di Danilo Arona

BradburyLonely

A volte la grande letteratura è tremenda. Ray Bradbury, in una delle sue opere più struggenti della terza età, Morte a Venice, racconta nelle prime pagine di un giovane scrittore che sale su un tram a mezzanotte nel famoso distretto di Los Angeles e ha un incontro sconvolgente. Un uomo inquietante sale a sua volta e si siede dietro di lui nonostante i quaranta seggiolini liberi. E…

“Pioveva forte e il tram rosso sferragliava in mezzo a un prato e la pioggia batteva sui finestrini, lavando la vista dei campi aperti. Navigammo attraverso Culver City senza vedere gli studi cinematografici e la corsa continuò: il vecchio tram sbuffava e le assi del pavimento scricchiolavano sotto i piedi, i seggiolini vuoti cigolavano e il fischio urlava di tanto in tanto. Poi, un alito terribile alle mie spalle mentre l’uomo che non avevo visto diceva: «Morte!». Il fischio del tram si impose sulla voce tanto che lui dovette ricominciare. «La morte…». Un altro fischio. «La morte è a Venice» disse la voce alle mie spalle.”

Perché ho usato l’aggettivo “tremenda”? Perché la morte a Venice Beach di una giovane ragazza italiana, laggiù in viaggio di nozze e falciata da un mostro al volante, lo è stata di sicuro e, sebbene non esista ovviamente il minimo collegamento con un romanzo pubblicato nel 1985, la mente di chi conosce l’opera di Bradbury è quasi costretta a compiere certe casuali connessioni. Quasi come se, giusto in una visione connettivista, le indefinibili energie che circolano in un continuum senza spazio né tempo alla caccia di “gusci vuoti” da occupare, possano essere percepite dalla mente liberata di uno scrittore con la capacità, appunto, di connettersi.

Lo so bene, stiamo navigando nella metafisica e in una dimensione a dir poco astratta. Come so bene che questo articolo l’ho già scritto qualche altra volta in forma diversa. E mi si potrebbe a ragione chiedere come può entrarci il più malaugurato degli incidenti con certe tematiche, proprie della Luce Oscura,  quali la progressiva alterazione subliminale dei nostri corpi sottili o quella “sindrome di Renfield” della quale vi parlai tempo fa grazie anche al contributo dell’amico Tony Sardi, per la quale tanta  gente sul pianeta fa cose orribili e poi non ha alcuna spiegazione da fornire, ammesso che quella spiegazione serva a qualcosa. Cose che assomigliano a intrusioni diaboliche all’interno della Psiche-Soma, se non fosse che chi vi scrive si definisce agnostico, a un passo dall’ateismo. Forse eggregoriche, maligne, per le quali la definizione più esaustiva resta ancora quella di Castaneda, i voladores, forme fluttuanti nell’aria di tanto in tanto visibili a pochi e chiamate nella culture tribali del Sud America “predatori oscuri”. Entità inorganiche e vampiriche in grado di “entrare dentro”, come certi alieni invasori degli anni Cinquanta, e di mettere in atto una sorta di terrorismo di massa in grado di diffondersi su base psichica.

Ho scritto giusto, terrorismo. Il tipo che ha ucciso la nostra connazionale a Venice si è scagliato con l’auto contro persone che stavano camminando sul lungomare. Dichiara di non sapere perché l’ha fatto. E, okay, l’uomo vanta un passato disgraziato di droga, alcol ed emarginazione. Però Nathan Campbell ha usato la sua macchina per uccidere. Senza ombra di dubbio. Le due foto in sequenza parlano chiaro.

Ovvero, Campbell punta i due ragazzi e loro con assoluto tempismo e forse anche un po’ di fortuna riescono a uscire dallo spazio mortale dell’investimento.

Lo fa Campbell con una macchina nera che assomiglia sul serio all’oscura falciatrice su quattro ruote filmata da Elliot Silverstein nel 1974 (The Car), giusto per andare ancora a caccia di analogie puramente casuali (anche se il concetto di “puramente casuale” non esiste in una visione connettivista del fluire energetico). Insomma, nell’immaginario a monte di fatti del genere, ci stanno sacche di déjà vu che sanno in parte di Final Destination e sono in grado di produrre un prevedibile quanto deplorevole repertorio di frasi fatte sulle varie tipologie di “appuntamenti col destino” che ognuno di noi avrebbe già scritto nel proprio DNA karmico.

Nessuno deve condividere la mia opinione, ma io a fatti del genere mi ribello. La mia intenzione sarebbe quella di andarci a scavare dentro. Per scoprire uno straccio di spiegazione che non sia la solita, paradossalmente tranquillizzante, disamina sulla “fatalità”.

Come forse suggerirebbe al proposito l’amico Tony Sardi, in questo momento storico tutti i matti ricoverati nell’immenso manicomio che si chiama pianeta Terra si stanno agitando perché “qualcosa sta arrivando” o “qualche forma di energia incontenibile vaga libera per le troppe Zone Zero”. Non voglio risuonare come un uccellaccio del malaugurio (chi mi conosce sa che sto agli antipodi), ma non mi pare smentibile che sia in atto, e non da oggi, un tellurismo psichico globale, quello dei Renfield che “risuonano” perché, a loro dispetto collegati alle modificazioni energetiche in  corso, reagendo di conseguenza in modo inconsulto e imprevedibile. E spesso mortale. Gli esempi in cronaca per applicare questo schema, semplice quanto fantasioso (ne convengo), non mancano.

Concludo con il plausibile frammento di un dialogo immaginario di due ragazzi in autostrada, estratto dal libro Protocollo Stonehenge (Mezzotints), scritto da Edoardo Rosati con la mia marginale complicità. Loro sono due giovani sposi che stanno viaggiando in macchina e ingannano il tempo parlandosi. Quel che si dicono forse vale più di mille, ulteriori dibattiti.

 

«Ti ricordi di quel film che vedemmo da fidanzati e che s’intitolava Scream? C’era una battuta in quel film. Che sembrava buttata lì. Non ricordo quale personaggio la diceva. Qualcuno chiedeva per quale motivo l’assassino con la maschera uccidesse in quel modo e qualcun altro gli rispondeva: i moventi sono incidentali, è il millennio. Pare una stupidata, ma non lo è.»

«Spiegati».

«Sta nell’aria. E’ un senso di Final Destination, se posso ancora citare un film. E da anni nel mondo, pure in Italia, la gente ammazza ma non sa mica perché lo fa. Proprio come al cinema. I serial killer dei film uccidono un sacco di persone, ma da troppo tempo i registi hanno rinunciato a spiegarci il perché. Idem di qua».

«Di qua?»

«Nel mondo reale. Ti ricordi di Donato Bilancia? Ha mai spiegato perché ha ucciso 17 persone? Uccideva perché gli piaceva, okay. Ma è una spiegazione?»

«E secondo te uccideva perché c’è qualcosa nell’aria?»

«Non banalizzare il tutto. Siamo pieni di assassini senza spiegazione».

“Eppure l’aria della Norvegia è ottima. Come ti spieghi quell’assurda carneficina di ragazzi del luglio dell’anno scorso?”

«Eh, ma quel biondo nazista una spiegazione l’ha data subito».

«Se posso citarti, è una spiegazione? Ammazzi in quel modo una sessantina di adolescenti perché sei un crociato anti-islamico e anti-marxista?»

«Visto che vieni dalla mia? Ci dev’essere per forza qualche altra ragione. Ma scusa, ti sarai mica dimenticata quella storiaccia di Milano accaduta due estati fa? Uno scimmione ucraino, di sicuro geneticamente predisposto, che litiga con la fidanzata e per rappresaglia esce per andare ad ammazzare a pugni la prima donna che passa davanti a lui. E la trova, santo cielo, e l’ammazza con le mani in pieno centro di Milano con nessuno che ha il coraggio d’intervenire perché quello è uno che vuole ammazzare per una buona ragione – cazzo, ha litigato con la fidanzata! – e di eroi in giro a quell’ora non ce ne sono.»

«Era andato fuori fase».

«Eccoti qua. Hai centrato il problema».

«Cioè?»

«C’è un tale in Rete, si chiama Alessio Di Benedetto, che te la spiegherebbe proprio così. Siamo fuori fase, viviamo in dissonanza. Chi più chi meno chi niente, ma è la media che fa la cronaca. I ragazzini che ammazzano gli animali per divertirsi e sghignazzano mentre quelli muoiono; gli stalker che uccidono le ex; quelli che si accoltellano per un sorpasso; quelli che ammazzano tutta la famiglia e poi guardano in faccia il maresciallo dei carabinieri, scrollando la testa e garantendo che non ricordano più niente. Tutti i giorni ne senti parlare e leggi sempre la solita solfa, raptus di follia, che non vuol dire niente. Di Benedetto risponde proprio come te: fuori fase. Ma fuori fase rispetto a che cosa? Si chiama Risonanza di Schumann, che non ha niente a che fare con un quasi omonimo musicista, ma si riferisce al suo scopritore, un tale che negli anni Cinquanta scoprì la frequenza vibratoria del pianeta, un campo elettromagnetico pulsante che purtroppo si sta innalzando sempre più con un inarrestabile processo iniziato un ventennio fa. Un aumento che si porta dietro delle controindicazioni, tipo diminuzione del campo magnetico terrestre, innalzamento delle temperature, cataclismi a manetta…»

«E rieccoli, i Maya!»

«Lascia stare. Il ‘fuori’ fase riguarda noi, noi esseri umani che, non vibrando più all’unisono con la frequenza di Schumann, siamo per così dire sfasati rispetto alla pulsazione originale, Un ‘fuori fase’ che può intendere tante cose: essere meno creativi, meno intelligenti, più primitivi, più aggressivi e più folli. Insomma, ammazzo a pugni qualcuno solo perché mi ha guardato o sparo a dei ragazzini in Norvegia per impedire che domani esista una classe dirigente di sinistra, perché il campo elettromagnetico in aumento sta disgregando le menti. Lo trovo affascinante».

«E’ come il diavolo che ti possiede. Alla fine non è mai colpa tua».

«Ma il mondo è sul serio pieno di gente sfasata».

«Temo che lo fosse anche ai tempi del nazismo e di Hitler. E la risonanza di quel Schumann allora non si alzava».

Già, ma oggi sì.

 

Share