freud.jpgIn tempi di riduzionismo biologista e psichiatrico, mentre la psicoanalisi sembra essere abbandonata come paradigma interpretativo della realtà, ci sembra opportuno l’intervento che il filosofo Dario Antiseri pubblicò il 30 gennaio 2000 sul Sole 24ore: è una perfetta testimonianza di una lotta tra visioni diverse e opposte della scienza e dell’uomo che, nella storia, non ha mai smesso di accadere. Quando ‘controllo psichico di massa’ diventa un’espressione sempre più frequente su giornali e riviste, mentre il cognitivismo più umanista se ne va gambe all’aria di fronte all’incremento del mercato psicofarmacologico, è forse il momento di tornare a parlare di psiconalisi. Non è il caso di riprendere le barbose discussioni sullo statuto scientifico dell’analisi. Piuttosto, l’attenzione va all’attività di introiettamento e di autosservazione che la società teratocapitalista, con raffinati metodi dissociativi, sta precludendo all’uomo occidentale. Per chi, come noi, ravvede in quell’attività la radice stessa della libertà, tornare a parlare di psicoanalisi diviene immediatamente un atto politico.

Wittgenstein, Popper, Hayek tra i primi critici della teoria
LA GRANDE VIENNA CONTRO SIEGMUND
di Dario Antiseri

È Bruno Bettelheim a ricordarci ne La Vienna di Freud che proprio nella “Grande Vienna” vennero messe a punto le “alternative” alla psicoanalisi per la cura dei disturbi mentali. J. Wagner von Jauregg scoprì la terapia della demenza paralitica tramite l’inoculazione della malaria – questa e altre scoperte gli valsero nel 1927 il premio Nobel per la medicina, il primo ad essere assegnato per ricerche in campo psichiatrico -. E fu un altro medico viennese, Manfred Sakel a trattare la schizofrenia mediante shock insulinico. Da parte sua, il barone Richard von Krafft-Ebing – predecessore di Wagner von Jauregg nella direzione dell’Istituto di psichiatria e che in tale qualità fu diretto superiore di Freud nel periodo in cui costui insegnò all’Università – con la sua Psychopathia sexualis, del 1866, sconvolse le idee correnti sulle perversioni sessuali. Fu lui che – scrive Bettelheim – “preparò in un certo senso il clima culturale che rese possibile il lavoro di Freud”.
popper.jpgNon furono però solo questi i rapporti che la psicoanalisi ebbe con la “Grande Vienna”, giacché la teoria freudiana, proprio a Vienna, è stata fatta oggetto di critiche severe e, sostanzialmente, tutte mirate a mostrarne la non scientificità. La psicoanalisi non è scientifica perché fattualmente incontrollabile, perché non falsificabile: è questo il noto verdetto di Karl Popper [a sinistra]. La psicoanalisi di Freud, come anche la psicologia individuale di Adler, risulterebbero, ad avviso di Popper, “compatibili con i più disparati comportamenti”. Non è possibile indicare qualcosa in grado di smentire l’una o l’altra delle due teorie. La prova, nella vita come nella scienza, si ha dove si rischia: dove si rischia di fare fallimento. Ma Freud non corre questi rischi. E “per ciò che concerne l’epica freudiana dell’Ego, del Super-Ego, e dell’Id, non è possibile rivendicare uno stato scientifico più di quanto lo sia per le vicende storiche dell’Olimpo di Omero. Si tratta di teorie che descrivono alcuni fatti, ma alla massima dei miti. Esse contengono le più interessanti suggestioni psicologiche, quantunque in una forma non controllabile”.
Heinrich Gomperz, uno dei maestri viennesi di Popper, ha visto il difetto fondamentale della psicanalisi nella pretesa di aver individuato la sorgente di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri comportamenti. E critico di Freud, “il grande mago”, fu pure l’altro maestro di Popper, vale a dire Karl Bülher, sotto la cui direzione Popper scrisse la sua tesi di laurea sulla psicologia del pensiero. Ebbene, dinanzi alla imponente quantità di congetture all’inseguimento del carattere simbolico dei fenomeni psichici, si sente legittimato ad asserire che il principio del simbolo della psicanalisi “è un principio elastico come la gomma e in vario modo forzato”.
Decisamente contrario al determinismo della teoria freudiana è Arthur Schnitzler (1862-1931), il “medico-poeta” viennese. La psicoanalisi trasforma la vita degli uomini in una “ridicola farsa” di pulsioni libere di scatenarsi in un individuo o in un altro. Inoltre, sbaglia Freud a proposito del complesso di Edipo, per la ragione che “proprio la storia di Edipo è totalmente estranea al cosiddetto complesso di Edipo. Edipo ama sua madre ignorando che è tale … Edipo ama Giocasta come estranea, non come madre”. La psicoanalisi – annota Schnitzler – è seducente sia per il medico come pure per il paziente: “un uomo del tutto insignificante appare a se stesso interessante, il valore che viene attribuito ai suoi sogni lo esalta”. Ma il guaio più grosso con la teoria psicoanalitica è che essa naviga nel pantano dell’arbitrario, tanto che “ogni controllo diviene impossibile e ogni spiegazione può essere lecita esattamente quanto il suo opposto”. Da qui il verdetto di Schnitzler: “il metodo psicoanalitico è un interpretare sfrenato”.
Nato nel 1878, e morto suicida nel 1938, Egon Friedell è autore di una monumentale opera dal titolo Kulturgeschichte der Neuzeit, dove egli ricorre a parole di Nietzsche per dire che la psicoanalisi è “un attentato di parassiti, un vampirismo di pallide sanguisughe sotterranee”. La psicoanalisi è un atto di vendetta di malriusciti. E non è scienza. Essa è piuttosto la fede di una setta. Nasce e vive come teoria incontrollabile; e, difatti, “è del tutto impossibile convincere gli psicoanalisti della falsità di una diagnosi”. In verità, “come la balena, quantunque sia un mammifero, si atteggia a pesce, così la psicoanalisi, che è una religione, si atteggia a scienza”. La psicoanalisi, per Friedell, ha un difetto catastrofico: sono gli psicoanalisti. E Freud “è un metafisico, ma non lo sa”.
Il 12 gennaio del 1910 Fritz Wittels presenta alla Società psicoanalitica di Vienna una relazione dal titolo La nevrosi “Fackel”. Karl Kraus – che con la sua rivista “Die Fackel” era diventato “la delizia e il tormento del pubblico viennese” (Th. Szasz) – vide nell’analisi effettuata da Wittels una specie di dichiarazione di guerra. E guerra fu, come si può scorgere anche dai seguenti pochi aforismi di Kraus. “La differenza fra gli psichiatri e gli altri psicopatici è un po’ come il rapporto tra follia convessa e follia concava”. E ancora: “la psicoanalisi è un gusto di vendetta, per mezzo del quale l’inferiorità si dà un contegno, se non addirittura un’aria superiore, e la disarmonia cerca di livellarsi. Essere medico è più che essere un paziente e perciò oggi non c’è babbeo che non tenti di curare ogni genio. Qui la malattia è ciò che fa difetto al medico”. E quanto alla scientificità della psicoanalisi Kraus non ha dubbi: “la psicoanalisi è più una passione che una scienza: perché le manca la mano ferma nelle sue indagini, anzi perché questo di fatto costituisce già da solo l’unico requisito per fare psicoanalisi”. E, infine, uno dei più caustici, e maggiormente noti, aforismi di Kraus: “la psicoanalisi è quella malattia di cui ritiene di essere la terapia”.
wittgenstein.jpgSe per Friedrich A. von Hayek, premio Nobel per l’economia nel 1974 – Freud, “attraverso i suoi profondi effetti sull’istruzione (…) è forse diventato il maggiore distruttore culturale del nostro secolo”, per suo cugino Ludwig Wittgenstein [a sinistra] “non c’è modo di mostrare che il risultato generale delle analisi non potrebbe essere “inganno””. E c’è di più, perché la psicanalisi, precisa Wittgenstein, fornisce spiegazioni che noi siamo inclini ad accettare. E tale inclinazione fa sì che noi cediamo le armi della critica e togliamo l’assedio metodologico al castello costruito da Freud. Ma questo è, esattamente, lo scopo dichiarato di Wittgenstein nei confronti di Freud, quello di “perdere la nostra subordinazione alla psicoanalisi”. La psicoanalisi, infatti, “è una mitologia che ha molto potere”, una “prassi” che “ha causato male a non finire e, in proporzione, pochissimo bene”.