di Vittorio Catani

Mi svegliai con un chiodo fisso: il denaro. Non ricordavo quanto me n’era rimasto. Rovistai nelle tasche dei vestiti ed estrassi moneta cartacea e un paio 7.jpgdi spiccioli. Sapevo che le banconote erano a rischio e il governo aveva da tempo promesso di sostituirle con tagliandi di un nuovo materiale asettico-allergorepellente; le avevo appena sfiorate che le dita si gonfiarono e arrossarono cominciando a prudermi in un modo torturante. Al diavolo, dovevo pur sapere di quanto disponevo. Spruzzai con un antiallergico mani e banconote. Mugolando per il fastidio salutai Corinna, che si riavvolse nelle coperte come un fagotto informe. Dalle finestre socchiuse traspariva una luce insolita: secondo me si profilava una rarissima giornata dal cielo sgombro di nuvole e veleni. Terminai di vestirmi e uscii.
Ma appena fuori mi resi conto di aver preso una cantonata. La città sembrava sovrastata da ovatta sporca, con al centro una chiazza più luminosa che probabilmente era il sole; arrivavano zaffate di marcio miste a fetori chimici. 2.jpgBene – mi imposi di pensare – è comunque meglio di tanti altri giorni. Mentre mi avviavo sentii che si attivava la ricetrasmittente nel mastoide, dietro l’orecchio destro. Provai fastidio: non avevo appuntamenti con nessuno, e immaginai di che si trattava. “Buongiorno, signore – disse negli orecchi una voce registrata – ci risulta che lei non possieda ancora uno dei recenti abbonamenti alla luce solare. E oggi è una splendida giornata, vero? La Solarlight, in forza della nuova convenzione con il governo italiano, le addebita contestualmente nel conto bancario 50,03 euro per l’uso di raggi solari garantiti. La luce depurata dai filtri atmosferici Solarlight fa bene alla pelle, eccita gli enzimi e stimola sessualmente. Luminosa giornata!”


Imprecai tra i denti, anche se sapevo che era inutile. Del resto non c’è nulla che porti a risultati, in questi casi. E mi ero incaponito: esigevo la mia sacrosanta passeggiata. Più mi inoltravo, più aumentava una specie di nebbia. Riuscivo solo a cogliere forme scure abbandonate sui marciapiedi lungo il mio cammino, probabilmente (sperai) raccolte di rifiuti ancora non prelevati.
Il resto (palazzi, gente, strade, vetture) appariva come vaghe ombre mobili, quasi che un vetro semiopacizzato si fosse frapposto fra me e il mondo. L’intero panorama cittadino era obliterato elettronicamente, come al solito; risaltavano solo (per legge) i passaggi pedonali. Ma sì, mi dissi con una sensazione tra l’entusiasta e il suicida, oggi mi rovino, vada anche per il panorama! Accesi la ricetrasmittente. “Schiarisci!” dissi, dopo aver vocalizzato il numero apposito. E subito quella specie di nebbia elettronica svanì per me, facendo apparire la mia città in tutto il suo fulgore. In verità osservavo una sfilza di vetusti e scuriti palazzi, per lo più sbrecciati. Notai che uno d’essi era crollato, sostituito da un alto cumulo di macerie. La gente si muoveva veloce anche se mi parve un po’ più imbambolata del solito, la maggior parte dei negozi era aperta. Svoltai nel cosiddetto Piazzale degli Orfani, in realtà il Largo della Repubblica. La vecchia fontana (da anni non gettava acqua) era arida e sporca, invasa da orde di volatili striminziti e affamati e dal loro sterco. S’intromise la vocina: “Salve! Lei oggi ha scelto di usufruire della vista di immobili cittadini o statali, cioè non di sua diretta proprietà: pertanto lei viola sia la privacy privata che quella pubblica, e subisce un addebito di euro 65,24. Buona visione da Citylandscape, la società transnazionale che ama come voi gli scenari urbani e il cui motto è: Vedere è Godere!”
Ma avevo già notato le ombre, le piccole zone ancora obliterate sparse qua e là sui marciapiedi. “Schiarisci tutto!” sillabai stizzito rivocalizzando il numero; generalmente questi servizi, nonostante i costi, tentavano di celare alcune situazioni, per questo pare ricevessero incentivi. “Come desidera, signore” rispose la vocina. Le ombre svanirono, e vidi. Il piazzale pullulava di homeless taciturni o appena mugugnanti accasciati da ogni parte fra buste, carabattole e immondizie. Mi diressi verso un angolo preciso. Erano ancora lì, sempre lì. Un gruppo di bambini, per lo più abbandonati o orfani. Sedevano sul selciato o su panchette di cartone, con piattini per l’elemosina. Una bimba magrissima era stesa immobile sul marciapiedi, di traverso, a occhi chiusi. Un bambino sui quattro anni mi guardava in silenzio, accanto a lui un altro non doveva avere più di due anni. Mi fissavano con occhi grandi, iniettati di rosso. Erano denutriti, coperti di pustole, aggrediti da mosconi e parassiti. La gente intorno passava senza vederli. Obliterati. Misi mano alla tasca sperando che la spruzzata asettico allergo-repellente funzionasse.
Ripresi il cammino, ma a passo più lento. Dovevo, dovevamo tutti essere più forti di loro. Da sotto, da sopra, dall’aria, da nonsodove, i sistemi di videosorveglianza monitoravano lo stato di reattività o acquiescenza dei cittadini-consumatori; mostrarsi prostrati avrebbe avuto come effetto messaggi in numero maggiore e più aggressivi, richieste, soprusi. Anziché portare a iniziative alleviatrici o risolutrici, lo stato d’emergenza intensificava enormi affari basati sul dissesto sociale e ambientale… Evviva: ero riuscito a formulare un pensiero quasi di rivolta! Dio, come avrei voluto gettare questo mondo alle ortiche, capovolgerlo. Se solo avessi avuto la possibilità di…
Mi imposi calma. Non dovevo suggerire i miei stati d’animo agli strumenti di sorveglianza; contro reticenti o dissenzienti prosperavano altri sistemi di accanimento commerciale, erano autorizzate multe gigantesche nei casi peggiori. L’ideale era stamparsi in viso un’espressione tra il beato e il beota, mi raccomandava sempre Corinna.
Proseguii nella mia irrinunciabile passeggiata mattutina. Prima o poi magari mi sarebbe nata un’idea migliore del girovagare senza meta, per ora andava bene così. Bzzzzzzz… Ahi!, altro messaggio in arrivo. Non feci in tempo a pensarlo, che “Signore?”, disse una voce maschile dal tono scuro, quasi rozzo. “La Bodyguard le rammenta che oggi scade la sua invidiabile polizza Buonasalute. Ci consta, signore, che lei abbia al momento tutti i suoi organi perfettamente funzionanti… Come ben sa, questa situazione ottimale ormai raffigura un mero lusso se non addirittura… ci consenta… un’ingiustizia sociale. Si fa tanto un parlare di polveri sottili, veleni, piombo nelle falde freatiche, residui radioattivi nei campi di grano, spargimento indiscriminato a miliardi di tonnellate di sostanze letali, punto di non ritorno, voragine dell’ozono, tumori, peste aviaria e così via, e in tutto questo lei… Lei… rappresenta una vergognosa, razzista diseguaglianza e s’avvantaggia rispetto alla maggioranza dei cittadini europei…” Avrei voluto chiudere la trasmissione, ma sarei stato martellato da migliaia di richiamate; meglio togliersi il dente subito. “Veniamo al dunque” risposi anch’io in modo atono, assimilando involontariamente quella cadenza dovuta al computer dialogatore. “…Spendono tutti – proseguì imperterrita la voce – mediamente 348 euro mensili pro capite per cure. Pertanto, in virtù della legge 870/2015 e della pedissequa convenzione della transcontinentale Bodyguard con il Ministero italiano del Corpo Umano, le addebitiamo la tassa di soli euro 443,57 annuali, augurandole altri dodici mesi di… Buonasalute!”
Continuai a camminare. C’era luce, ma per me la giornata cominciava a rabbuiarsi. Bruscamente cambiai direzione verso il lungomare. La vista dall’acqua placida e sconfinata, col suo ipnotico ondulare, forse avrebbe agito da sedativo. E volevo arrivare ai confini della città, magari uscirne: una specie di piccola fuga. Era da tanto che non lo facevo… Anni, probabilmente.
Scoprii che la maggior parte del litorale era inaccessibile al cammino e alla vista, perché recintato da un’alta barriera plastica su cui si rincorrevano scritte, come su uno schermo. Colsi parole, e la solita vocina mi avvisò gentilmente che, attenzione, l’intero affaccio cittadino sul mare era stato venduto, ora proprietà privata non si capiva bene di chi, diffidandomi da eccetera eccetera. Sopportai la voce e la barriera, che mi toglieva ulteriore luminosità e panorama. Avanzando per un lungomare – si fa per dire – sconnesso e zeppo di buche, erbacce, topi, grossi insetti (calzai gli stivali di gomma che prudenzialmente portavo sempre con me), giunsi al limitare dei palazzi e della città. La barriera terminava piegando ad angolo retto e inoltrandosi fra le onde a perdita d’occhio. Finalmente vidi il mare: un’acqua giallo-marrone oleosa, schiumosa, d’un odore disturbante. Per fortuna lì si apriva anche la campagna. In verità una spianata brulla solcata da crepe, con rade sterpaglie. Ma quale fu il mio stupore, nello scoprire che, a circa un km., una nuova enorme costruzione si ergeva al centro di quel deserto. Pareva avesse conformazione circolare, ed era interamente sormontata, o protetta, da una cupola trasparente. Fui irresistibilmente calamitato da quella struttura.

La scritta che scoprii su una porta avrebbe dovuto farmi intuire qualcosa. Diceva: “Un mondo nuovo è possibile… anzi: c’è già! Cittadino, benvenuto in AREA 52. Per entrare, collabora con una somma a tua discrezione”. A mia discrezione? Provocatoriamente, inserii nella fessura 1 centesimo di euro. Incredibile, una stretta porta si aprì su un vano la cui aria fu risucchiata all’esterno, sostituita da un gas che mi parve quasi ossigeno puro; poi il vano si richiuse. Si spalancò un portale, e un signore anziano vestito molto casual mi disse: “Prego, mi segua” e s’incamminò.
Mi osservavo intorno, per stupire ancora di più. Sembrava davvero di essere su un altro pianeta! A parte l’aria non inquinata (la cupola serviva a questo?), c’era una profusione di piante irriconoscibili, mentre alcune richiamavano vaghi ricordi infantili. Vidi palazzine basse, di un paio di piani. Una fitta cittadella. Gente si muoveva qua e là, ma nessuno pareva aver fretta. Giungeva una musica ritmica e dolce. Salimmo la breve scalinata di un edificio con decorazioni a stucco e valicammo una soglia. “Ci siamo” disse il mio accompagnatore, e andò via.
Dalla scrivania mi tese la mano, alzandosi, un signore sui quaranta, allampanato, volto aperto e occhi vivi. “Sono il sindaco di AREA 52, piacere, si accomodi signor…” Bofonchiai nome e cognome, poi sedetti su una sedia imbottita dinanzi alla scrivania. Il sindaco risedette fissandomi. “Meravigliato”, notò. Risposi: “Ma da quando siete qui? E che significa tutto questo? Come mai non ne ho sentito parlare?”
Il sindaco sorrise. “Non mi stupisce, ma noi non abbiamo bisogno di pubblicità. Qui viene solo chi vuol venire e resta chi vuol restare. Siamo 2.300, per ora. Se volessi usare frasi retoriche direi, caro signore, che stiamo un po’ realizzando un’utopia. Ha mai sentito della società conviviale? Ivan Illich? O delle vecchie comuni di libertaria memoria? Certo qui mancano molte cose, né siamo esenti da contraddizioni. Ad esempio per tanta roba, medicinali particolari, attrezzature ospedaliere costose, e molto altro, dobbiamo ancora rivolgerci all’esterno. Ma siamo già in buona percentuale autosufficienti. Agricoltura, laboratori, industrie non inquinanti, energia, riciclaggio rifiuti, ricerca scientifica, asili, scuole… Facciamo da noi. Siamo gente d’ogni ex fascia sociale. Ci dia del tempo, ecco! Solo il Padreterno, per chi ha fede, costruì un mondo in sei giorni. Forse a noi occorreranno sei secoli, ma essenziale è incominciare. E crederci…”
Francamente ero intontito. Forse, anche effetto dell’aria purissima. Farfugliai: “Credere… in cosa? Comunque, io sono agnostico”. Il sindaco scoppiò a ridere: “Ma no, cosa ha inteso, qui ciascuno pensa ciò che gli pare. Voglio dire: cerchiamo di essere il più possibile autonomi per dimostrare che si può invertire il perverso circolo della produzione-sviluppo a ogni costo. Chiaro? Qui ognuno lavora: due ore al giorno. E c’è da fare per tutti. Non conosciamo disoccupazione, miseria, accattonaggio. Abbiamo una nostra banca, nella quale i partecipanti depositano i loro risparmi, se ne hanno. Il denaro è esclusivamente elettronico. Amiamo la tecnologia, anzi ne siamo il frutto – se mi consente – più evoluto. Il nostro segreto è che crediamo non nella crescita economica ma, come dire, nella decrescita. Qui non troverà merci superflue, né costose; la nostra tv potrà informarla e divertirla ma senza programmi-spazzatura. Capisce? Basta fare un passo indietro, ma non in senso antiscientifico o conservatore. Noi siamo il suo stesso mondo, come potrebbe essere se maturasse più solidarietà, più tempo per la convivialità, la riflessione, la comunicazione diretta, la comprensione, lo svago, il gioco, diciamo pure l’ozio. Meno beni materiali, più possibilità culturali e morali. Per tutti. Significa anche: più democrazia…”
Il discorso del sindaco non fu neanche molto lungo. Avevo ben compreso. Volle a tutti i costi farmi visitare almeno una sezione di quel mondo, AREA 52 (sì, c’era un nesso allusivo e provocatorio con l’Area 51 dei presunti alieni nel deserto Usa); e l’intera zona, circolare, misurava esattamente 52 km. quadrati. L’avevano rilevata (52 km. quadrati di deserto) per quattro soldi. Onestamente rimasi di sasso nel verificare la tranquillità, l’evoluzione tecnologica soft, essenziale, d’avanguardia; il modo di vita parco ma non retrogrado, l’apertura mentale, la bellezza dei giardini, di AREA 52, che mi fu fatta visitare (due ore, quattro cinque? non ricordo…) in lungo e in largo.
Poi, non so bene come accadde e perché, me ne uscii…
Dapprima era stata un’immagine mentale di Corinna in casa a distrarmi. A un dato momento ringraziai quasi commosso il sindaco e altri che mi erano stati presentati e mi ritrovai fuori. Nella cappa pesante di veleni e orrori.

I polmoni ripresero a pompare con fatica, gli elementi dello scempio mi aggredirono vista, corpo, mente. Camminai sulla via del ritorno barcollando, stordito dal normale caos quotidiano. Quanto ero rimasto, lì dentro? Il sole al tramonto filtrato da polveri e smog accendeva sul profilo della metropoli un rogo fumoso che potevi confondere con quello d’una città espugnata. Una vocina mi si sparò negli orecchi: “Mentre le parlo, signore, sulla Terra siamo 9 miliardi 750mila e 312. Troppi! Lei comprende che il solo vivere (vivere, ci pensi!), oggi è già privilegio, cioè ricchezza. In ottemperanza… convenzione… addebitiamo…” Non seguivo più. Colsi una cifra da capogiro (non la possedevo, ma secondo le nuove leggi potevano addebitarla ai miei discendenti). Mi venne da ridere: ammazzandomi, quanto avrei risparmiato? O magari c’era una tassa sul suicidio, prelevabile dal conto del coniuge?
Vidi venirmi incontro un vecchietto, un mendicante carico di barattoli sonanti. Pensai: esistono ancora venditori girovaghi? Da immortalare in museo! Il vecchietto mi tese un barattolo: “Signore, solo 20 euro! Pura aria di mare compressa: aprendolo lei annuserà l’odore scomparso della salsedine!” Mi fece un po’ pena. Gli detti il denaro e proseguii.
Giunsi che era quasi buio. Corinna era sempre a letto. “Scusami – le dissi – oggi ho avuto un’esperienza incredibile”. Le raccontai, l’AREA 52 e tutto quanto. “E pensi di tornarci? Vuoi trasferirti lì?” chiese lei, con la voce flebile per il male che non sarebbe mai guarito. “Ci andremo insieme?”
Non risposi. In quel momento provai una confusione e non seppi cosa dirle. AREA 52? Sembrava un sogno già svanente, già troppo lontano: eppure no, era lì, a due passi, bastava solo che… Non capivo…
Le tesi il barattolo: “Tieni, vera aria di mare”. Lei scosse il capo: “Non mi va, grazie… Goditela tu, caro”.
Di scatto, tirai il coperchio a strappo e avvicinai il barattolo al naso.
Mi assalì un alito violento di alghe marce.

[Ripreso dal n. 29/2005 del trimestrale di ecologia “VillaggioGlobale”, www.vglobale.it]