di Sandro Moiso
L'opportunità delle riflessioni che seguono mi è stata dettata in parte dall'intervento di Valerio Evangelisti sul tema del nazional-bolscevismo “de noantri” (di cui condivido pienamente i contenuti) e in parte dall'affaire Saviano – Dal Lago (che invece puzza su più fronti).
La lotta di classe di cui intendo pertanto parlare non è quella reale (che come avrò modo di affermare in altra parte di questo testo non viene mai a mancare nella storia delle società umane), ma piuttosto quella ormai del tutto assente sia nel dibattito politico contemporaneo che in gran parte della rappresentazione che la letteratura, o sarebbe forse meglio dire il mondo delle lettere, trasmette della realtà contemporanea o delle epoche passate. Con quest'ultima affermazione non si intende però affatto riproporre qui alcun ritorno al realismo naturalistico o, peggio ancora, a quello di stampo proletario o tardo-sovietico, quanto piuttosto sottolineare un rumoroso silenzio di fondo.
di Fabio Deotto
Luca si sta per buttare.
Se ne sta lì, in piedi sul cornicione. È calmo, lo si vede bene da quaggiù, ha quei capelli stopposi che il vento scuote appena. Lo guardo consumare una sigaretta dietro l’altra e sono sicuro che sorride. Non è un fallimento, per lui, no… è una riscossa.
Ricordo che quando eravamo piccoli io e Luca sognavamo di fare gli archeologi. Alle elementari si facevano più gite che lezioni, e mentre la guida snocciolava la sua nenia triste e annoiata noi ci staccavamo dal branco per perlustrare gli angoli più bui della chiesa di turno. Cercavamo una cripta, un calice sacro, non ricordo bene ora, so solo che Indiana Jones per noi era molto di più di un film d’azione. Harrison Ford con il cappello di tela e la frusta era solo una scusa, ciò che ci appassionava davvero era la scoperta, ancor più la ricerca dell’ignoto, del proibito, di tutto quello che la Storia aveva voluto tener lontano dalle sue pagine ufficiali in modo che due ragazzi col pallino dell’archeologia avrebbero potuto disseppellirlo alle porte del nuovo millennio.
di Franco Ricciardiello
Feltrinelli ha iniziato nel 2009 la riproposizione in Italia del ciclo del “Mare della Fertilità”, che comprende gli ultimi quattro romanzi scritti da Mishima prima della morte nel 1970; la quadrilogia è apparsa in precedenza in Italia nella traduzione Bompiani (4 volumi singoli, 1999) e nei Meridiani Mondadori (volume unico, 2006). Nel marzo 2010 è appunto edito da Feltrinelli con il titolo “A briglia sciolta” il secondo volume di questo ciclo della lunghezza totale di oltre 1500 pagine; potrebbe essere l’occasione per riparlare dell’opera più ambiziosa di uno dei più discussi autori del secolo scorso, autentico personaggio mediatico che modellò la propria vita come aveva imparato dai suoi maestri europei, Wilde e Nietzsche, ma soprattutto D’Annunzio (del quale Mishima tradusse in giapponese il “Martirio di San Sebastiano”).
di Vittorio Sergi
“Oso citarvi colui che era ritenuto un grande dittatore, Benito Mussolini. Nei suoi diari ho letto recentemente questa frase: sostengono che ho potere, non è vero.
Forse ce l’hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so solo che posso ordinare al cavallo vai a destra o vai a sinistra, e di questo posso essere contento.”
Silvio Berlusconi – "La Stampa", 28 maggio 2010.
“Non ho il benché minimo dubbio che Berlusconi voglia restaurare il fascismo in Italia. Non è un fascismo come quello degli anni trenta, fatto di gesti ridicoli come l’alzare il braccio teso. Ne ha altri, ugualmente ridicoli. Non sarà un fascismo in camicia nera, ma in cravatta di Armani.”
José Saramago – "El Pais", 14 ottobre 2009.
In Italia il fantasma e l'aura nefasta del fascismo periodicamente ritornano ad accompagnare i potenti nei momenti di scontro più duro con le forze progressiste e rivoluzionarie. Nella società italiana ma anche in altre società che hanno conosciuto il fascismo storico, l'imposizione del neoliberalismo è stata accompagnata da un ritorno sulla scena pubblica di gruppi e formazioni che si rifanno apertamente al repertorio politico e mitologico del fascismo e che in non poche occasioni si mantengono in un’area di continuità anche biografica con il fascismo storico e la sua declinazione terrorista e para-statale che l'Italia ha conosciuto spesso dal 1968 in poi.
di Valerio Evangelisti
Loriano Macchiavelli, Strage, Einaudi Stile Libero, 2010, pp. 590, € 21,00
Non si può prescindere, nel trattare del ponderoso romanzo Strage di Loriano Macchiavelli, dalla curiosa storia di questo libro. Pubblicato da Rizzoli nel 1990, fu ritirato dalle librerie dopo una sola settimana di visibilità. Uno degli imputati del processo d’appello per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 si era riconosciuto in uno dei personaggi. Il tribunale di Milano ordinò il sequestro di una copia, ma la casa editrice, temendo querele, preferì fare sparire l’intera tiratura.
A trent’anni di distanza, la riedizione da parte di Stile Libero è un’idea eccellente. Diciamo subito che la trama ideata da Macchiavelli, qui alle prese con i meccanismi del thriller più che con quelli del giallo, non coincide nei dettagli con le risultanze processuali. A grandi linee però sì, visto che sono in scena logge massoniche, corpi deviati dello Stato, estremisti di destra, cosche mafiose e servizi segreti internazionali. Dalle sinergie di queste entità mostruose nasce un piano efferato che, se non è quello vero (o presunto tale, alla luce delle attuali, ancora troppo lacunose conoscenze), è tuttavia plausibile.
di Alessandra Daniele
- Sono stanco, ho sonno, e sto crepando dal caldo.
- C'è altro?
- Sì, mi sono rotto i coglioni. Siamo bloccati qui da luglio per votare questa cazzo di legge, io non mi sono messo a fare il deputato per buttare il tempo in Parlamento.
- Va approvata entro l'estate.- Puntualizza il collega.
- Ma perché?...
- Perché a settembre partirebbero le inchieste. E io in galera perché tu senti caldo non ci vado.
di Paola Papetti
Jonathan Lethem, Chronic City, Il Saggiatore, 2010, pp. 487, € 17,00
“Esiste una guerra tra chi sostiene che c’è una guerra e chi sostiene che non c’è.”
Case è un attore. Da bambino ha lavorato a una sitcom di successo e da allora campa di diritti di immagine. C’è anche Perkus Tooth. E’ un personaggio particolare, in passato affissore di manifesti abusivi situazionisti, un paio di libri e molta critica rock. Ora vive di marijuana, imbevuto in ellissi di ragionamento che lo divorano psicologicamente e fisicamente. Richard Abnerg, invece, era uno squatter, partendo dalla lotta per il diritto alla casa è giunto fino ai palazzi dell’amministrazione: leva castagne dal fuoco per il sindaco e con la sua folta barba ricorda il suo passato, per quanto stridente con il presente. Oona Laslo è una ghost writer, camaleontica figura in nero bisognosa di tenerezza, ma si muove in modo spesso ambiguo.
di Emanuele Manco
Alan D. Altieri, Killzone. Autostrade per l'inferno, TEA, pp. 262, € 12,00
La nuova antologia di racconti di Sergio “Alan D.” Altieri ha per protagonista Russell Kane, lo Sniper già visto in tre romanzi dei cinque che lo scrittore milanese ha previsto per il personaggio.
Solo uno dei sei racconti è inedito, si tratta di “Dry Thunder”, primo della raccolta, nel quale viene mostrata una diversa versione dell'epilogo di "Victoria Cross", nel quale il personaggio sembrava morire nell'esplosione di un pozzo petrolifero nel golfo del Messico.
Ed è già da questo primo racconto che si evincono alcuni elementi che sono la costante narrativa e tematica della raccolta.
La costante narrativa è la capacità ormai non comune di scrivere un racconto che abbia una struttura solida, con un inizio, un centro e una fine. A prescindere dallo stile fatto di frasi brevissime, di terminologia cinematografica e di suggestioni più visive che letterarie, i racconti hanno una struttura senza falle. Felice di sapere che Altieri non rinnega di essere un mestierante dello scrivere, non c'è nulla di cui vergognarsi nell'essere tale.
di Dziga Cacace
Hanno dimenticato due cose nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo:
il diritto di contraddirsi e quello di andarsene
Jean-Pierre Leaud, La maman et la putain
89 - Together del geniale Lukas Moodysson, Svezia/Danimarca/Italia 2000
Sto aspettando una risposta per iniziare un nuovo lavoro e allora cazzeggio, più o meno come quando il lavoro c’è. Vado al cinema Arlecchino per lo spettacolo delle tre pomeridiane, privilegio per pochi: qualche anziano, qualche studente, qualche sfaccendato: io. Buio in sala e devo sorbirmi un quarto d’ora di pubblicità: e perché? Ho già pagato, è mica tivù questa, eh. Però poi arriva il film a mettermi di buonumore. Svezia, 1975: Elisabeth scappa dal marito violento e, con i figli Eva e Stefan, trova rifugio in una comune dove vive il fratello Göran. L’inserimento è difficoltoso anche perché la comunità è bizzarra e ci sono già alcune tensioni in atto. Klas è omosessuale e innamorato di Lasse, appena lasciato da Anna (lesbica interessata subito a Elisabeth). Göran dice sempre a tutti di sí e per principio lascia che la sua compagna Lena si faccia strapazzare dal marxista Erik (piuttosto confuso, ma deciso a darsi al terrorismo). In mezzo a questo bailamme ideologico e sentimentale si aggira un bambino chiamato Tet, abituato a “giocare a Pinochet” (cioè torturarsi con gli amichetti). Tutti questi pazzi sono osservati da lontano da una famiglia borghesissima, con il piccolo Fredrik sempre più curioso. Hippie e socialisti, nemici della Coca Cola, della carne, del Lego, della depilazione femminile e della materialista Pippi Calzelunghe, i nostri eroi sono magnifici e la loro rappresentazione è ironica e affettuosa. E questo film è un capolavoro e un atto d’amore.
di Marilù Oliva
Uno stesso scenario affrontato diversamente e letto, nei primi due libri qui recensiti, attraverso il portavoce eccellente di una certa Italia, Silvio Berlusconi, cui è dedicato uno spazio secondario ne “La battuta perfetta” di Carlo D’Amicis (minimum fax, 2010, p. 365, euro 15), e sostanziale nel “Berlusconario. Tutte le gaffe del presidente” di Giovanni Belfiori e Giorgio Santelli, (Melampo, 2010, pp. 240, euro 13). Nella terza opera, “Giovani, nazisti e disoccupati” di Michele Vaccari (Castelvecchi, 2010, p. 224, euro 14), l’Italia è narrata attraverso le proiezioni di falsi miti propinati e imboccati a una gioventù priva di punti di riferimento.
«Le dispiace, presidente, se accendo un’altra lampada?»
Mi allungo verso il comodino. Quando mi rigiro Silvio sembra aver perso un’altra volta conoscenza. L’osservo attentamente. E ciò che vedo – dal ventre dilatato ai quattro peli arruffati sulla testa, dalle caviglie gonfie alla bava che si rapprende agli angoli della bocca- è ontologicamente ciò che è, ma che nessuno al mondo, guardando Berlusconi, ha visto mai: un vecchio di settantatré anni.
Stremato, questo vecchio sembra dormire. E invece mi sta frugando nei pensieri.
«Ha pietà di me, vero, Spinato?»
di Valerio Evangelisti
[Questo breve articolo di tono divulgativo, apparso sul numero di giugno della rivista Su la testa, legata al PRC, non doveva apparire su Carmilla. Esistono in rete inchieste sullo stesso tema molto più accurate, di cui fornirò i riferimenti. Se mi risolvo a pubblicarlo qui è perché, a scoppio ritardato, ha causato nei diretti interessati reazioni scomposte, ai limiti dell’isteria. In particolare, ciò è avvenuto per le tre righe piuttosto neutre consacrate a Costanzo Preve, elencato tra i marxisti sedotti dall’ipotesi rosso-bruna. In appendice, fornirò qualche indicazione bio-bibliografica sui curiosi difensori che, per l’occasione, l’illustre “filosofo marxista” ha trovato. Naturalmente, a tutti è lecito cambiare idea, ma se la schiera dei “versipelle” è troppo folta dà adito a sospetti.]
L’ultimo, sconcertante prodotto della strana famiglia che sto per descrivere ha per nome “autonomi nazionalisti”. Si tratta in effetti di giovani neonazisti che fanno propri alcuni simboli esteriori non tanto dell’autonomia, quanto dell’anarchismo più radicale.
di Danilo Arona e Mister Tony
Caro Danilo,
in merito a una delle tue ultime “Luci oscure”, senza dubbio il riferimento a rettili e serpenti in relazione a entità spirituali, prevalentemente maligne, è comunissimo: dalla Genesi (il serpente che svia la prima coppia umana) all'Apocalisse (il Gran Dragone, l'originale serpente, colui chiamato Diavolo e Satana- 12:9). Esiste poi un riferimento molto intrigante in “Atti degli Apostoli” al capitolo 16, i versi da 16 a 19. Lì si parla di una ragazza che Paolo e Barnaba incontrano, che aveva “ ...uno spirito, un demonio di divinazione...” che le permetteva di attuare il potere di predizione. Ebbene, nel greco originale, l'espressione "demonio di divinazione" è e'khou.san pneu'ma py'thona, letteralmente “uno spirito pitone”, senza contare poi il famoso serpente Kundalini, onnipresente come trait d'union con il reame spirituale in ogni riferimento yoga. Infine sono comunissime nelle credenze africane le storie di streghe e sciamani che si trasformano in serpenti. Il serpente è pericoloso e spesso sorprende la preda. Non a caso l'analogia è cercata.
di Alessandra Daniele
- L'inchiesta sulla P10 sta finalmente mettendo il governo in difficoltà.
- Perché continuano a rinumerarla ogni volta che indagano?... E' sempre la solita P2.
- Lascia perdere il numero di release, il punto è che il governo annaspa, e il PiDem deve approfittarne - conclude il delegato.
- Non siamo noi a decidere la linea.
- Beh, credo che per noi giovani del PiDem sia invece arrivato il momento di pretendere un ruolo più significativo a livello decisionale.
Il collega scuote la testa.
- Io lo trovo prematuro.
- Ma abbiamo tutti più di settant'anni!
- Io sessantotto. Il segretario ne ha centoquattordici. E il premier centoventitrè - taglia corto il collega, inghiottendo una pillola.
di Alessandro Raveggi
Presentiamo qui il primo estratto da un romanzo work in progress, dal titolo Città sommersa. Tre giovani cineasti italiani arrivano al Distrito Federal, Città del Messico, per tentare l'impossibile: realizzare un kolossal sulla Rivoluzione messicana. Senza budget, senza speranza, atterrano all’aeroporto della città nel momento esatto in cui scatta nella l'allarme per l'influenza AH1N1, incontrando da subito una megalopoli spettrale, post-apocalittica. La storia racconta della quarantena di realizzazione surreale del film, in cui potenzialmente ogni cittadino del Mostro è comparsa del kolossal senza confini, e assieme se stesso, coi suoi pregi e difetti. Il lento recuperare della vita e delle contraddizioni di una megalopoli nei confronti di un'epidemia (e forse calunnia) che blocca il tempo, si intreccia con il lento perdere coscienza dei tre italiani, verso la scoperta allucinata di un universo, nelle fogne della città, dove una città sommersa vive in parallelo alle vite sovrastanti.
di Dziga Cacace
Eu sou a mosca, que pousou em sua sopa
Raul Seixas, Mosca Na Sopa
73 - Mangiati vivi! di un appetitoso Umberto Lenzi, Italia 1980 e zapping notturno
Succede che alle due di notte non riesca proprio a prendere sonno. Accendo la televisione sperando nell’abbiocco e invece, com’era prevedibile perché la televisione le cose migliori le manda sempre a orari impossibili, rimango catturato da questo cannibal-movie atroce ma con una sua forte ragion d’essere (cosa che non so assolutamente cosa possa significare: fate voi). Lo becco già in corsa ma gli antefatti non paiono di grande importanza: Janet Agren e Robert Bolla finiscono in Guinea alla corte di un santone, tal Jonas. Lì è già prigioniera, succube e drogata, Paola Senatore, sorella della Agren (e quanto potrebbero essere diverse?). Il problema è fuggire dal campo di devoti, perché intorno è infestato di cannibali che non vanno tanto per il sottile. Intanto a New York un poliziotto attiva i soccorsi: “Sergente, devo parlare subito con la Guinea… no, non è una ragazza bionda. È un posto di merda dove ci stanno i cannibali!”. Letterale e sublime, anche perché i cannibali se ne stanno in Nuova Guinea e la differenza tra Africa e Asia, insomma….
di Mauro Baldrati
Domenica 13 giugno marciavo lungo il Tamigi verso i Docks, incurante del cielo che minacciava pioggia, per vedere da vicino uno dei migliori interventi di recupero e restauro di edifici antichi. I magazzini del ‘700 e dell’800, a picco sulle darsene del grande porto fluviale, costruiti con la pietra inglese seccata dagli anni, ora sono adibiti ad abitazioni e uffici.
Quella parte di città era semideserta, e il traffico, che a Londra ti crepa i timpani e ti emulsiona di bitume i polmoni, era assente. Gita fuori porta, in campagna, come tutti.
di Marilù Oliva
“Mano Nera” (Baldini Castoldi Dalai editore, 2010, euro 13), prende il nome dall’organizzazione criminale Crna Ruka, lo stesso gruppo nazionalista serbo-bosniaco che, il 28 giugno del 1914, armando la mano di Gavrilo Princip per eliminare l’erede al trono d’asburgo arciduca Francesco Ferdinando, aveva acceso la scintilla della prima guerra mondiale. Un’organizzazione creduta morta e sepolta, ma che invece è ancora attivissima e persegue i suoi scopi politici agendo nell’ombra, sullo sfondo di una Sarajevo multietnica e irrisolta, magicamente sfaccettata, in balia di traffici illegali, un epicentro multirazziale dove l’integrazione sussiste solo attraverso la dis/integrazione e dove popoli diversi convivono non sempre pacificamente.
Inserita all’interno di “Vidocq”, la nuova collana di Baldini Castoldi Dalai, “Mano Nera” di Al Custerlina comincia a Sarajevo, col sangue: la strage provocata dal sequestro di Sanja Karahasan, figlia di un ministro bosgnacco, cui segue, a breve, il rapimento della cugina Nadira.


Una breve spy story che è stata pubblicata dalla rivista "Maxim", con illustrazioni di Gianfranco Florio. E' inedita sia su Web sia in libro. Nuove intelligence per antichi complotti...


