di Giovanni Iozzoli
Michele Franco, Carosello napoletano. Interventi sulla città, autoproduzione, Napoli, Aprile 2026, pp. 495, scaricabile gratuitamente qui.
Michele Franco è una di quelle figure che, attraversando nei decenni la scena politica di alcuni territori – nel nostro caso l’area metropolitana di Napoli -, esercitano un ruolo e una funzione non solo militante ma anche intellettuale, contribuendo alla lettura delle trasformazioni dei territori stessi. In un’epoca di apologia acritica del giovanilismo, c’è ancora un disperato bisogno di intelligenze che incarnino, anche biograficamente, la continuità della presenza e dell’analisi, soprattutto dentro le convulsioni di una metropoli come Napoli. Figure preziose in cui “rosso ed esperto” si fondono e l’inchiesta sociale diventa presupposto e risultante dei processi di organizzazione.
Questa ponderosa raccolta di scritti – che attraversa quasi un cinquantennio di militanza ed elaborazione – è stata pubblicata, in ere geopolitiche differenti, dentro bollettini, documenti, giornali, blog, riviste cartacee e digitali. Aver messo in fila cronologicamente e reso disponibile questa mole di documentazione, consente di uscire dalla logica polverosa degli “archivi di movimento” e considerare piuttosto questi materiali come una cartografia della metropoli, dei suoi conflitti, delle sue metamorfosi sociali e produttive. Uno strumento attuale di lavoro politico, dunque.
Michele, nella ricca introduzione, ricostruisce per somme linee il suo percorso politico e intellettuale: l’esplosione del ’77, l’approdo all’autonomia operaia (sponda Rosso-Veneto) e la straordinaria deflagrazione del post-terremoto, che produsse nella metropoli partenopea livelli di conflitto formidabili. Tale specialissima condizione, nella ricostruzione della storia sociale napoletana, rende inadeguato lo schema narrativo che racconta il decennio ’80 solo in termini di “riflusso”:
Occorre ricordare che nei primi anni ’80, nell’area napoletana, i fattori di cosiddetto riflusso culturale e politico – che cominciavano ad affermarsi in forme rovinose e destrutturanti nel resto del paese – furono attutiti e percepiti con meno nettezza da una condizione sociale di diffusa mobilitazione che ancora permaneva. Infatti, nell’area partenopea, vivemmo una sorta di dilatazione temporale del ciclo di lotte degli anni 70, la quale derivava dalle lotte post-terremoto che, fin dai primi giorni dopo il sisma, attraversarono, con forme di esemplificazione radicali, la metropoli almeno fino alla metà degli anni 80. (pag. 4)
Le giovani generazioni che si affacciavano alla politica nel decennio ’80 a Napoli, potevano contare su un quadro di mobilitazione sociale ancora vivo e attivo – il fronte casa/lavoro ma anche la deindustrializzazione che ridimensionava il peso sociale delle partecipazioni statali, in primis l’Italsider e l’Alfa e degradava territori e aspettative. Il fattore centrale di ogni lettura restava l’evento terremoto, che assunse la funzione di formidabile acceleratore della modernizzazione degli assetti in tutta la Campania; l’area metropolitana fu letteralmente ridisegnata, così come l’intero arco delle figure sociali e produttive. Chiaro che questo “frullatore” della storia richiedeva uno sforzo di analisi ed elaborazione continuo e sollecito. All’indomani del sisma, nei primi mesi dell’81, scrive l’autore su una pubblicazione dell’autonomia napoletana:
Certamente non tutti i piani di ristrutturazione e di riconversione nascono a ridosso del terremoto del 23 novembre, ma esiste un ventaglio di progetti che faranno registrare delle accelerazioni e delle forzature dalla situazione venutasi a creare dopo il sisma. Non è un caso che un esercito di progettisti, di enti di ricerca, di centri studi, di istituti universitari, si sono lanciati in un “orgia” di proposte e di consigli al potere ufficiale, una testimonianza quindi dell’interesse del capitale affinché la cosiddetta “ricostruzione” marci in una direzione che consenta che il ciclo di accumulazione capitalistica non si fermi ma che si aprano nuove forme di valorizzazione per il capitale. (pag. 12)
E ancora:
Il terremoto è l’occasione storica per il capitale di portare a compimento i suoi progetti nella metropoli partenopea, città “particolare” per il suo ruolo strategico rispetto alla politica d’intervento più generale del capitale nel meridione, sia per la qualità e quantità dei comportamenti conflittuali operai e proletari. (…) L’intervento statale si cimenta ai massimi livelli per recuperare un controllo sociale dimostratosi inadeguato e per un recupero del deficit statale. In questo senso è possibile affermare che ai caratteri tradizionali della spesa pubblica – ristrutturazione dell’intervento, tagli antiproletari – si aggiunge quello di essere il principale strumento per la riconversione territoriale. (pag. 41)
E proprio il dibattito di movimento della Napoli post 1980 – scrittura militante di un’epoca in cui l’analisi della fase è una cosa maledettamente seria – è forse quello che più attira lo sguardo del lettore contemporaneo. Alcuni elementi sembrano profetici, altri decisamente meno, ma le tendenze di fondo sono individuate adeguatamente, sia pur con gli ampi margini di approssimazione che la storia impone alle previsioni umane. Michele in quegli anni è uno dei giovani quadri di movimento che studia le onde del conflitto dall’osservatorio privilegiato dell’internità. Sia pur nel “canone” stilistico dei documenti politici dell’epoca, tutti i nodi vengono squadernati con lucidità: la catastrofe naturale assimilata alla guerra; la deindustrializzazione come riorientamento di grandi flussi di investimento pubblico/privato; la ininterrotta pressione sulla spesa pubblica che da arma proletaria diventerà nel corso del decennio sbilancio cronico e crisi fiscale.
E ancora la dialettica tra iniziativa di movimento e iniziativa armata, nel territorio in cui il Partito Guerriglia pone per tre anni una pesante ipoteca sulla dinamica sociale – e anche qui lo sforzo di assunzione di un punto di vista autonomo in grado di sottrarsi alla pretesa egemonia senzaniana, senza mai scivolare sul terreno della desolidarizzazione o della dissociazione. Una ricchezza di temi e suggestioni che definiscono una narrazione “in diretta” del conflitto e degli attori sociali in campo.
… al di là di come il “caso Cirillo” si risolverà, vogliamo affermare alcune cose da comunisti a comunisti, alle BR.
Bagnoli, Secondigliano, il centro storico, non sono campi di battaglia in cui la rivoluzione si può fare con la divisa del “nuovo partigiano”; queste zone e tante altre di Napoli e del sud, sono i lager diffusi e i laboratori sociali dove il comando del capitale, in tutta la sua violenza, esercita il suo controllo ed estorce il suo profitto. (…) La trasformazione dei processi proletari di autovalorizzazione in autodeterminazione si dà esclusivamente sul terreno del contropotere, in una accurata dialettica tra iniziativa di massa e azione politica destabilizzante. (pag. 48)
Al netto degli equilibrismi semantici e gergali dell’epoca – che riflettevano la necessità di collocarsi nello spazio stretto della critica marxista, non delle scomuniche – la posizione di movimento era chiara: l’azione brigatista rischiava di spostare il conflitto sociale sul piano della militarizzazione e, proprio dove sembrava porsi come vincente (vedi l’esito “vertenziale” del sequestro Cirillo) lasciava sul terreno macerie pesantissime che avrebbero ostacolato la lotta di classe nella sua fase di sviluppo ulteriore.
Particolarmente centrale in quegli anni, è il rovello epistemologico e politico sul “soggetto”, che in quel drammatico crinale rappresentava forse il nodo più problematico e dibattuto. Napoli fu, tra l’altro, il laboratorio in cui nacquero i Nap, cioè l’espressione più matura di un protagonismo diverso del sottoproletariato, che assumeva valenza rivoluzionaria superando lo stigma storico del movimento operaio ufficiale contro i lumpen. Michele, dirigente per lunghi anni del movimento dei disoccupati organizzati, misurerà sul campo difficoltà e potenzialità delle nuove letture della composizione di classe.
In quegli anni – a Napoli e nel Sud – come compagni autonomi, non ci accontentavamo esclusivamente delle suggestioni e delle oggettive novità analitiche a proposito di fabbrica diffusa o del poliedrico dibattito circa i nuovi soggetti sociali, che costituivano i classici capisaldi teorici del filone politico dell’Autonomia dopo la crisi dello stato piano. Nei territori meridionali cominciavamo a leggere il testo di Alessandro Serafini/Luciano Ferrari Bravo “Stato e sottosviluppo”, il libro di James O’Connor su La crisi fiscale dello Stato ed avevamo conosciuto la vera e propria epopea del Vogliamo tutto di Nanni Balestrini in cui è narrata la vicenda dell’immigrato meridionale incarnato dal buon Alfonso Natella di Salerno, che diventa l’avanguardia di lotta nella cattedrale dell’operaio massa, la Fiat Mirafiori di Torino. (pag. 2)
Michele Franco, come decine di altri quadri politici e sociali, pagherà il suo prezzo alla pratica della “pesca a strascico” che i magistrati mettono in atto in quegli anni per isolare le formazioni combattenti. Colpire le avanguardie sociali e la militanza diffusa, significava mettere in ginocchio i fattori di organizzazione e di direzione politica dei movimenti.
Attraverso le oltre 500 pagine di interventi e riflessioni, si snoda il rosario doloroso delle eterne crisi napoletane che però – anche quando esalano il tanfo della putrescenza – manifestano sempre guizzi di vitalità e rilancio in avanti delle contraddizioni.
Leggiamo qualche titolo: “Dalle mobilitazioni contro l’uso antisociale dell’emergenza rifiuti alle campagne antiautoritarie”; “Mobilitazione popolare e protagonismo delle periferie”; “I primi 100 giorni di Luigi Bonaparte De Magistris”; “Rita De Crescenzo o della ragionevole ideologia”. Munnezza, bassolinismo, produzione di soggettività e discorso pubblico, periferie in fiamme, degrado e riscatto: gli ultimi 25 anni, soprattutto napoletani (ma non solo) squadernati davanti al lettore alla ricerca di un filo rosso che tenga il caleidoscopio partenopeo dentro una dimensione coerente. L’intellettuale – collettivo o individuale – resta quasi abbacinato dalle infinite vie di fuga che frammentano all’infinito i fenomeni sociali a Sud. Si parte dal terremoto – crepuscolo e spartiacque di un’epoca – e si arriva ad un presente inafferrabile, che non si riesce a collocare come “inizio” o come “fine” di qualcosa.
Dal 23 novembre 1980 la città non ha più smesso di mutare pelle e il nuovo impattante terremoto è stata la sua progressiva collocazione dentro i grandi flussi turistici mediterranei. La turistificazione dell’economia napoletana sta ricreando i medesimi effetti della catastrofe naturale: migliaia di persone vengono espulse dal centro storico, masse di f-l si spostano da un serbatoio all’altro del precariato metropolitano, una quantità enorme di attività economiche deperiscono e altre nascono, mentre nuovi ceti e centri di potere si spartiscono finanziamenti privati e fondi pubblici. L’ultimo ventennio, insomma, è quello in cui il degrado antropologico e il boom turistico intrecciano le rispettive linee di crescita. L’autore conclude, nella post-fazione, con una nota ascrivibile all’ottimismo della volontà:
l’auspicio – dunque – è che riprenda un affatto collettivo orientato ad una pratica di inchiesta permanente – una grande con/ricerca corale – per aggiornare ed adeguare costantemente la lettura e l’interpretazione del complicato sommovimento strutturale, culturale e sociale su cui si fondano le forme di vita e di riproduzione della metropoli partenopea. (pag. 495).
Studiare e organizzarsi, insomma, come sempre la storia del movimento operaio ha imposto ai suoi figli migliori.



