di Gabriele Guerra

memorial2C’è stato un momento, ormai ottant’anni fa, in cui è apparsa nitida la differenza tra raccontare storie e scrivere un romanzo, tra esercitare un’autorità della memoria e redigere una mappa della psiche, insomma tra racconto e letteratura: quando Walter Benjamin pubblicò il suo saggio Il narratore.
«Raccontare significa parlare qui e ora con un’autorità che deriva dall’essere stati (letteralmente o metaforicamente) là e allora». Carlo Ginzburg conclude così la sua scintillante Storia notturna. Il libro fa ricorso a un immenso arsenale di conoscenze antropologiche, folkloriche, filosofiche e letterarie, offre al lettore un affascinante percorso interpretativo attraverso i millenni della storia umana e coglie un punto universalmente centrale per il tema del raccontare.1 Citando Walter Benjamin («dalla morte egli – cioè il narratore – attinge la sua autorità»), Ginzburg sottolinea come la sorgente di ogni vera narrazione risalga a un luogo talmente lontano dal qui-e-ora, nel quale tutti noi siamo immersi, da poter e voler spesso coincidere con la morte.

Da dove parla, allora, il narratore? Attinge davvero la sua autorità dall’aldilà? E perché il suo raccontare dovrebbe aspirare a una qualche patente di legittimità metafisica? Sono tutti interrogativi che, con il loro rifarsi al nucleo profondamente “umano” del raccontare, chiamano radicalmente in questione l’essenza stessa dello stare insieme; anzi, proprio con quel suo richiamo alla morte come sorgente di autorità, la citazione di Ginzburg e lo scritto di Benjamin esibiscono una qual certa modalità eroica, sia pure sui generis. L’eroismo e le sue pericolose implicazioni politiche sono del tutto assenti dal pensiero e dallo stile filosofico di Benjamin; tuttavia, questo saggio del 1936, in cui il filosofo berlinese intende riflettere sull’essenza del narrare partendo dall’opera dello scrittore russo Nikolaj Leskov, ha qualcosa d’eroico nella stessa condizione esistenziale del suo autore, costretto all’esilio dalla natia Germania per la sua origine ebraica e per la sua posizione politico-ideologica vicina al partito comunista tedesco. A quel tempo Benjamin perseguiva infatti il progetto di radunare le diverse tessere della cultura al fine di poter comporre un quadro sufficientemente solido da resistere alla montante marea nazionalsocialista e totalitaria, evitando che l’ideologia hitleriana se ne appropriasse. Ma non è solo per linee biografiche che si può rintracciare un certo eroismo in quel saggio: Benjamin sviluppa infatti una concezione della narrazione che vale la pena focalizzare proprio partendo da questa dimensione eroica del raccontare.
Il narratore è secondo Benjamin l’unico in grado di comunicare quello che è il nucleo stesso del racconto, «l’esperienza che passa di bocca in bocca»,2 e con ciò di “salvare” l’essenza stessa della parola narrata. Raccontare è un’arte, sottolinea Benjamin, anzi un vero e proprio artigianato, capace di (ri)mettere in circolo le esperienze – sia quelle fatte da chi viene da lontano, sia quelle di chi è rimasto fedele alla propria terra. Benjamin riesce così a tratteggiare una figura del narratore che non ha nulla in comune con lo scrittore moderno, e che però resta profondamente moderno nella misura in cui rende comunicabile (e dunque attualizza) qualcosa di profondamente arcaico, cioè «il lato epico della verità, la saggezza». “Il lato epico della verità” sta infatti perdendosi, e tentare di recuperarlo ha evidentemente qualcosa di eroico, perché chi ci prova si incarica di riesplorare quei territori di senso e di esperienza che i paesaggi contemporanei non sembrano più essere in grado di contemplare: una sorta di “aldilà” del testo il cui cartografo può essere solo «l’uomo che sa orientarsi sulla terra senza avere troppo a che fare con essa». “Epico” qui è un aggettivo che ha pochissimo a che spartire con l’uso comune, associato all’epos omerico e, in senso traslato, a una certa concezione “trionfale” della letteratura: «il patrimonio dell’epica», secondo Benjamin, è ciò «che si lascia tramandare oralmente». Ne consegue che raccontare significa attingere a un patrimonio memoriale che non ha nulla a che fare con la moderna analisi psicologica, quella per intenderci propria del romanzo borghese moderno. Alla base del raccontare, continua il filosofo tedesco, vi è invece sorprendentemente la noia, intesa come culmine della «distensione spirituale». Alla noia e al suo significato filosofico Benjamin riserva parole molto belle e una metafora calzante: «La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza. Il minimo rumore nelle frasche lo mette in fuga. I suoi nidi – le attività intimamente collegate alla noia – sono già scomparsi nelle città, e decadono anche in campagna. Così si perde la facoltà di ascoltare, e svanisce la comunità degli ascoltatori».

Collegando epica e noia Benjamin evoca così un arco di tensione concettuale che ha il compito di coprire quello spazio simbolico della narrazione che va dalla memoria alla salvezza, dal passato al futuro; un arco concettuale che è anche un vero e proprio gesto filosofico, simile a quello dell’artigiano che intreccia un tappeto o modella un vaso; per questo la narrazione «non mira a trasmettere il puro “in sé” dell’accaduto […], ma cala il fatto nella vita del relatore, e ritorna ad attingerlo da essa». E proprio perché la narrazione appartiene alla sfera vitale più intima, quella del gesto creatore infinitamente ripetuto, che essa «assume forma tramandabile solo nel morente»: un’autorità irripetibile, «che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano». Ecco il senso della citazione benjaminiana riportata da Ginzburg: «la morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare. Dalla morte egli attinge la sua autorità». La morte appare così come il gradiente gnoseologico grazie al quale la memoria del vivente viene riorganizzata in una catena di tradizioni; il narratore è colui che sa riorganizzare tali tradizioni (i «molti fatti dispersi», di contro a «un solo eroe, a una sola traversia o a una sola lotta» al centro della memoria eternante del romanziere). Infatti: «Non c’è racconto a cui non si possa porre la domanda della sua continuazione: mentre il romanzo non può sperare di procedere mai oltre quel limite dove, scrivendo un Finis sotto la pagina, invita il lettore a rappresentarsi intuitivamente il senso della vita». In questo senso, continuazione infinita nel racconto e rappresentazione del senso della vita nel romanzo si pongono come due vettori contrapposti su cui la narrazione si sviluppa: uno aperto, l’altro chiuso; uno multidirezionale, l’altro unilineare; uno eterno, l’altro finito. Chi racconta, dunque, ogni volta rimette in circolo una catena di tradizioni che, ponendosi tra la vita e la morte, ha lo scopo di vincere quest’ultima, nel senso di fondare un’eternità priva di qualsiasi vacua retorica dell’immortalità, dell’oraziano exegi monumentum aere perennius.
Il narratore dunque appare qui un eroe che è tornato dal regno dei morti, e ora racconta il suo viaggio da vivente: «Il narratore è l’uomo che potrebbe lasciare consumare fino in fondo il lucignolo della propria vita alla fiamma misurata del suo racconto»; e ancora, nelle famose parole con cui il saggio si chiude: «Il narratore è la figura in cui il giusto incontra se stesso». Il narratore dunque come eroe culturale, si potrebbe concludere: come colui che rintraccia la verità sul fondo dell’esistenza e la restituisce ai suoi ascoltatori riemergendo dagli abissi della memoria.

[Nell’immagine: Passages, il monumento dedicato a Walter Benjamin, opera dello scultore Dani Karavan. Il tema dell’eroe è già stato affrontato su Carmilla da Luca Cangianti, Fabio Ciabatti (qui e qui), Mazzino Montinari e Maurizio Marrone]


  1. Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, 1989. 

  2. Si cita dall’edizione più recente del saggio: Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, in Opere complete, vol. VI, 1934-1937, Einaudi, 2004. 

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