LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO

di Danilo Arona

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Ahi, memoria e nostalgia canaglia… Per la puntata che inaugura il secondo anno delle “Cronache” dobbiamo salire sulla macchina del tempo. E scendere nel 1970 quando, per scherzo o per tirare le tre di notte, si faceva quel che dovrebbe fare un serio antropologo culturale: la ricerca sul territorio. Non stavo da solo, ovviamente: esistevano altri sette, otto disgraziati come me, coi quali si percorreva nottetempo la provincia di Alessandria alla ricerca di castelli infestati, cimiteri abbandonati, maledizioni e via esultando. Donne rigorosamente escluse: una roba machissima ai confini del legittimo sospetto. Ma di fatti “strani” in tutte quelle nottate ne sono capitati a bizzeffe. Quello che mi accingo a raccontarvi è tra i miei preferiti: rigorosamente vero e con un popò di testimoni, con un sapore “padano” che non sarebbe spiaciuto a Buzzati e piacerebbe a Pupi Avati, e con una sua stramba morale.

La tattica iniziale era sempre la stessa. Qualcuno dei ghostbusters ante litteram veniva a conoscenza, attraverso i canali più disparati, che nel tal posto si segnalava qualche strano evento ricorrente, un luogo magico, uno o più fantasmi, una tradizione poco chiara. Insomma, il brivido trasgressivo del mistero per degli ex ragazzini che, sotto l’influenza dei film Hammer, si fiondavano in zona a recitare la parte di tanti Van Helsing alla cacca di chissà quali creature delle tenebre. Lo scopo vero era la “toscanata”, tanto per capirci e anche se vivevamo in Piemonte.
Credo fosse ottobre. Qualcuno giunse al nostro bar, sostenendo che a Calamandrana, ridente paesone fra Asti e Bassavilla, si trovava una “casa maledetta dove i fantasmi si riuniscono per brindare a mezzanotte” che bisognava visitare senza indugio. Detto fatto, riempimmo di fauna umana tre Fiat 500 e inforcammo la provinciale. Giungemmo sul posto intorno alle 22,30 e subito incappammo nel primo problema: a chi chiedere una cosa del genere senza correre il rischio di farsi spaccare il naso o altre parti del corpo ancor più delicate? Quello era (e lo è tuttora) il basso Piemonte: Fausto Paravidino con il suo Texas ha ben dipinto i contorni e buona parte della sostanza, ma avete presente quando Jonathan Harker entra in una taverna transilvanica e chiede la strada per il castello di Dracula? Appunto…
Non si vedeva molta gente. Ottobre è ancora un mese festaiolo per le ultime feste patronali, territori inviolabili del ballo liscio e delle “belle del paese”, ma forse era di martedì, o giù di lì, ovvero serata moscia, con la prima nebbia sui campi e soltanto un bar aperto. I primi tentativi furono penosi. “Scusate, siamo studenti di archeologia, conoscete la casa dei fantasmi che bevono a mezzanotte?”, e la gente fuggiva senza rispondere, mentre qualcuno suggeriva saggiamente di smetterla altrimenti avremmo dovuto spiegarla a qualche carabiniere. Dopo quasi un’ora, il miracolo: un simpatico vecchio in bicicletta che venne in nostro soccorso, spiegandoci che a Calamandrana “bassa” non poteva esistere nulla del genere. Se mai in quella alta!
Vero. Ci vedevamo circondati da anonimi casermoni e cemento armato di serie, location impensabile per una degna casa dei fantasmi. Tutt’altra storia invece era Calamandrana “alta”: quasi un borgo medioevale seminascosto dalle nebbie che s’infittivano ogni secondo di più, sulla quale pesava un sinistro silenzio. In una stupenda piazzetta, che sembrava finta tanto era ben tenuta, una “locanda” con cigolante insegna di legno guardava dirimpetto la chiesa con attigua canonica e dava l’idea di essere aperta al pubblico.
Posteggiammo le malandate utilitarie di fronte all’ingresso ed entrammo. Un oste con i baffi alla Vittorio Emanuele e un prete dall’aria un po’ disordinata, appoggiati al banco bar l’uno di fronte all’altro, guardarono sorpresi quella decina di capelloni che stavano occupando il locale. Parevano essere stati interrotti nel bel mezzo di un complotto internazionale. Ordinammo della birra e i due non ci considerarono più, tornando a confabulare dei fatti loro.
Urgeva una manovra ai fianchi. Il più diplomatico del gruppo, oggi noto gestore di un ristorante cittadino, riuscì in pochi minuti a fare comunella con il prete, che era con ogni evidenza il parroco del paese. Lui ci chiese la ragione della nostra presenza in Calamandrana “alta” e noi non nascondemmo nulla.
“Stiamo cercando una casa dove gli spettri si riuniscono per brindare a mezzanotte.”
“Ah, bene”, come se gli avessimo esposto la cosa più normale del mondo. E poi a parlare del più e del meno, del passato e di antichi processi di stregoneria, degli strani ragazzi degli ancor più strani anni ’70 e del vino piemontese. Classici argomenti per gente insonne. Quando l’oste fece ampiamente capire di aver voglia di chiudere, il prete invitò tutta la combriccola a fare un salto in canonica.
“Dato il genere di storie che state cercando non disdegnerete di dare un’occhiata all’archivio della parrocchia. E poi ho giusto un Cortese di Gavi, nuovo nuovo, da farvi degustare.”
Detto fatto, salutammo l’oste e attraversammo la piazza, trovandoci in pochi secondi nell’abitazione dello strano parroco (che, più passavano i minuti, più esibiva l’occhio strabuzzante da etilica allegria) il quale, con estrema cortesia, mise a nostra disposizione antichi manuali redatti a mano, documenti dell’oscuro Medio Evo, in cui si riassumevano le complicate vicende delle “masche” della zona, nessuna di loro per fortuna mai finita sulle fascine ardenti. Distratti da tanto fervore bibliofilo, non ci eravamo accorti che il curato era sceso in cantina ad agguantare la “bottiglia buona” e aveva già riempito una decina di calici di ottimo Cortese. Ce li allungò a uno a uno, mentre ci trovavamo intenti alla lettura. Poi, come terminò di passarceli, ci propose il brindisi.
“Alla nostra.”
“A voi.”
“A noi.”
Le solite cerimoniose scempiaggini. E, mentre portavamo i calici alla bocca, le tre pendole perfettamente sincronizzate, che stavano appese al muro alle spalle del prete, cominciarono a battere dodici rintocchi.
Mentre la luce elettrica pareva accusare dei cali di tensione durante lo scoccare dell’ora fatidica, nessuno si azzardò più a pronunciare una parola. Quindi, dopo il dodicesimo rintocco, il prete che fino a quel momento aveva esibito un’aria assente e un po’ beona — me lo ricordo molto somigliante all’attore Lino Toffolo — cambiò faccia e persino voce. E, con un’espressione cinicamente diabolica e un tono scandito e sepolcrale, ci disse: “Allora, babbei… L’avete trovata alla fine la casa dove i fantasmi brindano a mezzanotte.”
A mezzanotte e tre minuti, tre scassate 500 percorrevano la strada verso Calamandrana bassa, così anonima, moderna e rassicurante. Un genuino brivido di paura ancora serpeggiava sulla schiena di tutti. Qualcuno, poco prima, aveva perfino fatto cadere il vino sul pavimento per colpa della strizza. Il prete, per indole malsana o più credibilmente per prenderci per i fondelli aveva messo a nudo in pochi secondi la nostra vera natura di cacciatori dell’insolito, regalandoci un istruttivo ricordo.
Possiedo un’immagine ancora viva di quella nottata, captata nello specchietto retrovisore mentre mi allontanavo dalla piazzetta medioevale. La casa del prete attigua alla chiesa e le sue strane finestre sbilenche e in verticale che, con le luci tutte accese, sembravano formare una faccia con tanto di occhi alla Amityville Horror e una bocca ridente. Di sicuro la risata, un po’ folle e un po’ da rintronato che qualcuno spergiurò di avere udito durante la precipitosa fuga dal luogo del “delitto”, altro non fu che un effetto indotto.
Suggestione, sicuro, chi dice il contrario? Ma, vedete voi, nessuno di quei dieci “babbei” si è mai sognato di tornare a Calamandrana (alta), temendo in cuor suo di non trovarci alcun prete, chiesa o taverna. Suggestione: il fascino della vita.

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