di Gioacchino Toni
Giuseppe Ranieri, Breve storia sociale dei Mondiali di calcio, Milieu edizioni, Milano, 2026, pp. 304, € 18,00
Trattandosi di una competizione sportiva internazionale per nazioni, la Coppa del Mondo di calcio non poteva che intrecciarsi sin dall’inizio della sua storia con gli equilibri geopolitici prestandosi a farsi strumento di legittimazione per gli Stati e di esercizio di soft power. Ripercorrere la storia dei Mondiali da una prospettiva capace di coniugare l’attrazione esercitata dallo sport con le sue implicazioni storico-sociali consente di cogliere da un punto di vista inconsueto, per quanto parziale, i grandi cambiamenti che hanno attraversato i singoli Paesi e le relazioni tra essi.
Il volume Breve storia sociale dei Mondiali di calcio (Milieu, 2026) di Giuseppe Ranieri, redattore del blog Sportpopolare.it, offre una rassegna agile e di gradevole lettura delle diverse edizioni della competizione internazionale osservandole sia dal punto di vista sportivo sia da quello politico-sociale. Il volume si apre con la prima edizione della Coppa del Mondo tenutasi in Uruguay nel 1930, tra sole tredici squadre, in concomitanza con i festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza del Paese e con le gravi difficoltà economiche derivate dal crollo della borsa di New York. In un periodo in cui il calcio non ha ancora del tutto abbracciato il professionismo, la designazione sudamericana ha di fatto comportato la mancata partecipazione delle federazioni europee ad eccezione di Jugoslavia, Romania, Belgio e Francia. Alcune rappresentative sono giunte in Uruguay alle prese con forti contrasti interni riflettenti divisioni in atto nei rispettivi Paesi, come nel caso del Brasile e della Jugoslavia, attraversate, rispettivamente, dalle polemiche tra carioca e paulisti e tra serbi e croati. A riprova del seguito popolare che ha accompagnato la prima edizione, basti pensare che la finale, vinta dall’Uruguay sull’Argentina, si è giocata alla presenza di centomila spettatori, ventimila dei quali giunti a sostengo dell’Albiceleste.
Il secondo Mondiale, tenutosi nel 1934, è stato invece ospitato dall’Italia con l’esplicito intento di mostrare all’interno e all’esterno del Paese le capacità del fascismo sia dal punto di vista organizzativo che sportivo. Anche la vittoria italiana ottenuta nell’edizione francese del 1938, in un clima internazionale sempre più testo, è stata efficacemente utilizzata dal regime per celebrare la “superiorità dell’atleta fascista”. Anche il Mondiale francese ha visto numerose defezioni, tra cui: l’Inghilterra, ancora incline a snobbare l’evento; l’Unione Sovietica, la cui Federazione non era ancora stata riconosciuta dalla FIFA; l’Uruguay, in risposta alla scarsa partecipazione europea al suo Mondiale; l’Argentina, per il mancato rispetto del principio di alternanza tra Europa e Sudamerica nell’assegnazione del torneo. Dal punto di vista sportivo l’edizione del 1938 del Mondiale merita di essere ricordata, oltre che per l’indubbia impresa della Nazionale di Pozzo, per le gesta del brasiliano Leonidas Da Silva che, qualche tempo dopo, come ricorda Ranieri, sarà tra i primi calciatori ad esplicitare le sue simpatie comuniste.
Dopo la sospensione imposta dalla Seconda guerra mondiale, la Coppa del Mondo si è riproposta con l’edizione brasiliana del 1950 in un clima internazionale da un lato ancora segnato dal conflitto da poco concluso e dall’altro già alle prese con la Guerra fredda. Al Mondiale sudamericano si sono presentate soltanto tredici nazionali, tra gli assenti: l’intero blocco socialista, ad eccezione della Jugoslavia; la Turchia e l’India, per motivi economici; l’Argentina, a causa di un serrato e prolungato contenzioso sindacale tra federazione e calciatori. Delle potenze sconfitte nella Seconda guerra mondiale non sono state ammesse Germania, Austria e Giappone, mentre è stata accettata la presenza dell’Italia, costretta a presentarsi con una formazione molto rimaneggiata in seguito alla tragedia di Superga che l’ha privata dei campioni del Grande Torino. Al Mondiale brasiliano ha finalmente fatto il suo debutto l’Inghilterra e si è ripresenta l’Uruguay che ha vinto il torneo in una finale da incubo per i brasiliani giocata al Maracanã di fronte a quasi duecentomila spettatori.
A suggerire l’assegnazione dei Mondiali del 1954 alla Svizzera, in occasione dei cinquant’anni della FIFA, ha di certo contribuito la sua storica neutralità, elemento utile a mantenere la competizione al riparo dai contenziosi internazionali così da non ostacolare la presenza di diverse rappresentative. In questa edizione sono state riammesse le nazioni sconfitte nella Seconda guerra mondiale e si sono presentate le selezioni dei paesi socialisti, tra cui la fortissima Ungheria, la leggendaria Aranycsapat, celebrata come modello di applicazione del socialismo nello sport, destinata, inaspettatamente, a perdere la finale con la Germania Ovest, elevata, per contrasto, a simbolo del mondo capitalista, che farà di questa vittoria un simbolo di rinascita dopo il disastro della guerra. L’edizione del 1954, sottolinea Ranieri, è anche la prima ad usufruire della diretta televisiva. La pessima figura rimediata dall’Italia, proprio per mano dei padroni di casa, ha trovato il suo capro espiatorio, come accadrà più volte nella storia del calcio italiano, nella presenza di calciatori stranieri nel campionato nazionale.
Anche per l’edizione del 1958 è stato scelto un paese “non divisivo”: la socialdemocratica Svezia. A rendere interessante questo Mondale hanno concorso: la presenza, per la prima volta, dell’Unione Sovietica e di tutte e quattro le nazionali del Regno Unito; la curiosità di vedere l’Ungheria dopo la delusione del mondiale precedente e di verificare la forza dei campioni in carica della Germania Ovest; l’occasione di vedere all’opera la Francia degli attaccanti Kopa e Fontaine, che saranno tra i fondatori del primo sindacato dei calciatori e di ritrovare e l’Argentina, destinata a subire in questa edizione una delle peggiori sconfitte della sua storia; di valutare il cambio di gioco del Brasile e di constatare la forza della rappresentativa di casa. Nonostante la scelta di organizzare il Mondiale in un paese lontano dai contenziosi internazionali, anche in questo caso la politica non ha mancato di far capolino. Ranieri ricorda il riverberarsi sul mondo del calcio del clima di cambiamento politico e sociale prodotto dalla decolonizzazione, con particolare riferimento al contesto nordafricano, e il rifiuto di Egitto Turchia, Indonesia e Sudan di affrontare Israele, durante le qualificazioni, in seguito alla Crisi di Suez. Calcisticamente parlando, il Mondiale del 1958 è passato alla storia per le gesta di Pelé e Garrincha e per il gioco del loro Brasile, vincitore finale, desideroso di lasciarsi alle spalle la “tragedia del Maracanã”.
Il Mondiale cileno del 1962 si è tenuto in un Paese ancora alle prese con gli effetti del devastante terremoto di due anni prima e attraversato da una condizione di miseria su cui, ricorda Ranieri, la stampa italiana ha insistito ricorrendo una narrazione oscillante tra patetici toni paternalistici e spocchioso sguardo occidentale. La compagine azzurra ha finito per pagare con la sconfitta e con l’ostilità del pubblico l’atteggiamento di superiorità con cui ha affrontato la squadra di casa. Il Mondiale cileno si è concluso con la vittoria del Brasile e un ottimo terzo piazzamento per l’orgogliosa e battagliera squadra cilena. Nel parlare del Mondiale del Cile, Raneri si sofferma su Lev Yashin, leggendario portiere dell’URSS assurto a simbolo dell’“uomo nuovo sovietico”, unico estremo difensore nella storia ad essersi aggiudicato il Pallone d’oro.
L’edizione del torneo del 1966 è stata assegnata all’Inghilterra, la nazione che ha creato il gioco del calcio, in un clima di forte contrapposizione internazionale sia tra le federazioni che tra le nazioni. Le nazionali africane hanno boicottato le qualificazioni al Mondiale in segno di protesta per lo scarsissimo spazio loro riservato.
La doppia affermazione della Seleção aveva ridefinito le gerarchie calcistiche, tanto quanto l’epopea delle lotte di liberazione nazionale e la decolonizzazione fecero con gli assetti geopolitici. Ma come le aspettative dei popoli trovavano le dittature militari (e la CIA) sulla propria strada – dall’Indonesia all’Argentina – allo stesso modo le istanze di rinnovamento del mondo del pallone trovavano le resistenze della FIFA, intrisa di mentalità coloniale e gestita al suo vertice da uomini bianchi e conservatori come Stanley Rous. Questo era soprattutto vero nella ripartizione degli accessi ai Mondiali: per esempio era previsto uno solo posto per tutta l’area che includeva Africa, Asia e Oceania. Questa questione generò un contenzioso fra la stessa FIFA e la Confederazione Africana, la CAF, che sospinta dai tumulti politici del continente e dalla lotta della decolonizzazione optò, appoggiata da molte federazioni asiatiche, per il boicottaggio della manifestazione (p. 92).
Segnato dalle accuse delle nazionali sudamericane di favoritismo per le squadre europee, il mondiale inglese per l’Italia è passato alla storia per la clamorosa sconfitta subita ad opera della Corea del Nord. Giocata a Wembley davanti a quasi centomila spettatori, la finale tra Germania Ovest e Inghilterra, risoltasi a favore della squadra di casa, tra le polemiche per l’arbitraggio, è stata accompagnata da una una retorica nazionalista dai toni bellicisti da parte della stampa locale.
Gli anni Settanta sanciscono l’adeguamento dei Mondali alla logica del capitalismo moderno. Terminati con la vittoria del Brasile, e ricordati dagli italiani per la leggendaria vitoria 4-3 ottenuta ai tempi supplementari sulla Germania Ovest in semifinale, i Mondiali messicani del 1970 hanno infatti rappresentato un punto di svolta importante per la storia della competizione sia per la rottura dell’egemonia europea-sudamericana sia per l’inedito ruolo riservato ai capitali privati nell’organizzazione dell’evento, per l’irruzione delle sponsorizzazioni e l’iper-esposizione mediatica. Il rinnovamento del torneo è proseguito anche nell’edizione tedesca del 1974, ove è stato dato ulteriore slancio al business. A caratterizzare questa edizione è stata anche l’inedita apertura a favore delle federazioni africane e asiatiche. Il contesto in cui si è data la competizione organizzata dalla Germania Ovest, ancora memore dell’azione di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco di due anni prima, sottolinea Ranieri, è caratterizzato dalla Rivoluzione dei Garofani portoghese, dal colpo di stato militare filo-turco a Cipro Nord, dall’esplosione dello scandalo Watergate negli Stati Uniti, dalla crisi petrolifera del 1973 e dal golpe cileno, destinato ad impattare pesantemente anche sullo sport internazionale. Dal punto di vista calcistico, quello del 1974, nonostante la vittoria finale della Germania Ovest – pur subendo, nel corso del torneo, una storica sconfitta ad opera della DDR –, è stato indubbiamente il Mondiale del totaalvoetbal olandese basato sul collettivo.
Tra il 1976 e il 1977, mentre in Argentina la Giunta militare sta organizzando i Mondiali del 1978, assegnati al Paese nel 1970, a livello internazionale ci si interroga sull’opportunità che questi si giochino in una realtà sottoposta a una feroce dittatura. A non avere dubbi circa l’opportunità che i Mondiali si tengano è il vicepresidente della FIFA Hermann Neuberger, ex-nazista, che non manca di rispolverare la retorica della neutralità dello sport rispetto alle questioni politiche. Il Mondiale argentino ha rappresentato per il regime militare l’occasione per alimentare sentimenti nazionalistici e trasmettere sia all’interno sia a livello internazionale l’immagine di un Paese unito e normalizzato. I movimenti di protesta europei inclini al boicottaggio dell’evento, alle prese con l’affievolirsi della spinta contestataria “lungo sessantotto”, di fatto non sono riusciti ad impattare efficacemente sull’opinione pubblica. Nel caso italiano, a contrastare le richieste di boicottaggio, ha contribuito una stampa in buona parte incline a chiudere gli occhi di fronte alla realtà argentina rifugiandosi dietro la retorica della neutralità dello sport. Il Mondiale dell’Argentina dei desaparecidos è terminato con la vittoria della squadra di casa e con le immagini del dittatore Videla intento a celebrare, insieme alla vittoria calcistica, il “riconoscimento” interazionale di uno dei più sanguinosi regimi militari sudamericani. È difficile soffermarsi sull’aspetto sportivo di una competizione andata in scena in tale macabro contesto.
Se da un lato l’aumento dei partecipanti ha indubbiamente contributo ad allargare la competizione oltre il duopolio europeo-sudamericano, dall’altro ha permesso ai vertici della FIFA di mantenere la governance sul mondo del pallone sfruttando il sostengo dalle nuove federazioni ammesse. È in questa duplice ottica che deve essere letto l’ampliamento del numero di squadre partecipanti voluto da Havelange, primo presidente non europeo della FIFA, per il Mondiale spagnolo del 1982 organizzato da un Paese desideroso di lasciarsi al più presto alle spalle la lunga dittatura franchista e di presentare al mondo il suo nuovo volto democratico e moderno. Fuori dai rettangoli di gioco, nei primi anni Ottanta il mondo si trova a fare i conti con l’affermarsi del neoliberismo, con i primi scricchiolii nel blocco socialista e con la follia della guerra anglo-argentina per il controllo delle isole Falkland/Malvinas.
La competizione del 1982 è passata alla storia soprattutto per la fortissima Seleção brasiliana, incredibilmente sconfitta in semifinale da un’Italia giunta in Spagna ancora frastornata dallo scandalo del “Calcioscommesse” e accompagnata da un giornalismo sportivo particolarmente critico nei confronti del Commissario Tecnico Bearzot. L’inattesa vittoria della squadra azzurra del trofeo, ottenuta con la sconfitta della Germania Ovest in finale, ha indotto i giornalisti italiani a mistificare la vittoria attraverso una narrazione del tutto dimentica delle perplessità e degli attacchi portati, in precedenza, alla squadra e al suo CT. Affrontando il Mondiale spagnolo, Ranieri si sofferma sulla figura di Socrates, giocatore, medico, dichiaratamente marxista, incline al colpo di tacco come al bere, al fumare e ad alzare il pugno chiuso al cielo. In particolare, ad essere ricordato è il ruolo di primo piano che ha avuto nell’esperienza della “Democracia Corinthiana” che, pur per breve tempo, ha sperimentato la pratica autogestionaria in una squadra di calcio, il Corinthians, in un Paese alle prese con gli ultimi scampoli della dittatura.
L’edizione messicana del 1986 sancisce l’asservimento del Mondiale alle logiche televisive. L’organizzazione dell’evento viene infatti ceduta al colosso radiotelevisivo Televisa che, per assecondare le esigenze europee di audience, non ha esitato a piazzare incontri a mezzogiorno incurante delle infernali condizioni climatiche. Tra gli elementi di interesse del torneo messicano spiccano il ritorno del colonnello Lobanovs’kyj sulla panchina dell’URSS, quasi a mitigare con un nostalgico richiamo al passato il nuovo corso intrapreso dal Paese di Gorbačëv, la sorpresa della Danimarca e, ovviamente, la sfida tra l’Argentina di Maradona e l’Inghilterra in un clima ancora segnato dal ricordo del conflitto per le Falkland/Malvinas. La partita tra le due nazionali, andata in scena allo stadio Azteca di Città del Messico davanti a più di centomila spettatori, è passato alla storia per il significato di rivincita che ha assunto per gli argentini e per le due reti di Maradona destinate a restare nella storia del calcio e ad immortalare il genio e la sregolatezza del grande campione. Alla rete truffaldina segnata di mano, e rivendicata come “Mano de Dios”, ha fatto seguito un capolavoro costruito su sessanta metri di dribbling ubriacanti. Quello del 1986, vinto dagli argentini in finale con la Germania Ovest, è stato a tutti gli effetti il Mondiale di Maradona, quasi a sancire il trionfo del genio di un singolo sul collettivo e sulla tattica.
Nel 1990 il Mondiale è stato assegnato ad un’Italia alle prese con gli ultimi sussulti della Prima Repubblica, in un contesto internazionale segnato dal crollo del Muro di Berlino, dalla conseguente riunificazione tedesca, e dalle prime avvisaglie della guerra che avrebbe di lì a poco dilaniato la Jugoslavia. Organizzato letteralmente senza badare a spese – con un aumento della spesa prevista di oltre l’80% –, il Mondiale italiano, che ha visto la squadra azzurra doversi accontentare di un modesto terzo posto, si è risolto con la vittoria della Germania riunificata sull’Argentina che, per bocca di Maradona, non ha mancato di denunciare i favoritismi concessi alla squadra di casa e alla Germania. Come sottolinea Ranieri, questa edizione deve essere ricordata anche come occasione mancata per una fortissima Jugoslavia ancora unita.
L’edizione del 1994 è stata organizzata dagli Stati Uniti, da un Paese privo di tradizione calcistica, in un contesto internazionale tutt’altro che pacificato, nonostante l’avvenuto crollo del blocco socialista. In questi Mondiali sono state introdotte diverse modifiche ai regolamenti, come i tre punti per la vittoria, in linea con una logica del calcio sempre più votata alla spettacolarizzazione e alle esigenze televisive, tanto da subordinare gli orari delle partite all’audience europea nonostante le proibitive condizioni climatiche. L’edizione del 1994 è passata alla storia anche per positività all’antidoping di Maradona, letta da moti suoi estimatori come vendetta orchestrata dalla FIFA per punirlo delle sue prese di posizione contro i vertici calcistici internazionali. La finale, per la prima volta terminata ai rigori, tra Italia e Brasile si è risolta con la vittoria della Seleção. Il Mondiale statunitense, sostiene Ranieri, ha rappresentato uno vero e proprio spartiacque tra il calcio del passato e quello che sarebbe divenuto, sempre più propenso a sacrificare il tasso tecnico sull’altare dell’intrattenimento spettacolare mediatico. Un cambiamento, occorre ammettere, sostanzialmente accettato dai più, a riprova di un epocale cambio di immaginario, sportivo e non.
Il Mondiale francese del 1998 è ricordato sia per il cinismo con cui lo sponsor ha imposto la presenza in campo nella finale tra Brasile e Francia di Ronaldo “il Fenomeno”, colto da malore alla vigilia delle partita, sia per la prima vittoria del torneo dalla Francia capitanata dal campione franco-algerino Zidane. Come ricorda Ranieri, l’aspetto multietnico della squadra francese, specchio della sua società, si rivelerà un elemento di discussione politica ricorrente nel Paese.
In un contesto internazionale segnato dagli attacchi alle Torri Gemelle e dalla reazione statunitense nell’area mediorientale, il Mondiale che ha aperto il nuovo millennio è stato assegnato per la prima volta al continente asiatico introducendo, inoltre, l’organizzazione congiunta di più Paesi. Tenutasi in Giappone e Corea del Sud, l’edizione del 2002 è ricordata: per le accuse di brogli e corruzione che hanno investito la FIFA di Blatter; per l’adozione di un pallone dalle traiettorie imprevedibili; per diversi arbitraggi maldestri; per il quinto successo mondiale del Brasile che ha sconfitto la Germania in finale; per l’inattesa eliminazione al primo turno dei campioni in carica francesi; per i buoni risultati delle formazioni ospitanti. L’Italia, al là delle polemiche arbitrali, ha finto per lasciare mestamente il Mondiale, eliminata dalla Corea del Sud, soprattutto per i suoi demeriti sportivi
Come il precedente, anche il Mondiale tedesco del 2006 ha dovuto fare i conti, sin dalla sua assegnazione, con le accuse di corruzione rivolte da più parti ai vertici della FIFA. A questa edizione, espressamente voluta per celebrare la riacquista importanza internazionale della Germania riunificata, hanno fatto il loro esordio l’Angola, il Ghana, il Togo, la Costa d’Avorio, Trinidad e Tobago, l’Ucraina, la Repubblica Ceca e la Serbia-Montenegro. Se al Mondiale spagnolo del 1982 l’Italia era arrivata frastornata dal “Calcioscommesse”, a quello tedesco si è presentata scossa dallo scandalo, ben più strutturale, di “Calciopoli”, cosa che i media tedeschi non hanno mancato di rimarcare, insieme ai tanti luoghi comuni sugli italiani, alla vigilia della partita Italia-Germania tenutasi all’Olympiastadion berlinese risoltasi con la vittoria della squadra azzurra che ha così potuto disputare la finale contro la Francia vincendola ai rigori. Come da peggiore tradizione italiana, l’inattesa vittoria del Mondiale è stata sfruttata dai tifosi e dai media per lasciarsi rapidamente alle spalle gli scandali calcistici casalinghi riproponendo l’insopportabile retorica del popolo che nei momenti difficili riesce a dare il meglio di sé.
L’edizione del 2010 della Coppa ha avuto luogo in Sudafrica. Dietro all’immagine edulcorata del “Mondiale di Nelson Mandela”, di un Paese desideroso di mostrare alla comunità interazionale il suo nuovo volto dopo l’infame regime dell’apartheid, si è celata una realtà decisamente meno gradevole. Buona parte degli interventi infrastrutturali non solo non sono serviti a migliorare le condizioni di vita in un Paese in gravi difficoltà economiche, ma hanno persino peggiorato le cose per gli strati più poveri della popolazione. Lo saltellamento di diverse baraccopoli, utile a dare un’immagine meno disastrata della realtà sudafricana, ha di fatto letteralmente lasciato senza abitazione una parte non irrilevante della popolazione più povera. A riprova di come i grandi eventi sportivi siano rivolti più a fornire un’immagine positiva del Paese organizzatore agli occhi internazionali, oltre che a foraggiare alcuni imprenditori, piuttosto che a favorire la popolazione locale, basti osservare come il costo dei biglietti per assistere agli incontri sia risultato del tutto proibitivo per buona parte dei sudafricani. Dal punto di vista calcistico, l’edizione sudafricana, vinta per la prima volta dalla Spagna, destinata ad aprire un ciclo importante nella sua storia calcistica, si è caratterizzata anche per lo psicodramma andato in scena all’interno della equipe francese, con tanto di ammutinamento dei calciatori nei confronti dell’allenatore, evento che non ha mancato di aprire l’ennesimo dibattito in patria sul “problema multietnico” della società francese e della sua rappresentativa calcistica. Il Mondiale sudafricano, come giustamente sottolinea Ranieri, ha mostrato anche come i primi tre posti siano stati conquistati da nazionali europee – Spagna, Paesi Bassi e Germania – che hanno saputo lavorare proficuamente sui vivai giovanili attraverso attente programmazioni.
L’edizione del 2014 concessa al Brasile è stata accompagnata da polemiche e proteste per gli sprechi e le spese vertiginose, ben tre volte superiori a quelle sudafricane di quattro anni prima. Anche in questo caso il Paese ospitante ha promosso una spregevole “gentrificazione calcistica”: soltanto a Rio si calcola che siano stati sfrattati non meno di 65 mila abitanti delle favelas. Ranieri si sofferma anche su come le proteste che hanno attraversato il Brasile durante i Mondiali abbiano avuto una duplice caratterizzazione politica e sociale, esplicitata anche da un diverso cromatismo: mentre fuori dagli stadi i ceti popolari hanno manifestato contro le opere faraoniche e i costi proibitivi dei biglietti indossando spesso magliette rosse, all’interno degli impianti la classe media emergente ha invece espresso le sue proteste contro la gestione della “cosa pubblica” ricorrendo al colore giallo, che verrà poi ripreso dai sostenitori di Bolsonaro. Il Mondiale è terminato con la vittoria della Germania, campione per la quarta volta, dimostrando la sua abilità nell’attuare una politica calcistica attenta ai settori giovanili basata sull’apertura di numerose scuole di calcio federali e sul conferimento facilitato della cittadinanza ai figli degli immigrati.
Nel 2010 la FIFA di Blatter ha assegnato l’organizzazione della Coppa del Mondo alla Russia, per il 2018, e al Qatar, per il 2022. A pesare sulle scelte dei vertici internazionali del calcio, sommersi dalle accuse di corruzione e riciclaggio, sono stati soprattutto gli sponsor. Il Mondiale russo del 2018, sostenuto sia dal colosso petrolifero Gazprom sia da fondi pubblici, è servito a Putin sia per rafforzare la coesione sociale interna sia per rimarcare il ruolo di primo piano della Russia nel mutato contesto internazionale. Subentrato alla guida della FIFA proprio in occasione del mondiale russo, Infantino ha provveduto ad allargare il numero di squadre partecipanti e ad introdurre il VAR. Ranieri ricorda come con la veloce eliminazione della squadra tedesca abbia ribaltato in patria l’immagine positiva che aveva accompagnato quattro anni prima l’allargamento della Nazionale ai figli degli immigrati. Terminato con la vittoria in finale della Francia sulla sorprendente Croazia, il Mondiale russo ha palesato l’indirizzo che Infantino avrebbe dato a questo tipo di competizione nelle successive edizioni, caratterizzato da una FIFA sempre più cinicamente schierata con i potenti di turno in ossequio agli imperativi del business.
Il Mondiale in Qatar del 2022 rappresenta la quintessenza dell’indirizzo impresso da Infantino alla FIFA, tanto da scatenare, sin dal 2020, una trasversale campagna di boicottaggio internazionale soprattutto alla luce delle carenze del Paese ospitante in termini di diritti. Come ricorda Ranieri, si è trattato del primo Mondiale assegnato a un Paese esordiente alla Coppa del Mondo e, soprattutto, del tutto privo di storia calcistica, tanto da doverla introdurre artificialmente importandola dall’estero senza badare a spese. A dare l’idea dell’autentica follia del mondiale qatariota, l’autore ricorda alcuni dati: l’investimento sostenuto si è aggirato sui 220 miliardi di dollari, a partire dal 2010 la realizzazione degli stadi e delle infrastrutture ha impiegato quasi seimila lavoratori, per i 90% stranieri impiegati sostanzialmente in assenza di diritti con un impressionante costo in vite umane. Ne è scaturito un Mondiale talmente surreale – a partire all’impatto ambientale che ha avuto, dal vergognoso sfruttamento dei lavoratori e dal fatto che è stato per la prima volta giocato, per motivi climatici, in pieno inverno, impattando pesantemente sui campionati nazionali dei partecipanti – da far passare in secondo piano i risultati sportivi, che hanno visto comunque vincere l’Argentina di Messi sulla Francia in finale.
Breve storia sociale dei Mondiali di calcio di Giuseppe Ranieri si chiude con qualche annotazione, in Postfazione, sui Mondiali 2026, attualmente in corso, organizzati da Messico, Canada e Stati Uniti a cui, per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata, palesando la grave crisi che attraversa il sistema calcistico nazionale, incapace di confrontarsi con i suoi problemi storici.
La sensazione è che il calcio e chi lo governa oggi vogliano assolutamente raccontarsi attraverso una narrazione di forza e potenza, perfettamente allineata a quella dell’anfitrione del Mondiale del 2026, Donald Trump: Make Football Great Again. Eppure, sotto questa ostentazione, quello che si intravede sempre più distintamente è una grande fragilità. Le ultime tre edizioni del torneo sono state segnate da crescenti iniziative di boicottaggio; quando, nel dicembre del 2024, Infantino ha ufficializzato il Mondiale del 2034 in Arabia Saudita, lo ha fatto in una cerimonia in cui tutti i membri della FIFA si erano dovuti collegare da remoto, nessuno aveva facoltà di intervenire, e il voto è stato effettuato per acclamazione, così da marginalizzare qualsiasi forma di dissenso (p. 294-295).
L’immagine di Infantino alla Casa Bianca che, nel lanciare il mondiale 2026, consegna, ossequioso, un farsesco “Premio FIFA per la pace” al presidente Trump, tra i massimi responsabili di un clima internazionale segnato dall’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran, dal genocidio del popolo palestinese e dal foraggiamento in armi del massacro ucraino-russo, è sufficiente a dare il senso della deriva a cui è stata condotta la Coppa del Mondo di calcio dalla dirigenza della FIFA. Mai come ora a contraddire la retorica della separatezza dello sport dal mondo che lo plasma sono gli stessi vertici internazionali del calcio, di uno sport ridotto, nei suoi “grandi eventi”, sempre più a farsesco e redditizio intrattenimento spettacolare orchestrato di potenti di turno.



