, lo spazio-tempo). Infatti vengono esplicitamente ed emblematicamente citati nella struttura del romanzo, diverse tipologie di vento: l’intera prima parte è intitolata “I figli del vento”, suddivisa poi in tre parti, ciascuna dedicata a un tipo di vento “Africo (che è anche il nome del libeccio oltre a essere il nome del paese),  Zefiro e Bruschiu, venti completamente diversi tra di loro per origine ed effetti e che in un certo senso  danno una connotazione agli eventi mirabili che si verificano  nell’arco temporale che li interessa.

La prima parte del libro è introdotta dall’esergo “Il vento non distrugge le vite, le sposta soltanto da un posto all’altro”.  Frase che potrebbe alludere  alle vicende del paese di Africo ma potrebbe anche contenere un accenno sia al carattere di continua mobilità del racconto (gli spostamenti in treno dei ragazzi per andare a/marinare la scuola prima e poi per espletare i primi compiti a carattere ndranghetistico,)  sia a certi slittamenti del linguaggio utilizzato per differenziare un racconto dalla lingua utilitaria impiegata per le comunicazioni di servizio della vita. Per individuare gli sbalzi di registro, basti pensare alle modalità di racconto quasi ieratiche della gnura Cata che invocano ed evocano un antico retaggio comune e formano l’identità delle generazioni, gli slittamenti verso la poesia, casi di code switching tra italiano, dialetto e neologismi. Per un’interessante analisi del linguaggio utilizzato dall’autore in chiave identitaria vedere l’articolo di Maria Zappia.

Al primo fatto mirabile dello smascheramento del trucco nella processione di san Sebastiano operato dagli stessi ragazzi segue un secondo evento epocale che li vede protagonisti come gruppo, cioè grazie ad uno sforzo coordinato riescono ad afferrare, in un particolareggiato racconto di 8 pagine (pagg. 41-49) che oscilla tra l’epico e il picaresco, la coda di volpe della giostra degli zingari e vincono il premio di diecimila lire, che poi spendono immediatamente  per assaggiare per la prima volta la birra e regalare a Lidia, la madre di Nicola, la collana dorata con i ciondoli di pietre verdi, che rimarrà sempre il simbolo del diritto al pane e alle rose.

Sempre in questa prima parte, sotto l’egida dello Zefiro, vento gentile, si verifica grazie agli sforzi collettivi un altro evento mirabile, stavolta di chiara impronta ideologica-politica, che serve a spostare in avanti la trama e la contro-narrazione  del sud: sulle ali della rivoluzione si conclude in maniera vittoriosa la lotta per fare fermare il treno ad Africo, cioè far riconoscere l’esistenza del paese, che veniva  fino ad  allora riconosciuto solo con un rallentamento del treno. (pagg. 170-80). Lotta  portata avanti con spirito di ribellione, strategie innovative e imprevedibili che  stimolano il protagonismo dei giovani di Africo che rifiutano il destino di salire sul Pellaio, il treno che invece si ferma per portarli ineludibilmente all’emigrazione, come i loro padri. Dopo aver costretto autorità e  malandrini  a cedere e a far fermare il treno ad Africo (come non vedere in questo una contro-narrazione alle rappresentazioni del sud in cui i treni si fermano a Eboli) “Andammo in massa alle autorità e pretendemmo che il paese esistesse sempre di più” (p. 180). Avendo trasceso l’ineluttabilità del fato grazie al vento nuovo portato da Papula e recuperando  antiche istanze di giustizia, ascoltate nei cunti della gnura Cata il popolo delle rughe è pronto a proseguire le lotte, e con loro anche i ragazzini  del romanzo di formazione,

“Quasi un mese di tarantelle  e le ferrovie si arresero, costruirono una stazione provvisoria, una baracca di lamiere che sembrava tirata su in mezza giornata, e dentro ci misero un ferroviere che stampava da una macchinetta i biglietti di Africo, e un cartello metallico nuovo di zecca venne avvitato su due pali di ferro.” (p. 180)

Sulla scia di questa prima vittoria, la trama si sviluppa con un susseguirsi di eventi mirabili che interessano i ragazzi delle rughe, alcuni di segno positivo, altri di segno negativo, per arrivare a  quello che sarà il nucleo centrale del libro: la lotta delle gelsominaie  (pagg. 180.-196) di cui la madre di Nicola diventa leader fino al punto di sfidare lo status quo entrando in una istituzione leggendaria del paese – la Rota, il consiglio dei saggi che nessuno della loro generazione aveva visto in azione, tanto meno le donne.  In una dettagliata contro-narrazione della staticità e inerte sensualità con cui sono rappresentate normalmente le donne del sud dallo sguardo maschile nella letteratura canonica, Criaco crea ricostruzioni fedeli delle miserrime  condizioni di lavoro sotto la gestione della ndrangheta e i vari passi intrapresi da rivoluzionari e dalle donne stesse alla fine per redigere le proprie rivendicazioni, donne normali appartenenti alle classi subalterne rese coraggiose tramite resistenze incrementali e dalla forza dell’unità che resiste a minacce e blandimenti.  Dal punto di vista psicologico questo nuovo ruolo assunto dalla genitrice a livello comunitario segna per Nicola uno spartiacque nel rapporto tra madre e figlio, in cui lui cessa di vederla esclusivamente come madre-nutrice ed è in grado di percepirne la dignità e l’intelligenza, specialmente in contrapposizione all’assenza e viltà del padre che si è formato nel frattempo un’altra famiglia in Germania e li ha abbandonati,

“Pensai con commiserazione a mio padre e immaginai la sua signorona tedesca grassa e con i capelli dipinti di biondo.  Mia madre attaccava, rispondeva, si difendeva e di nuovo attaccava. I padroni cedettero e i malandrini incassarono. Lei vinse per tutti, e ottenne quanto era possibile: due giorni di riposo a settimana, lavoro di otto ore e furgoni chiusi al posto dei camion scoperti con le sedie ballerine.” ( p. 184)

Sempre nell’ottica della necessità di una contro-narrazione del sud sarebbe interessante approfondire la figura delle vedove bianche, sia per l’importanza che hanno rivestito in senso numerico nei paesi a forte tasso di emigrazione, sia per quel che ha significato portare avanti la famiglia in un contesto di vulnerabilità di genere (e nel caso di Lidia si vedrà come tra le armi per punire le donne ribelli e la rivoluzione nel suo insieme il malavitoso Sartana punirà userà lo stupro, evento taciuto per pudore e per paura ma intuito dal figlio che non potendolo accettare deve trasformarlo in una sorta di incubo, fenomeno  appartenente a una sorta di dormiveglia che potrebbe travisare la realtà). Altro fattore importante le ripercussioni che non avere un padre e reggere la famiglia insieme alla madre possono avere sulla formazione del carattere sia dei figli che delle figlie.

Quasi a voler porre freno  all’entusiasmo della vittoria rivoluzionaria, Criaco  presenta a chi legge un brusco cambiamento di venti dal felice, leggiadro zeffiro si passa al bruschio foriero delle uniformi dello stato che interverranno a favore dei malandrini che non sono in grado da soli di contrastare la vittoria delle gelsominaie e dei seguaci del cambiamento uniti;

“il vento della sventura, che arriva dalla Libia come il Libeccio, ma non rubava la vita al deserto, ne portava l’alito di peste.. [….] Non era normale pensai, il Bruschiu a inverno finito a troncare sul nascere la speranza di una bella stagione. No questo non era il suo tempo, e l’inverno era appena al debutto.”[…] E infatti l’urlo scemò, le folate divennero raffiche e si portarono via lontano il fischio. Ma dal fondo della nostra schiera arrivò un nuovo urlo, che era umano anche se disumano e  riportò il freddo, che si propagò veloce fino a raggiungere Papula, l’ultimo uomo di questa  nostra rivoluzione…” (p. 196)

Ed infatti ad essere portato via  dalle forze della restaurazione, la pecora nera sacrificale  è Rocco il proprietario del bar, il figlio più anticonformista,  più rigoroso nella sua opposizione alla ndrangheta – che tratta con disprezzo nel suo esercizio, il figlio più imprevedibile della rivoluzione. Una delle ultime immagini del libro quando Papula compie un atto tardivo di giustizia ristorativa, è proprio la rievocazione della testa dilaniata di Rocco nel grembo della madre.

Sempre all’insegna del Bruschio si ha la narrazione del tentativo di Papula di trovare alleanze  nei paesi vicini, riesce a perfino a organizzare movimenti studenteschi di sostegno e di ribellione all’ordine mafioso, ma

“Di nuovo come nella rivolta dentro Africo, i malandrini li difese lo Stato, con le divise, i manganelli e le manette. Il potere colpì duro, i sogni li costrinse in un angolo. […]  la rivoluzione si squarciò, si divise in decine di rivoli e ognuna rientrò nel suo paese d’origine. Di nuovo fratelli contro fratellastri […]  ma appena la nostra lotta tornò a vincere, lo Stato rientrò nelle piazze dei paesi e colpì duro, sempre e solo contro la stessa parte: le uova del gallo.” (p. 216)

Come ribadito più volte in interviste da Gioacchino Criaco, la narrazione dei fatti di Africo nel romanzo si prefigge lo scopo di illustrare come i calabresi abbiano provato ad essere migliori e quali sono stati i meccanismi che li hanno fatto fallire. Ben lungi dall’essere un’atavica maledizione del sangue, quel lupo che entra nel recinto e uccide tutte le pecore non solo quella che poteva saziare la sua fame, non rappresenta un destino biologico ma un’alleanza di forze socio economiche che riceve manforte dallo Stato. Nicola è vittima sia di quelle forze, che delle proprie responsabilità individuali e non a caso nel terzo atto un Nicola ormai maturo  e sconfitto dalle proprie scelte di vita sbagliate ritorna ad Africo dopo decenni di  lontananza prendendo atto di come l’attuale ondata tossica di morte derivi e sia la conseguenza estrema, occultata, proprio della sconfitta di quegli anni,  dell’ostruzione ai cambiamenti che  una sostanziale fetta della popolazione desiderava e aveva intrapreso. Sarebbe interessante inserire  questo discorso all’interno di una nuova letteratura che oltre a fornire una contro-narrativa ai cliché sul sud metta anche al centro dell’attenzione il rapporto tra società e ambiente, incorporando anche il mito e le nuove popolazioni di immigrati da altre parti del mondo che adesso abitano quelle zone. Il tutto all’interno di un discorso ecologico in senso lato, un discorso che ha già avuto le prime manifestazioni per quanto riguarda le Terre dei Fuochi e comincia ad essere conosciuto anche all’estero grazie a libri come Ecocritical Approaches to Italian Culture and Literature  a cura di Pasquale Verdicchio, libro di cui è stato tradotto e pubblicato il saggio del curatore ne La Macchina Sognante n. 9 e n. 10

Nicola trova un momento di riabilitazione etica nel gesto di accudire, nel suo ultimo mese di vita, la madre che è rimasta quell’elemento di lucentezza del gelsomino,  quel lucore di monte, quella utopia quotidiana, come tante madri calabresi  di quegli anni. Nelle sue considerazioni finali rimane coerente al suo ruolo di contro-narratore e mente critica del terzetto,

“Penso che la maligredi e la rivoluzione si assomiglino, rischiano di essere eterne, come la speranza che da queste parti, nonostante la tragedia perenne, è un vento che soffia senza requie.” (p. 316);

Nella cosmogonia sumera, il vento ‘Enlil’ è l’elemento che separa il cielo dalla terra e il Prologo di Gilgamesh e gli inferi tratta di questo primo atto violento, di separazione,  che, dallo stato iniziale di immutabilità, implica anche la creazione di qualcosa di nuovo, il moto e il mutamento.  Da questa prima accezione del vento come elemento di dinamismo, percorrendo i sentieri del mito e della religione, si può arrivare per analogia al soffio vitale, al fiato. Da lì vi è solo un breve passo alla parola creatrice, che si ricongiunge al concetto di Verbo della tradizione ebraica. Dal punto di vista letterario dobbiamo rendere grazie a quel vento che è quello del linguaggio poetico, degli slittamenti lirici di Criaco, senza cui non avremmo avuto un romanzo del calibro di La maligredi.

 

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