di Alberto Prunetti

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Nel 30° anniversario del colpo di Stato in Argentina (24 marzo 1976)

Cresce di fronte a me oltre i canneti. Su terra di recupero, di riporto
fangoso della Plata. Ecologia di macerie in frantumi, di cemento
disarmato e bandoni d’acciaio torturati, contorti. Discarica di cadaveri
e di inerti edili. Discarica ecologica su cui si rovesciano la domenica
i serviti svenduti ai rigattieri. Da lì ti vedo, rosa e catarifrangente,
ammasso di cemento e cristallo. Città di scritte cubitali e di marmo
mitragliato. Col tuo porto che scarica merci norteamericane e trattati
di libero commercio. Il tuo porto di sangue immigrato. Il tuo porto che
è un eldorado di razze e miseria.

Città che ti viene incontro con una
topografia di quadri, di decumano e cardo, di gasolina e clacson, di
carne arrostita e notti di cartone e di lotta. Città di repressori
nascosti, di repressori orgogliosi delle radici cristiane, di repressori
che ti lasciano il posto a sedere sulla metropolitana, encantadi. Città
di esiliati che mai patirono esilio, di esuli che non trovarono asilo.
Città che non dorme mai, che si risveglia col ronzio di calabroni che
s’impuntano ai semafori, pronti a pungere. Città di sangue appena oltre
il muro, di milonghe che nascondono il rumore dei pianti e lo stridore
dei denti. Città di marciapiedi divelti, di lavori in corso e spazzatura
a spaglio. Città di immigrati boliviani all’angolo e di caffè letterari.
Stratigrafie di poeti e picane a generazioni alterne, depositi di sangue
e di memoria. Città di giurisprudenza e di antropologia criminale. Di
ossa perforate rinvenute sotto la terra recuperata ai riporti di ossa
carbonizzate e fango. Città di grandi numeri civici, di genocidi
stampati sui biglietti da cento pesos. Città che mi apre i suoi
quartieri per un inverno, che mi ferisce al ricordo, che sa di mate
sputato perché troppo amaro.

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