CAMPFIRE TALES

di Danilo Arona

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Nell’autunno del 2000 durante un campeggio di Scout in località San Pelagio, vicino ad Abano Terme, avvenne un fatto di suprema stranezza. Inusitato a tal punto che, pur essendo incontestabile data la notevole presenza di testimoni oculari, oggi se ne parla solo più in termini di “leggenda metropolitana”. Accadde che, fra le sorgenti nebbie serali che avvolgevano le tende dei ragazzi, iniziasse ad apparire tutte le sere intorno all’ora di cena una giovane ragazza bionda, dimessamente vestita con dei jeans piuttosto laceri e un leggero giubbetto rosso di panno. Forse non raggiungeva i vent’anni e, pur esibendo pallore e occhi cerchiati, sfoderava un sorriso angelico con una voce candidamente infantile.

Con quella sua strana pronuncia che ai ragazzi, tutti dai dieci ai quattordici anni, non ne faceva intuire la nazionalità, lei diceva di avere fame e chiedeva qualche biscotto da mangiare. In breve tempo divenne un’amica per i giovani, che l’aspettavano tutte le sere, dandosi di gomito e scambiandosi risolini malcelati, perché lei rappresentava qualcosa di là da venire, una via di mezzo tra un’amica trasgressiva e una pulsione erotica impossibile da battezzare. Sotto lo sguardo un po’ stranito ma benevolo del caposcout più anziano, i ragazzi mettevano da parte i biscotti e spesso s’intrattenevano a parlare silenziosamente con lei, nonostante la sua apparente timidezza la facesse apparire un po’ scostante e silenziosa.
Una sera, quando ormai la storia andava avanti da più di una settimana, il caposcout, un ragazzone di Padova che stava per compiere vent’anni, allontanò lupetti ed esploratori con la scusa della legna da raccogliere e si accostò alla giovane che stava addentando un biscotto, chiedendole:
“Qual è il tuo nome?”
Lei non gli rispose subito. Ricambiò per alcuni secondi il suo sguardo con un’espressione di tristezza infinita e infine sussurrò:
“Mi chiamano Melissa.”
“Ti chiamano?”
“Sì, è il mio nome.”
“Ma dove vivi?”
Il caposcout la vide girare la testa e puntare gli occhi verso est. A pochi chilometri dalla zona umida e termale in cui gli esploratori avevano piantato le tende scorreva l’autostrada A 13. Melissa indicò quella direzione e disse soltanto:
“Laggiù.”
Il caposcout certo intese che “laggiù”, oltre la nebbia che s’infittiva confondendosi con il buio calante, esistesse una casa, magari una cascina, in cui vivevano i genitori di Melissa, magari dei fratelli o delle sorelle. E proseguì con logica adamantina:
“Melissa… ma a quest’ora non cenate di solito?”
“Non più.”
Un sussurro sofferto, null’altro. Ma al ragazzo fece quasi paura. E si sforzò di proseguire e dimostrarsi cordiale:
“Non più… Ma che vuoi dire? Sei forse rimasta orfana?”
Lei lo guardò con una nota di rimpianto negli occhi bellissimi e grigiastri. E, con sorpresa da parte di lui, a domanda ribatté con domanda:
“Tu vuoi che non venga più, vero?”
“No, ma che dici?”
“L’ho capito. Pensi che possa avere una cattiva influenza su di loro. E’ tua la responsabilità, ne convengo.”
“Io non ho mai detto che…”
“Lascia stare. Non ti preoccupare. Non infastidirò più.”
S’incamminò, la ragazza. S’incamminò verso l’autostrada, laggiù, e in breve scomparve tra le folate di nebbia che il buio crescente andava elargendo ai margini del campo. Lui rimase lì, bloccato, con i piedi incapaci di muoversi. Una specie di catatonia ipnotica dalla quale fu risvegliato per merito dei ragazzi che tornavano con la legna.
“Dov’è andata?”
“Dov’è andata chi?”
“Melissa.”
“E’ sparita.”
“Ma perchè?”
Parole al vento. La notte scese. Si accese il bivacco. Ognuno raccontò la sua storia di paura preferita. Poi tutti a nanna in tenda, con l’umidità che impregnava i sacchi a pelo e gli uccelli notturni come piacevole colonna sonora.
Melissa non tornò più la sera dopo. Né quella successiva, né le altre ancora. Quasi quasi i ragazzi se ne dimenticarono. Il caposcout no: ogni tanto ci tornava con il pensiero, tentando di visualizzarne il bel volto un po’ sofferente e scoprendo con sorpresa di non riuscirci.
Passò una settimana dall’ultima volta di Melissa. Quella mattina il caposcout avvertì lupetti ed esploratori che il cibo stava scarseggiando e occorreva andare a fare la spesa. Tutti assieme, ordinatamente e in divisa, si sarebbero recati al supermercato di Abano Terme. Sul pulmino c’era posto per tutti. Non serviva che qualcuno si fermasse per fare la guardia alle tende. Che si poteva mai rubare a dei giovani scout?
Raggiunsero il piccolo supermercato all’ingresso del paese. Fecero la spesa in gruppo, ognuno dicendo la sua e infilando provviste a lunga conservazione nei carrelli. Quando giunse il loro turno di pagare all’unica cassa, si accorsero tutti nello stesso istante della fotografia appesa dietro la cassa con sotto la scritta in pennarello blu: “Chi conosce questa ragazza?”, con sotto dei numeri di telefono cui rivolgersi in caso affermativo. La foto sembrava strana, come se la ragazza ritratta nella fotografia dormisse uno strano e drammatico sonno.
Si guardarono sbigottiti e anche il caposcout si sentì turbato. Allora, a nome di tutti, disse alla cassiera dall’aria svogliata e assente:
“Mi scusi, ma noi la conosciamo quella della foto…”
“Ah, sì? Allora dovreste chiamare la polizia…”
“La polizia? Per quale ragione?”
La cassiera avvicinò il volto a quello del caposcout, abbassando il tono di voce quasi non volesse farsi udire dai ragazzi più giovani.
“E’ una ragazza morta in un incidente sull’autostrada. Non aveva un documento addosso. Le hanno scattato questa foto, dove sembra più o meno normale, come se dormisse. Ma, se la conoscete…”
“Morta? Ma quando è successo?”, chiese con angoscia il ragazzo.
“Eh, ormai sono bei mesi”, rispose lei, osservando le espressioni confuse dei lupetti in divisa. “Alla fine di dicembre fa un anno.”
“Ma no, lo garantisco!”, replicò lui con veemenza. “Quella è la ragazza dei biscotti. E’ venuta al campo sino a pochi giorni fa. Si chiama Melissa, ma non so altro di lei…”
“Melissa, esatto. La battezzarono in questo modo i giornali. Chissà perché? Bene, vuotate i carrelli, altrimenti blocchiamo la fila…”
Qualcuno dei lupetti aveva capito il senso del dialogo, qualcun altro impossibilitato dalla posizione più sfavorevole no. Quando uscirono, tutti circondarono il caposcout e gli chiesero spiegazioni: quella foto non mentiva, si trattava proprio di Melissa, “la ragazza dei biscotti” con gli occhi tristi e il giubbetto rosso.
Da quel giorno, quando all’imbrunire si accendeva il bivacco per scacciare l’umidità della notte, i ragazzi non trovavano altre storie da raccontare se non quella del supermercato di Abano Terme. Ne raccontarono ancora a lungo, anche dopo la fine del campeggio. Ne parlarono così tanto che la storia ha preso a circolare in tutt’Italia ed è tuttora interpretata come una variante della più nota leggenda dell’autostoppista fantasma.

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