di Lucio Angelini

SilviaMenuzzi.jpgL’esperimento di scrittura medianica stava riuscendo. La mano dell’esangue scrittore inedito (anni e anni di manoscritti respinti, di pugnalate al cuore…) aveva iniziato a muoversi nel buio.
Scrisse solo: “L’ele“. E si bloccò.
“Calvino! Calvino! Italo Calvino!” urlò mentalmente Vitalino Calò, irrigidendosi tutto. “Scrivilo tu il racconto! Vincilo tu il premio Calvino dell’89! Compi questa suprema ironia!”
La penna riprese a tremolare. Tracciò sette lettere, “fangelo“, che si aggiunsero alle precedenti di “L’ele“.
Sì, certo! L’elefangelo…
Ma che strano titolo!

Due ore dopo il racconto era lì sul tavolo, davanti a lui, pronto da spedire alla redazione de L’Indice, Premio Italo Calvino. Autore: Italo Calvino. Esecutore medianico: Vitalino Calò.
Vitalino Calò si sentiva svuotato, trasparente. Ma guarda tu cosa gli era toccato di fare!
Il suo viso, nel buio, pareva una bacca di gelso spruzzata di farina.
Un senso di torpore, di freddo.
La sua mano era diventata una pinna.
Accese la luce.
Lo lesse cento volte, sempre più sconcertato, quel racconto per bambini:

L’ELEFANGELO

C’era una volta un grosso elefante grigio che tutti chiamavano, senza troppa fantasia, Grigione. Se ne stava tutto il tempo in mezzo al prato, immobile come un bel monumento, a meditare.
Un giorno gli si avvicinò un bambino con un secchio di vernice rosa:
– Ciao, Grigione, – gli disse. – Potrei… dipingerti tutto di rosa? Hai un colore troppo triste!
Grigione rifletté un istante, lo guardò come se fosse matto e tutto d’un tratto, senza dire assolutamente nulla, ghermì il secchio con la proboscide e glielo rovesciò in testa.
Il bambino si allontanò sconsolato, gocciolante di pittura rosa. Ma non si dette per vinto.
Il giorno dopo, mentre Grigione se ne stava in mezzo al prato a meditare come al solito, il bambino tornò alla carica. Questa volta aveva un secchio di vernice gialla.
– Quel rosa… beh, è vero, non era certo il colore più adatto per un elefante grande e grosso come te – borbottò – … un po’ femminile, oltretutto. Ma guarda questo giallo: non è stupendo? Un’autentica meraviglia… Dai, ti prego, lasciami provare. Lascia che ti dipinga di giallo.
Grigione lo squadrò dalla testa ai piedi, ancora più infastidito e sorpreso del giorno prima. E di nuovo, allungata la proboscide, ghermì il secchio e glielo rovesciò in testa.
Il bambino non si fece vedere per una decina di giorni.
L’elefante, immerso nelle proprie meditazioni, non si spostava dal prato nemmeno per andare a fare pipì.
Ed ecco, l’undicesimo giorno, riapparire il bambino.
Questa volta aveva un secchio di vernice rossa.
– Grigione, ti prego – esordì. – Sii buono, lasciami provare. Vedrai che non te ne pentirai. Starai benissimo, in rosso. Sembrerai un elefante dei fumetti.
Aveva gli occhi talmente luccicanti che a Grigione fece tenerezza. Ma sì, dopotutto… che gliene importava?
– E va bene, dipingimi di rosso, – sospirò. – Se ci tieni così tanto!
Il bambino si mise subito all’opera. Gli spennellò le orecchie, il dorso, la proboscide, la coda, le zampone, il sederone…
E il risultato non fu deludente.
Grigione stesso dovette ammetterlo.
Venivano a vederlo da ogni parte della città, quel bestione di un rosso smagliante, immobile nel verde del prato.
E Grigione, benché fingesse di non scomporsi, ne era segretamente lusingato.
Un giorno, un brutto giorno, scoppiò un acquazzone terribile. La pioggia si rovesciò a tinozze sul dorso del magnifico elefante. Certo, era fresca, quell’acqua, ma… quando smise di piovere, quale non fu la sua sorpresa nel constatare che il colore se ne era andato del tutto?
Grigione era di nuovo come un tempo: grigio, grigio, desolatamente grigio. Ai suoi piedi, una pozzanghera rossa.
– Ma che cos’ha di speciale, quest’elefante? – sentì brontolare una ragazzina venuta apposta a vederlo da una città vicina. – A me sembra proprio un elefante qualsiasi. Mi avevano detto che era speciale, che aveva un colore meraviglioso! Che sciocca sono stata a fare tutta questa strada per niente!
Grigione ci rimase male. “Ah, se tornasse il mio amico pittore!”, pensò. “Speriamo che venga presto a trovarmi.”
Ed ecco, fortunatamente, di lì a pochi giorni riapparire il bambino pittore.
– Accidenti, Grigione! – esclamò, sgranando gli occhi. – Non hai più nemmeno una chiazzettina di rosso. La pioggia ti ha lavato via tutto il colore!
– Accidenti! – gli fece eco Grigione, fiducioso.
Il bambino capì e gli sorrise.
– Niente paura, Grigione, lascia fare a me.
Scappò via e riapparve un’ora dopo, con un enorme secchio di pittura azzurra, il colore del cielo.
– Ti dipingerò di azzurro – gli disse – di un bell’azzurro cielo!
Grigione lo lasciò fare, docile docile.
L’elefantone era così azzurro, alla fine, da sembrare un pezzetto (nemmeno troppo piccolo) di cielo.
– Grigione, – esclamò il bambino – sei magnifico! Un vero splendore! Quasi quasi ti attacco anche delle ali.
Scappò via come un fulmine e riapparve una decina di minuti dopo con due bellissime ali di cartone.
Grigione se le lasciò attaccare sul dorso senza obiezioni.
– Ma quello non è un elefante! – esclamavano i bambini, che accorrevano a frotte a vederlo. – E’ un angelo! Anzi, un elefangelo! E’ un pezzetto di cielo a forma di elefante!
D’un tratto, con grande sorpresa di tutti, le ali sul dorso di Grigione presero a scuotersi, a vibrare, a sollevarlo, prima goffamente, poi con decisione.
Ma sì, Grigione si era staccato da terra, volava.
– Addiooooo, Grigioneeee!!! – urlavano i bambini, sempre più piccini sotto di lui, man mano che si levava in alto, in alto, sempre più in alto.
– Ciao, bambiniii!!! – barriva l’elefante color cielo, librandosi sempre più distante sopra di loro.
Si confondeva con l’azzurro del cielo, ormai.
– Addio, Grigioneeeee!
– Addio, bambiniiiii!!!
Presto, di Grigione, non restò che un puntolino indistinto. Infine, nemmeno più quello.
Se ne era andato, Grigione, era sparito lassù, nel cielo, chissà dove!
Il primo elefangelo che si fosse mai visto.

Vitalino Calò era perplesso.
Che avesse frainteso tutto, quel fanciullone di Calvino?
Che avesse scambiato il concorso torinese per il premio Andersen?
Mah! Bah!
Guarda tu!
Uffa!
Al diavolo!
Piegò il racconto, lo mise in una busta e appose l’indirizzo: Premio Italo Calvino 1989. Redazione de L’Indice. Via Andrea Doria, 14. 10123 TORINO.
E improvvisamente gli tornarono in mente le Lezioni americane. Quella sulla leggerezza, in particolare.
Leggerezza… leggerezza… il pachiderma azzurro che si solleva…

Non ebbe più dubbi.

NOTA: Il racconto entrò effettivamente nella rosa dei finalisti, ma il premio – yawn! – fu poi assegnato a qualcun altro. In compenso L’elefangelo piacque alla mitica Orietta Fatucci, che, tagliati via cappello e coda, lo pubblicò nella raccolta Quella bruttacattiva della mamma!, per le edizioni E. Elle (oggi EL) di Trieste. Il volumetto ebbe anche un’edizione francese per l’editore Flammarion.

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