di Daniele Barbieri

TuttiIPoveri.jpgGiovanni Di Iacovo, Tutti i poveri devono morire, Castelvecchi, 2010, pp. 156, € 12,60.

[Di norma, Carmilla pubblica solo testi originali. Fa eccezione per questa recensione, tratta dal blog di Daniele Barbieri, giornalista ed esperto di fantascienza. Il libro di Giovanni Di Iacovo, vecchio amico di Carmilla, andava segnalato. Dato, però, che alcuni redattori di questa testata hanno avuto una parte seppur minima nella pubblicazione (commento in quarta di copertina), si è preferito ricorrere, per correttezza, a fonti terze.] (V.E.)

Il prato è «curatissimo». Dunque il sangue che scorrerà, alla fine della gara iniqua, lo sporcherà. Non è un safari o una caccia alla volpe. La vittima è umana, Lila. Ma cosa c’entra «la sigla dei Teletubbies»? Perché gli assassini gettano sulla morta predestinata e sull’altro in sovrappiù «la pagina 5 di Viaggio al termine della notte di Céline e la pagina 5 di Chiedi alla polvere di John Fante»?

Il prologo di Tutti i poveri devono morire sembra svolgere il tema del titolo, l’odio di classe sotto forma di caccia sadica e omicidio finale. Però nel primo capitolo arriva Judy, che fra poco resterà vedova di Victor, e il romanzo resta splatter ma vira verso il grottesco. Nel secondo capitolo (intitolato «Come Obama sta a Tyson») la fresca vedova Judy progetta la sua vendetta ma il lettore resta sconcertato da frasi buttate lì, quasi di sfuggita, come la storia del marito di zia Pantyhouse «che si scopava il tubo dell’aspirapolvere». Subito dopo c’è la prima «interferenza d’amore» che ci trascina nella vita segreta di Hellen Berlinermauer la quale, come svela il suo cognome, sposerà un omone «alto 3,6 metri», per l’appunto il muro di Berlino. Sì, proprio quello preso a martellate dalla folla nel celebre 1989. Vi stupite di questo amore insolito? Eppure «oggi come oggi nessuno ha più dubbi sul fatto che gli oggetti abbiano un’anima. E’ che molti non lo vogliono ammettere per continuare a maltrattarli impunemente»

Si andrà avanti così, sino alla fine. Completamente spiazzato chi legge, in una permanente altalena di divertimento folle (quello che fa rotolare per terra) o di incomprensione magari mista a una indignazione vecchio stile («libri simili dovrebbero proibirli, potrebbero rovinare la gioventù»). Al suo secondo romanzo, il trentacinquenne pescarese Giovanni Di Iacovo conferma tutto il bene che di lui si è detto per Sushi Bar Sarajevo (del 2006) e per alcuni suoi reading-spettacoli ma proprio per le stesse ragioni altre persone lo considerano un mentecatto. Se il recensore deve dire la sua senza paraventi, ecco: lo considero il migliore fra i giovani scrittori italiani.

Sarebbe un’impresa difficile raccontarvi la trama, considerando che i morti cercano di suicidarsi e desistono solo quando si accorgono di essere già nella bara; che uno dei protagonisti accetta solo «una domanda per orgasmo»; che Judy è «impermeabile al male grazie alla sua granitica stoltezza» ma una tremenda droga potrebbe renderla temporaneamente pensante. C’è anche uno stadio che crolla perché «tutti, per anni, hanno pisciato sulle fondamenta» e una metropolitana segreta che attraversa tutta l’Europa partendo da Città del Messico. Si accenna anche a due tavole rotonde. Nella prima la discussione sulle «quote rose» riguarda il basso numero di donne impegnate negli assassinii, dunque «dobbiamo sollevare le loro coscienze (…) aiutarle ad abbandonarsi al piacere di uccidere». Nella seconda il disaccordo è religioso: più crudele Kalì o il dio della Bibbia?

Memorabile la figura di Judy, il suo «odio verso tutto ciò che puzzasse di povero», la sua idea di coppia perfetta che non può sgretolarsi «nelle melmose mediocrità del calzino mal rattoppato e del tono di voce non appropriato».

Una raccomandazione: non perdetevi le note, veri raccontini supplementari: soprattutto quelle che riguardano l’equazione dell’astrofisico Frank Drake sono al limite del geniale.

Un delirio. Folle dall’inizio al colpo di scena finale e all’epilogo che fa presagire un seguito.

Se uno dei vostri film preferiti è La montagna sacra; se i quadri nei quali vi tuffate più volentieri sono di Dalì, Magritte o De Chirico; se amate la fantascienza più irriverente (come suggerisce nella quarta di copertina Valerio Evangelisti); se credete — almeno per il tempo di una lettura — che la leggendaria serial killer ungherese (del 1500) Erzsebet Bathory, la morte di Lady Diana e gli alieni di Roswell siano collegabili o che la finanza spagnola nel dicembre 2009 ha iniziato a indagare « sulle dichiarazioni dei redditi dei cadaveri» … questo è il libro per voi, il migliore del suo genere anche perché sarebbe impossibile classificarlo. In tutti gli altri casi astenevi.

UNA PICCOLA NOTA

Per me oggi è un giorno molto triste per la morte del mio amico Enrico Pili. Pur nel dolore, ho pensato che fosse giusto continuare sul blog il mio lavoro di ragnatela e con lo sguardo al futuro. Il martedì su codesto blog è il giorno della fantascienza, cioè del “di Marte si parte”. Avevo già preparato questa recensione e ho deciso di metterla oggi. Da poco Enrico aveva pubblicato 7171 che è anche fantascienza e penso che piacerebbe a Giovanni Di Iacovo. Invece Enrico non potrà leggere questo bellissimo, provocatorio Tutti i poveri devono morire; credo gli sarebbe piaciuto ma ora è altrove: forse non lontano da me, da noi, nel quartiere accanto come dicono in America Latina, qui dietro la curva come ha scritto la comune amica Christiana… (db)

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