Miraggi Edizioni, Torino 2018, pagg. 224 € 16

[Pubblichiamo un estratto della raccolta di racconti di Giacomo Sartori, scrittore trentino che vive a Parigi e redattore di Nazione Indiana, sito sul quale sono stati pubblicati. E’ un Narratore straniero e consapevolmente naif, marginale, spesso in conflitto col mondo, disorientato dalle regole del gioco, famiglia lavoro e società. Il testo che segue è stato pubblicato anche sulla Massachusetts Review. MB]

Il mio attuale editore

Il mio attuale editore quando gli telefono per qualche istante sta zitto. Poi parlando molto forte dice che non sente. PRONTO!, PRONTO! NON SENTO!, grida, come appunto uno che sente malissimo. Poi mette giù. Quando richiamo il telefono è occupato, o c’è la segreteria.

Le prime volte ci cascavo. O meglio, preferivo cascarci, come quando si preferisce pensare che nell’aereo che s’è spiaccicato al suolo c’è qualche sopravvissuto. I pezzi sparsi per la landa periurbana sono minuscoli e bruciacchiati, le riprese televisive su questo sono implacabilmente esplicite, ma in fondo qualche sopravvissuto ci potrebbe anche essere, ci si dice. Una donna con una gran gonna a fiori che ha frenato la caduta, o anche un magrolino che è atterrato sulla corolla di una palma. Un tipetto che poi è adottato da una lupa e poi ancora scrive un bestseller dove racconta la sua incredibile avventura, che gli permette di vivere come un nababbo per il resto dei suoi giorni. Per poi ahimè morire di diabete appunto perché mangiava troppo.

Io però a scanso di equivoci se fossi un pilota un paracadute me lo porterei dietro. Uno poco ingombrante, che dà poco nell’occhio. Certo sta male paracadutarsi quando tutti gli altri sono destinati nel giro di qualche decina di secondi a diventare brandelli bruciacchiati, però è preferibile un morto di meno che uno di più, su questo dovrebbero essere d’accordo tutti i filosofi del mondo. Non è che a una festa ci si può gettare sui salatini dando una testata a chi ti sbarra il cammino, ma in condizioni di vita o di morte si può capire. Uno a una festa non rischia di diventare nel giro di qualche secondo dei brandelli bruciacchiati. Insomma, raramente. Mentre su un aereo che precipita la cosa è pressoché sicura. Ogni giorno si fanno abnegati sforzi per salvare un’unica misera vita umana incrodata su una montagna o sepolta dalle macerie, e ai piloti dei voli di linea nessuno ci pensa. Li si lascia crepare senza il minimo rimpianto. Nessuna telecamera, nessun commento struggente. Certo a far le cose bene prima di lanciarsi con il paracadute dovrebbero chiarirsi con un dialogo aperto e franco, come vanno affrontate le difficoltà anche nelle coppie. Ma su un aereo che precipita ci sono rumori che sconcentrano, vibrazioni e scossoni poco propizi al dialogo. Senza contare che salterebbe fuori uno che non è d’accordo e che vuole avere ragione lui, come succede immancabilmente nelle coppie.

NON SENTO!, NON SENTO!, dice il mio attuale editore quando gli telefono. La linea in realtà è molto nitida, e si distinguono le più infime modulazioni della sua voce garbata da editore raffinato, si sente benissimo che fa finta, ma lui lo dice lo stesso. NON SENTO!, esclama un’ultima volta, e riattacca. Penoso.

Al limite potrei capire che dica che ha un appuntamento con Barack Obama, o anche che stia zitto come un pesce, non che farnetichi: NON SENTO!. Non stiamo parlando di bambini, stiamo parlando di persone adulte, di rispettati editori. Non certo grandi editori, e neanche medi, e nemmeno medio-piccoli, ma pur sempre stimati editori. Dei piccoli editori apprezzati per il loro lavoro di piccoli editori. Dei piccolissimi editori che alle volte pubblicano dei grandissimi autori. Quindi qualche volta riprovo. Lui però ha il brutto vizio di filtrare le chiamate. Ho un bel chiamare e richiamare, non risponde mai. È lì che guarda il telefono, ma non lo prende in mano. Inutile provare da un altro telefono, lui ormai s’è fatto furbo.

Qualche volta però è preso alla sprovvista, e comincia con i suoi: NON SENTO!, NON SENTO!. Dopodiché riattacca. Sta a vedere che adesso è occupato, mi dico io. E in effetti se riprovo è occupato. È frustrante. Uno scrittore vorrebbe poter comunicare con il proprio editore. Non dico stare lì a raccontargli tutta la propria vita, entrando nei dettagli degli alti e bassi della vita di coppia, ma insomma scambiare due parole. Quel tanto da chiarirsi un po’ le idee, da capire che libri usciranno e quando.

Un giorno, o meglio una notte, perché era notte piena, ho provato a chiamarlo appunto in piena notte. Era un tentativo oziosamente scettico. Un tentativo da scrittore perplesso di come vanno le cose, forse anche un po’ depresso. Avrà certamente spento il cellulare, e starà dormendo come un angelo, mi dicevo. Provavo della tenerezza, a immaginare la sua testa abbandonata sul cuscino, a immaginarmi il suo sonno silenzioso da editore. Un sonno pacioso di uomo di lettere alla mano, ma nel contempo pieno di una dignità trattenuta, per non dire ieratico. È normale che uno scrittore provi della tenerezza per il proprio unico e fedele editore.

E invece ha risposto. Non subitissimo, ma ha risposto. La voce era alquanto irrocchita, era la tipica voce che fino a dieci secondi prima era persa nei sogni più mirabolanti, però era pur sempre la sua voce. La voce inimitabile del mio editore che ogni volta mi fa fremere di emozione come se fosse la prima volta. Forse un po’ più burbera del solito. Ma fa sempre piacere sentire la voce del proprio editore. Anche in piena notte. Sentivo il bisogno di dirglielo. Ero ormai risoluto a dirgli solo questo, lasciando perdere tutto il resto, tralasciando gli affari. Poco importa quando il mio libro sarà pubblicato, mi dicevo. Lui però appena ha capito chi era ha messo giù.

Ho provato a richiamare, ma il cellulare era spento. Una volta, due volte, tre volte: sempre spento. Gli ho lasciato allora un messaggio sulla segreteria di casa, spiegandogli che mi aveva fatto molto piacere sentire la sua voce. Non ho insistito sul fatto che mi aveva messo giù sul naso. E poi un altro messaggio, per dirgli che non si preoccupasse per il mio libro che aveva ancora da pubblicare, non era per questo che lo avevo chiamato. E poi un altro ancora, perché mano a mano che andavo avanti le cose da dire si affollavano nella mia testa. Faccende anche molto intime. E poi un ultimo messaggio molto accorato, per dirgli che per riassumere il tutto mi aveva commosso sentirlo, anche se la nostra conversazione era durata così poco. Tanto che forse ne avrei parlato nel mio prossimo romanzo, un romanzo come sempre a sfondo autobiografico. Nemmeno in questo messaggio struggente come una bottiglia lanciata nel mare, una bottiglia con dentro poche commosse linee che condensano la sofferenza di un’anima disperata, ho fatto allusione all’interruzione anticipata della comunicazione. Nel mondo dell’editoria si cerca sempre di evitare le asperità della vita di tutti i giorni, questo ormai lo ho imparato. Nel mondo dell’Editoria quello che conta è la Letteratura, non le pedisseque asperità della vita di tutti i giorni degli autori non molto conosciuti, per non dire radicalmente ignoti.

NON SENTO!, esclama quando lo chiamo. Con lo stesso scontroso candore con il quale mentono i bambini di cinque anni. Cinquant’anni da una parte e cinquant’anni dall’altra, e in mezzo delle bugie da bimbo di cinque anni. Un secolo di esperienza cumulata, vanificati da cinque anni di goffe bugie. Quarantacinque anni di buone letture da una parte, quarantacinque anni di buone letture dall’altra, e un vissuto telefonico così frustrante. Un secolo di ottima letteratura arenato su sabbie infide e menzognere. Nel 2009 succedono ancora queste cose. Gli aerei cascano sempre più di rado, i piloti pilotano tranquilli, senza nemmeno più rimpiangere il paracadute, e invece gli editori fingono di non sentire quando li si chiama. NON SENTO!, dice, e riattacca.

Vorrei dirgli che uno che davvero non sente non esclama: NON SENTO!, non mette subito giù. Vorrei dirgli che un editore che davvero non sente cambia il telefono, o si fa curare le orecchie. MARCO, CI SENTI BENISSIMO!, vorrei dirgli. Si chiama Marco. MARCO MONINA!, SMETTI QUESTE PAGLIACCIATE!, vorrei dirgli. Di cognome fa Monina. Un bel cognome, un cognome di un essere destinato fin dalla culla a fare l’editore, a pubblicare dei capolavori. Vorrei semplicemente dirgli di spiegarmi perché non mi vuole parlare, in modo da trovare una soluzione per la telefonata seguente. Un discorso franco e costruttivo, come nelle coppie. Insomma, le coppie che funzionano. Vorrei dirgli che in fondo non è per sapere quando diavolo si deciderà a pubblicare il mio libro che è da due anni che dovrebbe essere già pubblicato, non è per quello. Per comunicargli questo semplicissimo messaggio avrei però bisogno che mi lasciasse parlare. Non dovrebbe gridare: NON SENTO! Un gatto che si morde la coda. E gli aerei continuano a stare su.

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