di Gabriele Guerra

Che cosa hanno in comune George Lucas e gli aborigeni australiani, Indiana Jones e Gesù Cristo? Certamente nulla a un primo sguardo, molto se tentiamo un approccio più profondo. È questa del resto la differenza tra chi intende analizzare un fenomeno qualsiasi seguendo linee orizzontali di analisi e chi invece si sforza di stabilire connessioni più profonde, verticali.
Il mito, con la sua sequela di narrazioni (non dimentichiamo mai che il greco mythos era diventato per i romani la fabula), si presta molto a un metodo d’analisi che potemmo definire analogico: cercare di rintracciare, cioè, quelle funzioni, o quei personaggi, o quelle situazioni che possono essere comparate ad altre. Spesso non si resiste alla tentazione, nel restituire il patrimonio mitico delle singole culture, di individuare strutture originarie identiche. Ciò ovviamente non è un male, se si usa questa procedura analogica per comodità espositiva o metodologica; può diventare un pericolo – è diventato storicamente un pericolo – se invece diventa strutturazione ontologica, prescrizione etica. La storia dei primi decenni del XX secolo ci mostra che il mito si è trasformato in narrazione autonoma, produttrice a sua volta di altri miti, che hanno finito per assumere statuto di verità. Un grande studioso italiano troppo precocemente scomparso, Furio Jesi, parlava di “tecnicizzazione del mito”, intendendo quel momento storico in cui il mito viene piegato a esigenze e rifunzionalizzazioni politiche dell’attualità; e di esempi in questo senso se ne potrebbero fare tanti.

Ma sono possibili anche strategie alternative di approccio e rinarrazione del mito: a partire dal tentativo, tipico del pensiero tradizionale (penso soprattutto a René Guenon), di postulare un “pensiero mitico” prima della storia, che a sua volta attinga a un serbatoio originale, vero deposito della sapienza umana; oppure quello, antitetico (come nella filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer), che punta a conferire dignità filosofica e categoriale al mito, pur riconoscendone la compiuta distanza storica.
Ma c’è ancora un’altra strada di approccio e “restituzione” del mito: riaffrontarlo mantenendone intatte tutte le potenzialità narrative, senza per questo scivolare in un suo recupero funzionale al sistema-romanzo (cioè nel trasformare in “favole” le storie mitiche): ed è il compito che si è prefisso Joseph Campbell, studioso di mitologie comparate e di psicologia analitica, di nascita americano ma apolide per vocazione. Egli nel corso della vita ha attraversato diversi mondi, geograficamente e culturalmente molto lontani tra loro, come l’indologia tedesca dei primi decenni del secolo scorso, la teosofia, il mondo dell’occultismo, la narrativa di John Steinbeck (di cui era amico) e la psicologia archetipica di Carl Gustav Jung. Quando nel 1944 decide di pubblicare un libro che affronti la questione di che cosa sia un mito, gli dà dapprima un titolo molto neutrale, How to read a myth (e non c’è dubbio che all’autore apparisse necessario fornire al lettore i giusti strumenti per leggere un mito, proprio per non tecnicizzarlo). Ma poi, nel 1949, decide di reintitolarlo The Hero with a Thousand Faces, che è poi il titolo con cui è divenuto universalmente noto. Tale opera capitò nelle mani del giovane cineasta George Lucas, ed è – come si dice comunemente – grazie a Campbell che Lucas ha creato la gigantesca epica di Star Wars.
Cosa si trova al centro di questo rutilante libro, che chi conosce un po’ la storia comparata delle religioni non può non apparentare al Ramo d’oro di Frazer, per la colta erudizione che lo alimenta e la vis affabulatoria che lo percorre? Si trova appunto l’eroe alle prese con le difficoltà che è destinato a superare per raggiungere il fine che si è posto (o che gli è stato posto) all’inizio della storia. Questo perché Campbell, sottolinea che tutti i miti di tutte le civiltà hanno un sostrato narrativo comune, ovvero si comportano prima di tutto come storie: il nostro compito di moderni è riscoprirli, anche nella loro freschezza narrativa. Come scrive programmaticamente nell’introduzione all’edizione del 1949, “Questo libro ha lo scopo di svelare alcune delle verità camuffate per noi sotto le spoglie della religione e della mitologia, raccogliendo una gran quantità di esempi non eccessivamente complicati e facendo sì che l’antico significato si palesi da sé.”1 Tanto che tutti i miti di tutti le culture alla fine possono essere ridotti a uno solo, che Campbell definisce “monomito” (traendo peraltro la definizione da James Joyce). In tal modo si squaderna sotto gli occhi del lettore un impressionante catalogo di racconti, personaggi, funzioni, che spaziano in tutto il patrimonio antropologico-folklorico della storia delle religioni, al cui centro si trova non solo un racconto fondativo, ma un personaggio che deve svolgerlo: ovvero l’eroe alle prese con l’avventura, sia in senso psichico-interiore che mitico-esteriore.

Questa è in fondo la ragione del grande successo del libro di Campbell: il fatto cioè che sia opera di uno studioso colto ma non erudito, che offre al grande pubblico una chiave d’accesso in fondo semplice a questioni storiograficamente assai complesse, senza per questo deflettere al rigore scientifico; il tutto poi in un periodo assai cruciale, quando cioè la “grande narrazione mitica” ha mostrato tutti i pericoli connessi all’evocazione di demoni inferiori – per combattere i quali occorre appunto qualcuno in grado di batterli sul loro stesso terreno. L’eroe dai mille volti, in questo senso, non poteva che essere scritto negli Stati Uniti alle prese con il nazismo: l’eroe è quel soggetto autonomo e libero, capace di calarsi fino in fondo negli abissi insondabili del mistero esteriore e interiore, e riemergerne da trionfatore. Per questo l’opera ha avuto molto successo, anche come “storia” cinematografica. Tanto che nel 1992 uno sceneggiatore di Hollywood, Christopher Vogler, affascinato dal pattern mitico-narrativo esposto da Campbell, iniziò a utilizzarlo nelle sue lezioni e diede alle stampe un libro che diventò la Bibbia di ogni sceneggiatore (in particolare di quelli della Walt Disney, presso cui Vogler lavorava).2 Se Star Wars ha avuto tanto successo, se la Walt Disney è rinata dopo anni di crisi con storie nuove e accattivanti (come quella del Re leone, costruita sui dettami di Vogler), lo si deve al libro di Campbell e al suo viaggio di individuazione dell’eroe tra miti, storia delle religioni, psicologia analitica e politica.

[Il tema dell’eroe è già stato affrontato su Carmilla da Luca Cangianti, Fabio Ciabatti (qui e qui), Mazzino Montinari, Maurizio Marrone (qui e qui),  Gabriele Guerra e Pierpaolo Ciccarelli]


  1. Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Lindau, 2012, p. 7. 

  2. Cfr. Christopher Vogler, Il viaggio dell’eroe, Audino, 2004. 

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