di Bruno Arpaia e Alberto Prunetti

hijos[Pubblichiamo un articolo tratto dal numero attualmente in libreria della rivista Letteraria, dedicato a un’analisi critica e su vasta gamma del tema della famiglia.] A.P.

Era il due settembre del 2003 quando Néstor Kirchner, da poco eletto presidente dell’Argentina, promulgò la norma che annullava le leggi cosiddette del Punto Final e della Obediencia Debida, che avevano assicurato l’impunità ai militari golpisti e torturatori. «Faccio parte di una generazione decimata, con assenze dolorose. Sono entrato nella lotta politica credendo in valori e convinzioni che non penso di lasciare sulla porta d’ingresso della Casa Rosada», aveva detto a maggio di quello stesso anno, assumendo il potere. E nel marzo dell’anno dopo, il 2004, inaugurando il Museo della Memoria da lui voluto nell’edificio in cui sorgeva l’Esma, la Escuela de Mecánica de la Armada, lì dove migliaia di argentini erano stati torturati e uccisi, Kirchner disse: «Le cose vanno chiamate con il loro nome, e qui, se mi permettete, non come compagno e fratello di tanti compagni e fratelli con cui abbiamo condiviso quel periodo, ma come Presidente della Nazione Argentina, vengo a chiedere perdono da parte dello Stato nazionale per la vergogna di aver taciuto durante vent’anni di democrazia su tante atrocità. Parliamoci chiaro: non è il rancore né l’odio a guidarci e a guidarmi, sono la giustizia e la lotta contro l’impunità. I responsabili di questi eventi tenebrosi e macabri, di tanti campi di concentramento come la Esma, hanno un solo nome: sono assassini ripudiati dal popolo argentino».

Era la prima volta che lo Stato argentino non solo chiedeva perdono per ciò che avevano fatto i militari, ma riconosceva ufficialmente l’esistenza storica di torture, assassinii, sparizioni. Madres, Hijos, attivisti per i diritti umani, figli di militanti assassinati o scomparsi, insomma coloro che per tanti anni avevano lottato per ristabilire la memoria di un popolo, avevano finalmente ottenuto una vittoria. Dopo decenni passati a negarli, quei fatti atroci si erano ufficialmente verificati e i responsabili potevano essere perseguiti.

A partire da quel momento, senza essere più costretta a combattere per «esistere», una generazione di scrittori che aveva visto i membri delle proprie famiglie morire sotto i colpi della repressione o desaparecer nell’oceano Atlantico, ha potuto iniziare a raccontare gli anni della violenza e della dittatura dal suo punto di vista. I militanti sopravvissuti avevano prodotto ottimi libri, tra i quali un capolavoro come Ricordo della morte di Miguel Bonasso, ma ora il testimone della narrazione passava a coloro che avevano vissuto quegli eventi non da protagonisti adulti, bensì da bambini, come spettatori e vittime, spesso inconsapevoli, dell’annientamento delle proprie famiglie.

Quella generazione si è così messa a fare i conti con la memoria nella prospettiva della scrittura. La memoria, personale e/o collettiva, è infatti uno degli strumenti principali dei narratori nel loro approccio alla realtà. Sembra facile: i miei ricordi sono (dovrebbero essere), quanto meno, la mia «realtà vera». Eppure, non è facile per nulla. I più recenti studi sul funzionamento del nostro cervello lo confermano, ma per i romanzieri non è una scoperta nuova quella della inaffidabilità della memoria. In molti hanno già scoperto da tempo che la memoria non è un armadio o una specie di frigorifero da cui estrarre i ricordi alla bisogna. La memoria è complessa: non soltanto accumula, registra, immagazzina, archivia… E no, non si accontenta. Elimina, riduce, taglia, gonfia, stira, aggiunge, ingigantisce, mescola, confonde. La memoria inventa. La memoria affabula, racconta.

«Le cose non sono come le vediamo, ma come le ricordiamo» ha scritto Valle-Inclán. Perfino un testimone diretto di un evento non può dire: «Se tu fossi qui al mio posto, vedresti le stesse cose che vedo io, o ricorderesti le stesse cose che ricordo io». Solo nella memoria, insomma, la realtà prende forma. Ma qualsiasi cosa passata al vaglio della memoria è fiction. Come ha scritto Javier Cercas, ogni racconto, lo voglia o no, implica un certo grado di invenzione. È impossibile, infatti, trascrivere verbalmente la realtà senza tradirla: non appena iniziamo a raccontare, stiamo già alterando la realtà, stiamo già inventando.

Questo è vero anche per la storia personale recente. Lo hanno confermato nell’ottobre scorso, a Buenos Aires, gli scrittori riuniti per un seminario organizzato dal Dipartimento Lectura Mundi della Universidad Nacional de San Martín dal titolo Narrativas de lo real. Historias y memorias. Tutti (a eccezione di López) figli di desaparecidos o di genitori assassinati dalla dittatura, Laura Alcoba, Félix Bruzzone, Julián López, Mariana Eva Pérez, Raquel Robles, Ernesto Semán e Ángela Urondo hanno raccontato come, a partire dal 2003, si siano sentiti liberi di affrontare le loro storie famigliari senza più costrizioni e come, ciascuno a suo modo, a partire dai propri ricordi, o dai brandelli di ricordo, abbiano elaborato storie che, anche quando sembrano relatos testimoniales o autobiografia pura, conservano le caratteristiche della fiction.

Pequeños combatientes (Alfaguara), di Raquel Robles, per esempio, è la storia, raccontata in prima persona, con una voce fresca e adolescenziale, di una ragazzina di dodici anni e del fratello di otto, cresciuti nella clandestinità, che ora vivono con i nonni, convinti che i genitori siano ancora a combattere quella «guerra» nella quale anche loro si sentono impegnati: sono, appunto, «piccoli combattenti» che però, a poco a poco, intravedono la realtà della scomparsa dei propri genitori. Il romanzo sembra il semplice racconto della storia vera di Raquel Robles, che è molto impegnata nelle organizzazioni per i diritti umani ed è davvero figlia di desaparecidos. E tuttavia l’autrice ha spiegato che è partita da un grumo confuso e indistinto di ricordi infantili che ha poi sviluppato secondo le regole della fiction, cercando la «voce» del romanzo in quella della figlia più o meno della stessa età. Per questo il romanzo funziona così bene ed è davvero commovente nel ricreare quelle vicende e quella storia famigliare.

Più o meno simile è il caso di Laura Alcoba (La bambina della casa dei conigli, Piemme, 2009, trad. di Valeria Pazzi), figlia di due militanti montoneros sopravvissuti alla dittatura. Il padre è stato incarcerato in un carcere regolamentare (non clandestino) e la madre è riuscita a riparare in Francia, dove Laura è cresciuta. Nel suo romanzo c’è un io testimoniale proiettato nel punto di vista infantile: l’autrice aveva otto anni nel momento in cui si sono verificati realmente i fatti trasfigurati nella narrazione. Laura aveva vissuto assieme alla madre in una casa che fungeva da tipografia clandestina dei montoneros, sotto la copertura di un piccolo allevamento di conigli, da cui deriva il titolo del romanzo. Notevole è il cambio di prospettiva dell’ultimo capitolo, quando la favola triste evapora e il racconto prende le caratteristiche di una cronaca documentale o di un reportage storico, avvalorando il senso di realtà della favola tragica della casa dei conigli. Ma qui, e soprattutto in altro suo romanzo, Los pasajeros del Anna C. (Edhasa), la sua memoria è costretta a trovare punti di appoggio, di conferma o di smentita, in quella dei testimoni dell’epoca, ordendo una specie di reportage sulla propria vicenda vista anche dallo sguardo degli altri. E nemmeno così, comunque, i «buchi neri» della sua storia riescono a essere completamente illuminati.

Emblematico, poi, il caso di Ángela Urondo. Nel giugno del 1976, Ángela ha appena undici mesi quando l’automobile sulla quale viaggia con i genitori, entrambi militanti montoneros, viene fermata e crivellata di pallottole dai militari nei pressi di Mendoza. Il padre, lo scrittore Paco Urondo, viene assassinato sul posto. Alicia Raboy, la madre, giornalista, corre con la bimba in braccio cercando di salvarsi, ma non ci riesce. Finisce all’Esma e poi desaparecida. Ángela, invece, viene sequestrata dai militari, consegnata a un orfanotrofio e poi affidata alla nonna materna, che promette alla famiglia Urondo di allevarla di comune accordo. Invece, senza avvisare l’altra nonna, decide di affidarla in adozione alla nipote, che da allora in poi taglia i ponti tra gli Urondo e la bambina. La piccola Ángela sa che i suoi genitori biologici sono morti, ma non sa come: li crede vittime di un incidente stradale. La famiglia adottiva non le dice nemmeno che ha un fratello e una sorella, anche quest’ultima desaparecida. Ángela, insomma, scopre chi è davvero solo quando, a diciannove anni, il fratello arriva a «riscattarla». Da allora, comincia a lottare per recuperare la propria vera identità, i propri cognomi, e inizia una causa di «disadozione» (il neologismo è suo).«Era una causa civile contro i miei adottanti» dice Ángela, «con cui chiedevo alla giustizia di annullare quell’adozione. Di solito, le adozioni sono inappellabili. Ho fatto una cosa fuori dalla norma, ma era un mio diritto». Quel diritto le viene riconosciuto un paio di anni fa e ora lei può finalmente chiamarsi Ángela Urondo Raboy. Nel frattempo, inizia a scrivere per raccontare il suo doloroso percorso di ricostruzione della propria storia personale, per rendere pubblico un dramma non solo privato. ¿Quién te creés que sos? (“Chi credi che io sia?”, Capital Intelectual) è il libro che ne è risultato. Un libro non lineare, costruito come un puzzle, in cui acquistano un senso perfino i sogni ricorrenti di lei adulta che, come scoprirà solo in seguito, rimandano alle scene orribili che ha vissuto da piccola. Un libro in cui non sfuggono alle accuse nemmeno i montoneros, che avevano condannato i genitori di Ángela  perché la loro relazione era extramatrimoniale e li avevano spediti in una zona “calda” e pericolosa come Mendoza. «Ho messo un po’ d’ordine nella storia basandomi su dei documenti» spiega Ángela, «ma ho cercato una non linearità perché la ricostruzione della mia storia, della mia identità, non è stata lineare».

 

Un caso drammatico è quello raccontato da Victoria Donda in Il mio nome è Victoria (Corbaccio, 2010, trad. di Silvia Bogliolo). L’opera è meno letteraria, ha un taglio memorialistico e autobiografico. È la storia della riappropriazione del nome e dell’identità di una dei tanti hijos. L’elemento interessante è che la ragazza rimane sospesa in una terra di nessuno a cavallo tra le due famiglie: non c’è l’happy end del ritorno nella famiglia ori-ginaria, dove si è accolti con lacrime e allori. Anzi: nella famiglia di sangue la ragazza trova anche il responsabile della denuncia e della scomparsa dei propri genitori. La famiglia, lungi dall’essere il luogo di pace, è un luogo di conflitti politici insanabili. E drammatica è anche la permanenza nella famiglia d’adozione: lo zio della famiglia di sangue era un repressore amico del padrino della famiglia di adozione. Una scoperta inquietante: «Si tratta di una persona che io chiamavo “zio”, che mi era stata presentata come il mio padrino di battesimo (…). Il mio pseudo padrino, il prefetto Héctor Febrés, il responsabile del “settore quadro” della Esma, il settore delle donne incinte. Colui che mi strappò dalle braccia di mia madre. Il mio sequestratore.» (p. 103)

Il battesimo di Victoria sembra essere l’atto rituale con cui viene strappata ai genitori comunisti per essere allevata da una famiglia ultraconservatrice e cattolica. Victoria continua: «quell’uomo sinistro (…) io lo chiamo zio.» (pp. 104-105) «Il solo pensiero di averlo abbracciato, di averlo chiamato zio e di averlo ringraziato per i regali che puntualmente mi inviava ogni anno per il mio compleanno mi dà la nausea.» (Ibid.)

Neanche la famiglia di sangue è esente da colpe e l’amore di Victoria per i genitori montoneros si infrange sulla figura dello zio Adolfo, il fratello e il traditore del padre di sangue, conosciuto come “Geronimo” dalle persone che torturava: «Ancora più profondo è il disgusto che provo per una persona a cui sono legata da un vincolo di sangue. È mio zio, il vero fratello di mio padre e principale responsabile della distruzione della famiglia (…). È insopportabile pensare che mio padre lo abbia ammirato e amato per molti anni, che Adolfo fu testimone di nozze dei miei genitori, e poco tempo dopo fu capace di insediarsi nel suo ufficio improvvisato nella Esma mentre sua cognata veniva torturata nella stanza accanto”.

Poi Veronica passa a descrivere i rapporti conflittuali e angoscianti dei nonni paterni con il figlio torturatore, i sensi di colpa… la famiglia si spacca, come è spaccata la società, ma in maniera forse più drammatica. Alla fine Victoria riesce a recuperare un contatto lontano con i nonni superstiti e mantiene il rapporto con i genitori adottivi, che comunque avevano rispettato in certa misura la scelta di una militanza politica a sinistra, maturata prima di conoscere la sua vera storia e identità (quando insomma non era ancora Victoria ma Analía). Non se la sente infatti di escluderli dalla rete familiare e ha migliori rapporti con la sorella di adozione che con quella di sangue, che è rimasta in una famiglia conservatrice e non vuole far luce sul proprio passato.

Alla fine sembra che per Victoria la famiglia sia innanzitutto il gruppo di militanti solidali che le è stato vicino: i ragazzi di Hijos, le Abuelas, le figure più mature nel movimento, a cui attribuisce un ruolo paterno: coloro che sente più vicini al percorso di lotta dei genitori desaparecidos. La militanza è un modo per “ampliare la portata del termine famiglia”, come scrive Victoria, oltre i vincoli di sangue e di adozione.

In modi diversi, poi, Félix Bruzzone, Mariana Eva Pérez o Ernesto Semán partono dalla memoria o dalla loro condizione di figli di desaparecidos o di vittime della dittatura per sviluppare discorsi narrativi che ne prescindono quasi completamente, per sconfinare, a volte, perfino nel fantastico. Interessante, soprattutto, la carica ironica e autoironica di Mariana Eva Pérez in Diario de una princesa montonera. 110 % verdad (“Diario di una principessa montonera. Vero al 110 %”, Capital Intelectual), in cui un’attivista per i diritti umani e dell’associazione dei figli dei desaparecidos scrive su temi drammatici, sui suoi sogni e sui suoi incubi, sulle battaglie combattute, ma sferzando spietatamente anche se stessa in quanto militonta, cumpa, eccetera. Un libro perfino divertente, raccontato di pancia per quanto in maniera dissimulata da una scrittura leggera e delicata.

E alla fine, sorpresa: tutti, o quasi tutti, questi scrittori rivendicano il «diritto all’oblio». Hanno scritto, forse, per poter dimenticare. Attenzione: niente di più lontano dalle loro intenzioni di  passare un colpo di spugna su quanto è accaduto. Anzi, al contrario: perché si può dimenticare solo qualcosa che conosciamo e abbiamo fatto nostro fino in fondo. Ora le «ultime vittime dirette della dittatura», come qualcuno di loro si definisce, non hanno più bisogno di testimoniare alcunché. Ora, forse, per loro è giunto finalmente il tempo di vivere.

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