di Valerio Evangelisti

SinistrePresenze

Introduzione a Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo (a cura di), Sinistre presenze. 17 racconti horror impegnati, Bietti, 2013, pp. 405, € 20,00.

Il genere horror si presta alla critica politico-sociale? Riconosco la stupidità della domanda nel momento stesso in cui la pongo. Ogni genere si presta a qualsiasi cosa. Nel caso dell’horror, però, il quesito è più giustificato. La narrativa dell’orrore fa appello, in molti casi, più al subconscio e all’inconscio che alle strutture sociali. E’ dunque meno obbligato, in essa, il passaggio a tematiche di portata generale.

Non sono mancati, né mancano, scrittori horror che si professano radicali, e in qualche caso addirittura marxisti. Per fare qualche nome, il defunto Frank Belknap Long, Ramsey Campbell, il giovane Clive Barker, China Mieville (che però cavalca generi sincretici) e altri minori. Non sono molti. Va inoltre aggiunto che raramente ciò che scrivono lascia trapelare le loro convinzioni politiche, oppure una visione del mondo che non sia generica. L’eccezione viene dal cinema, come vedremo tra breve.

Ma precisiamo cosa sia il genere horror, per capirne le peculiarità. Esso differisce profondamente da altri mediamente più popolari (Stephen King resta un’eccezione, appena incrinata dall’emergere delle saghe dei vampiri adolescenti). Il poliziesco ha a che vedere sia con l’eterna fascinazione del delitto che con la logica idonea a indagarlo. Il noir si estende a contesti urbani di marciume e degrado morale, dove la distinzione tra buoni e cattivi si assottiglia. La fantascienza punta sui massimi sistemi, in cui la prospettiva individuale si perde in giganteschi scenari macroeconomici e macro-sociali. Il romanzo rosa è una variante blanda della letteratura erotica. Ogni genere ha proprie caratteristiche, ancorate a differenti bisogni conoscitivi ed emotivi.

L’horror si innesta, dal canto proprio, nella psicologia del profondo. Fa emergere le più inveterate pulsioni individuali, quelle della morte, e della sofferenza che può preludere alla morte. Nessuno è più attratto e respinto dall’evento inevitabile dei bambini, o dei vecchi. Gli uni lo guardano come un fatto remoto eppure incomprensibile, gli altri lo vedono come una certezza incombente. Il genere horror si nutre di queste paure. Da una ventina d’anni a questa parte le ha esorcizzate con una visione intermedia e a suo modo consolatoria: il genere splatter, la crudeltà immotivata del serial killer. Sono costoro che oggi assediano le fantasie del pubblico. Il mostro metafisico, tipo il vampiro che vive o non vive, ha attualmente le forme patinate degli eroi romantici di Twilight. E l’orrore resta confinato al livello epidermico delle torture, degli assassinii insensati, dello squarciamento di budella. Eppure, quando un ragazzino ha un incubo terrorizzante, pensa a tutt’altro. A una parete che, se vi ci si appoggia, cede sotto la sua pressione, e lo proietta in un mondo dalle regole misteriose e atroci, in cui la morte regna e orchestra il balletto di una vita a termine. Oppure è spaventato dal buio (per lui più fitto che per gli adulti) e alle creature che potrebbero acquattarvisi.

Entro questi parametri di massima, lo spazio per la riflessione sociale è ristretto o marginale. Ma non è un destino obbligato, e certo cinema se ne è accorto. Society di Brian Yuzna, La casa nera di Wes Craven, Candyman di Bernard Rose gettavano sul presente sguardi precisi e acuti – per non dire de La spina del diavolo e Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro. L’intera serie dei morti viventi di George A. Romero tocca temi quali il razzismo, il consumismo, l’emarginazione, fino a trasformarsi, negli ultimi episodi, in una metafora della lotta di classe, con gli zombies in veste di nuovi proletari.

Occorrerebbe che la narrativa horror acquistasse uguale maturità e fosse capace di ampliare i propri orizzonti oltre il semplice “fare paura” o “destare raccapriccio”. Il mondo attuale non è certo avaro di spettacoli di orrore: ogni telegiornale è una specie di grand guignol quotidiano. Dalle atroci imprese dei narcos messicani agli atti terroristici che si susseguono ovunque, dalle guerre feroci del continente africano ai comportamenti di certe polizie incaricate di mantenere ciò che ritengono “ordine”, il terrore dilaga. Per qualche verso l’horror potrebbe candidarsi, più del “noir”, al ruolo di narrativa del nostro tempo, se solo spostasse la sua attenzione dall’individuale al collettivo.

Ebbene, questa antologia dimostra che in Italia ci sono autori che – in maniera molto diversa, per gusti o per stile – la questione se la pongono. Con quali risultati lo deciderà il lettore. Dal canto mio, sono lieto che una diversa dimensione dell’horror si radichi nella penisola, con piena consapevolezza. Ho l’impressione che abbiate tra le mani un libro importante.

 

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