di Luisa Catanese

ZingaraModi.jpg1.
All’inizio del nuovo secolo, su un autobus della mia patria, un maschio adulto di mezza età che parla la mia lingua madre ha detto: «Con tutti gli zingari che occupano i nostri posti senza pagare, proprio a me dovevate fare la multa?»
L’ho raccontato a un amico che tiene famiglia e si rassegna a scrivere pezzi di cronaca nera su un quotidiano della mia città. «Sì, d’accordo», ha voluto precisare, «ma come eliminare la piccola criminalità?»
«Se escludiamo le profonde trasformazioni sociali», gli ho risposto, «vedo due soluzioni: uno stato di polizia o il controllo del territorio in appalto alla mafia».
All’inizio del nuovo secolo, quando non avevo ancora trent’anni, ero più spigliato. Mi svegliavo più tardi. Non ero ancora un insegnante.


2.
Un paio di anni fa andavo al lavoro in treno. A parte il lunedì, ogni mattina avevo lezione alla prima ora. Viaggiavo su un treno regionale nuovo, piuttosto veloce e pulito. Sfogliavo un giornale, osservavo di sottecchi i viaggiatori, ammiravo all’alba le vette nevose del Corno alle Scale e del Cimone, passavo in rassegna i pioppi, sezionavo gli alvei dei torrenti, misuravo la regola dei campi.
Il lunedì, invece, iniziavo a lavorare alla terza ora e così dovevo adattarmi a un treno più vecchio, sgangherato, sudaticcio; così stantio da sembrare in ritardo anche quando era in orario. Lo stesso genere di treno dove, tornando stanco dal lavoro, trovavo sui sedili gli zainetti stercorari, le braghe calanti, le scarpe slacciate degli studenti.
«Se-di-le, se-dia, riesci a capire? Ci si siede, ci si mette il sedere. Non i piedi. Scarpe uguale cacca, piscia e sputi. Me li lava tua madre i pantaloni?»
«Come vuole lei. Io mi siedo per terra: dove metto i piedi, metto anche il culo».
In ascensore, in treno, a scuola mi danno del lei. Vado verso la mia terza ora. Sono pedante, sono piccolo borghese, sono conformista, sono moralista. Me lo dicono i vecchi amici, sorridendo.
«Lo sono diventato da quando mi sveglio all’alba», rispondo. «La ribellione senza causa è un vecchio film americano. Le cattive maniere sono antiche. Un’idea filistea può essere una mascella d’asino».
È possibile che gli amici abbiano ragione. Non sono più un giovane alchimista. Ogni mattina per trovar l’oro prendo la mia bestia da soma e vado a setacciare la sabbia del fiume.
Rimorsi notturni, rabbia mattutina, disgusto postprandiale, tristezza crepuscolare. Rancore feriale e cervicale festiva. Non sempre, però. Mi capita di sorridere. Qualche donna mangia, ride, dorme con me.
E così arrivo all’altro lunedì.
Quel lunedì mattina, come tutti i lunedì, ero sul treno che mi portava alla terza ora di lezione. Sfogliavo uno di quei giornali gratuiti che studenti universitari e immigrati mi porgevano all’ingresso della stazione. Mi ero seduto di fronte a tre esseri umani femmina che indossavano vestiti variopinti, sgualciti, e avevano l’aria di chi ha dormito male. La più giovane, una ragazzina, tolta una scarpa, aveva poggiato un calzettone a righe sul sedile accanto al mio. La più anziana, forse mia coetanea, pensava ai fatti suoi. Sedeva in mezzo, di fronte a me, una donna giovane, adulta, che annusava una boccetta di profumo e la proponeva alle altre.
Non voglio farla più lunga di quanto è stata. Entrano nel nostro vagone due esseri umani maschi che si avvicinano con passo sicuro. Si dirigono verso di loro, verso le tre donne. Devono essere poliziotti o controllori, penso, ma vestono in borghese, come me.
Non fanno domande. Danno ordini: «Voi dovete scendere».
Alzo la testa dal giornale: «Devono scendere anche se hanno il biglietto?»
Mi guardano interdetti. Non ci avevano pensato.
Si rivolgono senza parlare alle tre donne. La donna più giovane mostra lentamente i biglietti.
I biglietti tornano in una tasca segreta. I due uomini se ne vanno in silenzio.
Le zingare non dicono più una parola. Non mi guardano. Pensano pensieri che io non saprò mai. Se fossi donna, forse mi direbbero qualcosa, ma io non sono una donna. Non appoggiano suole, zaini, piccoli cani pelosi sui sedili. Sono mie sorelle e simili, penso. Gli occhi di mia nonna, le figlie che non ho, un santino gratuito, i trapezisti, l’uomo senza gamba, gli autoscontri, un concerto notturno sotto il ponte di questa ferrovia.
L’educazione, come le maniere cattive, è antica. Alzandomi in piedi, le guardo in faccia e dico: «Buona giornata». Mi avvio all’uscita, alla mia stazione, verso la terza ora.

3.
Sarebbe bello se gli oppressi, le minoranze, i minori, i bambini fossero sempre buoni, empatici, sensibili al dolore degli altri. Sarebbe bello se i proletari e i nuovi nati, i piccoli e gli infelici non fossero mai razzisti. Se non offendessero mai chi non vive nella loro norma, se rivelassero sempre un’infallibile sensibilità antropologica. Sarebbe bello se i deboli fossero moralmente superiori ai forti. Sarebbe bello se dal dolore che proviamo e dalle ingiustizie che subiamo, imparassimo a essere migliori e a lottare con gli altri affinché non ci siano più ingiustizie. Sarebbe bello se non ci vendicassimo mai della nostra debolezza e del nostro dolore su chi è più debole e infelice di noi. Questo pensava il professor Tale appena sceso dal treno.
Sebbene ora vi parli in terza persona, è evidente che quel Tale ero io, un uomo senza prole che andava verso i quarant’anni e verso una classe di esseri umani, abbastanza umani, che avrebbero potuto essere suoi figli.
Quella mattina il professore avrebbe parlato del popolo romanì. Avrebbe scritto «romanì» alla lavagna e qualcuno gli avrebbe chiesto: «Prof, chi sono i romanì?»
Egli avrebbe scritto: romanì, parentesi graffa, rom, sinti… Alla fine, a parte, avrebbe scritto «zingari», ma non prima di aver nominato gli Orfei, i Togni, alcuni giocatori di calcio, quel docente di Trieste. Avrebbe senz’altro parlato dell’incendio della roulotte di Django Reinhardt: delle sue dita, della sua musica. Avrebbe parlato di migrazioni, cavalli, giostre, canzoni, luoghi comuni, stati, frontiere.
A volte ascoltano, pensava. E si stupiscono. Dovrò trovare le parole giuste, i tempi giusti. Certi colpi di scena li fanno sorridere. Se non saranno crudeli, con me e con voi, oggi tornerò stanco dal lavoro, come al solito, ma non porterò a casa, fino al sonno, il mio rancore quotidiano.

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