VIDEODROME

di Danilo Arona

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Una sera di ottobre del 2004 in un’elegante casa ristrutturata del centro di Bassavilla, mentre fuori sta piovendo e l’asfalto sconnesso erutta folate di vapore puzzolente Due ragazzine sui dieci, undici anni che guardano annoiate la loro tecnologica baby sitter. I genitori stanno in un’altra parte del vasto appartamento a cenare e a discutere di futilità. Loro, Sara e Miriam, che giocano col telecomando, cambiando di continuo canale. Poi, senza nessun motivo, Sara si ferma sull’immagine della bella giornalista del TG5 che sta leggendo una notizia. Quella storia, pur non interessandola, cattura la sua attenzione.

In Giappone casi di morte collettiva, veri e propri suicidi di gruppo, stanno tenendo in seria apprensione le istituzioni. Saitama, Fukuoka, Sasayama, Tokyo. Luoghi diversi, stessa trama. Da diverse parti del Paese, ragazzi interagiscono via Internet per pianificare un suicidio collettivo. Da sempre con alto tasso di morti volontarie, il Giappone ha riscontrato nel 2003 un incremento medio di suicidi del 17% rispetto al 2002, con punta massima di crescita del 22% nella fascia di età inferiore ai 19 anni. Secondo la polizia nipponica, nel 2003 i casi di suicidio collettivo tramite Internet sono stati 12 con 34 morti e nel 2004, almeno sino a poche ore fa, 9 casi con 26 morti. Sono tuttora accessibili nel Web siti per ‘aspiranti suicidi’, dove vengono scambiate informazioni su posti e tecniche migliori per morire in compagnia. Quali le cause? Crisi delle relazioni sociali? Missioni segrete di sette religiose? La totale assenza di spiegazioni e di ragioni plausibili tiene in massima allerta le istituzioni giapponesi. Il particolare più inquietante, sembra, è che tutti i ragazzi che si sono uccisi hanno lasciato accanto al computer lo stesso biglietto con una sola parola. Tali e quali da Saitama a Tokyo, da Fukuoka a Sasayama. La parola è VIRUS. Ma a che cosa alludono in realtà questi messaggi? Sino a ieri il sospetto cadeva sull’infausto virus informatico denominato “Melissa”. Da poche ore soltanto se ne ha la certezza grazie, putroppo, agli ultimissimi episodi di patto suicida che hanno portato il numero delle vittime a 37 : altri 4 giovani, tutti maschi tra i 20 e i 30 anni sono stati trovati morti in un appartamento di Tokyo, uccisi dalle esalazioni velenose provenienti da una stufetta per barbecue. I corpi sono stati rinvenuti da un amico di una delle vittime, che aveva ricevuto la chiave dell’appartamento in una busta via posta, dentro la quale si trovava anche un biglietto con su scritto due parole: Worm Melissa. Forzando la porta, sigillata con nastro adesivo, il ragazzo ha scoperto i cadaveri in una stanza dove c’erano anche un computer bloccato e la stufetta da barbecue. L’altro episodio è ancora più terribile: poche ore fa la la polizia ha trovato i cadaveri di 7 giovani, 3 donne e 4 uomini, in un furgone parcheggiato in una zona montuosa della prefettura di Yokosuka. Il veicolo era coperto da una tela di plastica accuratamente sigillata. Quattro bracieri portatili, trovati all’interno, hanno prodotto l’ossido di carbonio che ha tolto la vita ai 7. Accanto ai cadaveri sono state trovate brevi note; su un foglietto, vicino a una delle donne, si legge: “La mamma morrà, ma sono contenta di averti generato. Non accendere il computer, tutto questo accade per Worm Melissa.”. Con questi due ultimi casi il numero dei morti ha già superato il triste primato del 2003. Ma cosa c’entra in questa tragedia spaventosa un virus informatico?

“Melissa”, commenta Miriam, l’amichetta bionda ospite di Sara. “Come la tua amica invisibile…”
“Sì”, risponde Sara, mentre adesso il TG parla del brutto tempo. “E che sta diventando sempre più dispettosa.”
“Perché?”
“Prima faceva apparire soltanto le impronte delle sue dita bagnate sugli specchi di casa. Qualche volta quelle dei suoi piedi. Adesso…. Vuoi vedere che cosa fa adesso?”
“Sì, dai!”
E’ un gioco a quell’età. In America possiedono la Tavola Ouija. In Italia ci si arrangia. Sara si alza e afferra una videocassetta VHS, Il Re Leone 2, e la infila nel lettore. Quindi, con il telecomando, torna di nuovo sul divano accanto a Miriam. Preme il tasto Rewind. Una trentina di secondi dopo si avverte lo stacco del nastro che è tornato da capo e Sara schiaccia Play. Ma, invece di veder comparire il logo della Disney, Sara e Miriam vedono che lo schermo televisivo manda immagini notturne e deformate con un sonoro mugolante e strascicato, come se il nastro stesse arrancando in maniera irregolare. Immagini strane, paurose. Una strada di notte, luci che sfrecciano. E una voce fuori giri che gracchia: “Non so dove mi trovo, aiutatemi!”
“Basta, Melissa!”, grida Sara. “Non mi piace!”
La riproduzione del nastro diventa di colpo normale. Arrivano il logo della Disney e alcuni trailers di cartoni animati, con Sara che guarda compiaciuta Miriam e chiede con esibizionistica retorica infantile:
“Hai visto che cosa fa adesso?”
“L’hai detto a tua mamma?”
“Io non dico più nulla a mia mamma.”
“Perché?”
“Non mi crede. Dice che le impronte sui vetri e sulle piastrelle sono io a lasciarle. Mi dice: Per chi mi prendi? Sei tu che mi fai gli scherzi! Oltretutto le sue dita sono della mia stessa grandezza. E anche quelle dei piedi.”
“Ma quando appaiono i piedi bagnati, tu le fai vedere che i tuoi sono asciutti?”
“Si sono visti due volte, sul pavimento vicino al bagno. Ma la mamma dice che io me li sono appena asciugati.”
“Vabbè, guardiamo il film.”
Lo hanno già visto, naturalmente. Ma a quell’età persiste ancora la voglia, tutt’altro che insana, di ripercorrere i trascorsi piaceri della visione. Anche se le avventure di Simba in questo sequel sono francamente un po’ noiosette. Quando il film finisce, Sara preme Rewind e si alza per togliere la cassetta. A televisore spento, Miriam le chiede:
“Ma come fai a sapere che è Melissa a farti vedere quella cosa lì?”
Sara non ci pensa su molto e risponde di getto:
“Non lo so se è lei a farmi vedere quella brutta cosa che non mi piace. Però lei è capace di farla smettere.”
“Come fa?”
“Non lo so. Io dico solo: Basta, Melissa, ti prego, non mi piace. Comunque non c’è pericolo, se lo sai. Quella cosa con quel rumore lì si fa vedere soltanto con le videocassette, queste vecchie. Con i dischi in DVD non l’ho mai vista.”
“Però prima avevi detto che era lei la dispettosa…”
“Sì, perché la prima volta della brutta cosa di notte sono apparse le impronte delle sue dita sul televisore e quelle dei piedi sul pavimento davanti allo schermo. Ed erano tutt’e due bagnate. Per quelle ero certa che fosse un suo dispetto, perché lei sta in un posto come quello, buio e pericoloso, però può stare anche qui da me qualche volta…”
“Ah, ma tu sei sicura che è tua amica?”
“Sì, le piace fare gli scherzi alla mamma!”
Si mettono a ridere e in quel momento la porta si apre. La cena dei genitori sta volgendo al termine, ma nel rito dei dolci i bambini sanno come carpire uno spazio accanto agli adulti. Da più di due ore una promessa, che suona come una vera e propria prenotazione, attende di essere mantenuta: riguarda la bavarese del miglior pasticciere di Bassavilla. La mamma non se l’è dimenticata:
“Sara, Miriam, forza… E’ il momento.”
Le bambine corrono fuori, dimentiche (e inconsapevoli) della little ghost girl named Melissa e di worms con lo stesso nome, ciarpami di altre culture che possono spaventare solo chi teme l’oscurità. Purtroppo la mamma di Sara, prima di richiudere la porta, si stizzisce ancora una volta: il divano, dal lato opposto dove le bambine sono state sedute, appare bagnato e sul pavimento si distinguono chiaramente le impronte dei piccoli piedi di sua figlia che vanno o che vengono dal punto antistante, quello dove si trova il televisore.
Bambine… Ma che ci trovano di così divertente nell’acqua?

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