di Valerio Evangelisti (da il manifesto, 13 luglio 2008)

Antirazzismo.jpg[Questo articolo è apparso su il manifesto in forma abbreviata. Non per censura del giornale, bensì per ragioni di spazio, che mi hanno costretto ad alcuni sacrifici volontari. Ecco la stesura originale.]

I centri sociali, a Bologna come dovunque, furono un tentativo di perpetuare l’eredità del Settantasette in anni duri e di feroce repressione. Facevano leva su due temi salienti dell’Autonomia: il “contropotere territoriale” e la socialità alternativa, prima di allora teorizzata da Lotta Continua, quando era ormai prossima allo sfascio. In pratica si trattava di sperimentare pratiche di vita comune autogestita, distanti dalle logiche di potere, e destinate a dilatarsi sul territorio. Nessun modello esistenziale valido fuori doveva riprodursi dentro: dall’ansia di competere alle discriminazioni sessiste. Ma non ci si doveva ritirare in una sorta di Shangri-La, o in un monastero benedettino resistente ai barbari (come ha di recente teorizzato a sorpresa Bifo, vinto dal pessimismo). Compito dei CSOA (Centri Sociali Occupati Autogestiti) era compattarsi dentro per proiettarsi fuori. Definire uno stile di vita per poi imporlo, con le buone o con le cattive. Conquistare spicchi di metropoli.

Il modello era naturalmente il Leoncavallo di Milano, però erano ammissibili varianti locali. A Bologna credo che il primo centro sociale a sorgere fosse il Crack (nessun riferimento a una droga ancora ignota). Ospitato in una baracca poi demolita dal Comune, si trasferì in una seconda più ampia, sotto le mura dell’ex manifattura tabacchi. Lo gestivano punk politicizzati e autonomi dissidenti dal filone centrale padovano-romano. L’esperienza durò alcuni anni e si esaurì. Offrì concerti di gruppi punk provenienti da tutto il mondo, discussioni interminabili, manifestazioni “cattive”, canzoncine leggendarie (“Siamo gli autonomi, siamo i più duri”, “Fate largo quando passa la commissione mensa”). Il rapporto con la città? Totalmente conflittuale. Dal Crack si partiva per occupare case e costruire barricate. Si disprezzava Bologna (la Bologna bottegaia, provvisoriamente picista e codina) come Bologna ci disprezzava.
Dopo il Crack — e qui abbrevio — vennero L’Isola nel Cantiere e La Fabbrika. Il primo fu un centro sociale gestito soprattutto da punk, che profittò dei lavori di ristrutturazione dell’ex cinema L’Arena del Sole per impadronirsi di uno spazio alle sue spalle. Concerti, proiezioni, utenza foltissima. Vi proiettai un film folle di mezz’ora che avevo girato in Super8, Il figlio dell’uomo elettrico contro i paninari. Entusiasmo generale, ovazioni (per quanto si trattasse di una vera schifezza). Una ragazza punk mi chiese una copia del film per proiettarla a Berlino. Purtroppo l’esperienza dell’Isola nel Cantiere durò poco più di un anno. La sua animatrice principale, Laura De Lauris, è comunque ancora una presenza battagliera.
La Fabbrika fu uno CSOA importantissimo, gestito questa volta dagli autonomi “ortodossi” aderenti al comitato nazionale detto “anti anti” (antimperialisti, antimilitaristi). L’accento fu spostato sui lavoratori immigrati, cui la sinistra istituzionale non prestava attenzione. La Fabbrika li organizzò, nei limiti del possibile. Si aprì anche a una serie di sperimentazioni musicali e teatrali. Andarvi diventò una continua sorpresa, il più delle volte lieta. Tra le colonne enormi di uno stabilimento in disuso si fecero esperienze che le istituzioni si guardavano dal proporre. La cultura “vera” bolognese è transitata anche tra i capannoni de La Fabbrika, piccola società retta dai criteri dell’uguaglianza.
Lo stesso potrei dire per la breve esperienza del CSOA Il Pellerossa, in piena zona universitaria, e per Villa Serena, stabile molto periferico ma magnifico. Troppe divergenze tra le componenti del movimento, ai tempi della Pantera, fecero implodere quelle occupazioni, senza necessità di una repressione esterna. Resistette solo il Livello 57, creato da militanti provenienti dall’ex Crack. Specializzato in tematiche antiproibizioniste, offrì per anni concerti a un ritmo quasi quotidiano e resistette a mille traversie. Le sue Street Parades annuali diventarono un appuntamento fisso per giovani provenienti da tutta Italia. Per fare scomparire il Livello occorreva un fattore nuovo, che infine arrivò. Di nome faceva Sergio, di cognome Cofferati. Il giustiziere dei centri sociali, per lui puro fattore di disordine in una città che voleva ridotta al rigor mortis.
Prima dell’elezione sciagurata dello sceriffo altri centri erano sorti, e tuttora sopravvivono. Il TPO, Teatro Polivalente Occupato, nacque appunto in un teatro abbandonato della zona universitaria, poi si trasferì in un acquario in disuso della prima periferia. Adesso sorge nei pressi della stazione ferroviaria, ed è un modello di organizzazione. Promosso da un gruppo di gestione legato ai Disobbedienti padovani, ospita un bar dai prezzi politici, una palestra, una scuola di lingue per stranieri, una radio (Radio Kairos) e altro ancora. Offre concerti, spettacoli teatrali, presentazioni di libri. In passato conteneva persino un sex shop gestito da femministe (che non hanno saputo resistere, purtroppo, al “dialogo” con Cofferati) e ha avuto ospiti illustri, da Stefano Benni ad altri scrittori e artisti. Grazie ad accordi stipulati quando sindaco di Bologna era Giorgio Guazzaloca, di destra ma tollerante, il TPO ha vita abbastanza sicura.
Molto travagliata è invece l’esistenza del Laboratorio Crash! Promosso in origine da autonomi “tradizionali” ex Fabbrika, poi sostituiti da leve più giovani ma non meno determinate, combatte con le unghie e con i denti i continui tentativi di sopprimerlo. A un primo sgombero, da un deposito delle ferrovie abbandonato da decenni, ha reagito occupando, nella stessa via, un’antica fabbrica di gelati inattiva da tempo immemorabile. Certi spettacoli di musica d’avanguardia li si trova solo lì. Tiene seminari di scrittura e fotografia, include una libreria e un piccolo emporio. La facciata è dipinta da Blu, un artista di strada (un writer) multato a Bologna e premiato a New York.
Altri centri sociali, come il Vag 61 e l’XM 24 sono invece fusioni di collettivi disparati, dalle molteplici attività e interessi: cinema, comunicazione, politica non istituzionale, radio, musica, ecc. Settantasettini dai capelli ormai ingrigiti si mescolano a giovani sovversivi, ribelli alle convenzioni. Giovanile è anche il parterre del Lazzaretto occupato, sito in un casolare ai margini della città. Anche qui si può ascoltare gratuitamente musica inconsueta e non commerciale, spesso di altissima qualità.
Fino a poco tempo fa, tutti questi centri sociali erano spesso in lite tra loro. La politica della terra bruciata di Cofferati — fatta di demolizioni e di chiusure d’autorità, lasciando fosse insensate dove c’era qualcosa di vivente — li ha quasi costretti a compattarsi. Non davano fastidio solo per le attività culturali, di cui la giunta comunale se ne frega altamente, ma anche per il loro attivismo politico antagonista. Manifestazioni contro i CPT, antirazziste, antifasciste, contro la guerra, contro la discriminazione sessuale. Troppo, per un municipio che vagheggia grandi opere in centro e periferie silenziose. Dunque si butti giù, si demolisca. Poco importa che i centri sociali paiano — faticosamente — prefigurare ciò che dovrebbe essere la sinistra. Noi si è una variante moderata della destra. O no?
Partano dunque le ruspe, e torme di vigili urbani finalmente armati come si deve. Attualmente i centri sociali garantiscono concerti, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, rassegne di cinema quasi ogni giorno. Non se ne può più. Il cittadino medio bolognese ne ha le scatole piene. Non riesce nemmeno a contare, causa il rumore, quanto denaro ha estorto oggi a uno studente per un posto letto.
Bisogna finirla. Non ci è riuscito Guazzaloca? Non ci sono riusciti i fascisti? Ci riuscirà Cofferati. Prima o poi, si spera, regnerà su Bologna il silenzio totale. Così confortevole.

Da vedere:

Crash Again
Street Parade 2006
Festa del Vag
61

XM 24: Presentazione
Giuliano Ferrara cacciato da Bologna dai centri sociali