A cura di Mauro Baldrati

Wudz edizioni, Arezzo 2026, pagg. 251 € 18

E’ un interessante, coloratissimo libro storico, aperto da una cupa copertina tribale. Non è un romanzo né un vero testo di critica, ma un viaggio al termine della notte dei Rave, i giganteschi raduni di giovani che, proprio come al Woodstock dei loro bisnonni, volevano vivere in libertà, di sballarsi se ne avevano voglia, al ritmo martellante e ipnotico della tribal tekno belga più dura. Per la verità Rave è un testo soprattutto italiano, all’estero ha la valenza di evento pagante, mentre quelli liberi, gratuiti e alternativi sono i Free party.
Pacoda ha iniziato questo viaggio con un progetto: inventariare e classificare gli appuntamenti più famosi del “desiderio nomade”, i gruppi e i luoghi. Erano gli anni Zero, la controcultura tekno era agli albori. Studioso degli stili e delle musiche giovanili, ha scritto questo libro in tempo reale, solcando le rotte dei Sound System attraverso l’Europa, Londra, Oslo, le spiagge fosforescenti di Ibiza, quando i Sotterranei vivevano in tribù e il turismo seguito dal businness delle discoteche erano ancora in sonno; e poi avanti al di là dell’Oceano, New York, la Russia, Cipro, Brasile, Thailandia, Goa, Bali. Il ricercatore procede con spirito di gioioso esploratore, traccia la mappa della Club culture, e, come scrive Vanni Santoni nella prefazione, “il libro che tenete tra le mani è ancora attuale, pur essendo allo stesso tempo un prezioso documento storico”.
Proprio la prefazione di Vanni Santoni, esperto e frequentatore di Club culture ci sembra la migliore presentazione del libro. Di seguito la pubblichiamo, seguita dal primo capitolo.

PREFAZIONE DI VANNI SANTONI

 
Non molto tempo fa, dovendo andare a Glasgow, mi è venuto spontaneo allungare il viaggio includendo un fine settimana a Londra, dove il mio volo doveva comunque fare scalo. Una spontaneità frutto di automatismi di un quarto di secolo prima, quando si poteva andare a Londra senza programmare nulla ed essere certi di trovare da far festa. E non festicciole: feste serie, di quelle che finivano due giorni più tardi, all’ora di pranzo, e solo per lasciar posto agli after… Come descrivere la desolazione provata tornando a Brixton e a Shoreditch solo per non trovarci niente di ciò che avevo conosciuto? Non so se faceva più tristezza la Brixton «normalizzata», senza più l’ombra di uno squat né alcun sound system reggae in giro, o Shoreditch trasformata in una zona di locali ultracommerciali che sparavano musicaccia pop e r’n’b per i più normie degli stranieri in vacanza-studio… Inutile dire che al mercatino di Camden Town nessuno vendeva più i funghi psichedelici: non si trovavano neanche i flyer delle serate psytrance, e se non c’erano quelle, quanto futile poteva essere cercare di spingersi ancora più underground e cercare un free party tekno? L’impressione era che sarebbe stato difficile anche trovare un club decente: qualcuno, interpellato per strada, mi disse che se cercavo movimento avrei fatto meglio ad andare a Bristol, e peccato non aver avuto tempo per inseguire quella rotta…

Insomma, la Londra che avevo avuto la fortuna di vivere nei primissimi anni zero, e da cui prende le mosse Sulle rotte del rave di Pierfrancesco Pacoda, uscito negli stessi anni e oggi riproposto da Wudz, non esisteva più: ma il libro che tenete tra le mani è ancora attuale, pur essendo allo stesso tempo un prezioso documento storico. Veniamo a spiegare perché, e cominciamo da un dato: nel 2002, anno in cui questo saggio fu dato alle stampe per la prima volta, la cosiddetta cultura rave splendeva in uno dei suoi momenti di massimo fulgore, ma non era già più una «cosa nuova», soprattutto nel Regno Unito. Se ci mettiamo a cercare le sue radici, è facile finire negli anni Ottanta, ma pure nei Settanta o nei Sessanta – e stiamo per farlo – ma prima accogliamo un dato che ormai, anche per comodità, si è fatto convenzione. La cultura free tekno, schiuma sublime della ben più vasta e multiforme cultura rave, viene in genere fatta cominciare nel 1992, quando da Londra e da altre città inglesi alcune crew, su tutti la celeberrima Spiral Tribe (ma si ricorderanno anche Bedlam, DiY, Circus Warp e Circus Normal), approdarono coi loro soundsystem e la loro tekno grezza, sporca, radicale e velocissima, al Castlemorton Common Festival, un festival freak sopravvissuto ai decenni, coi suoi funghetti, il suo LSD e – fin lì – la sua musica analogica… Cosa sarebbe successo, quando quelle stagionate ma ancora potenti energie si sarebbero fuse con le nuove forze crusty delle metropoli, con le loro attitudini punk, la loro MDMA e il loro suono nuovissimo? Facile intuirlo: il delirio. Due settimane di festa ininterrotta, la gente che continuava ad arrivare da ogni angolo delle isole britanniche (e non solo), e alla fine l’intervento delle autorità, il più grande e costoso processo della storia giuridica inglese, l’assoluzione degli Spiral Tribe, la loro fuga in Europa per innervare il continente con la «cosa nuova» che avevano inventato (o scoperto), l’approvazione due anni dopo del Public Order and Justice act, prima «legge anti-rave» al mondo… E nonostante tutto questo, e la diffusione della free tekno in ogni angolo d’Europa, la Londra del 2002 era ancora un epicentro di festoni a base di musica 4/4 e radicalità in tutto e per tutto controculturale – il che, a pensarci, non è mica troppo normale.

Le controculture giovanili, in genere, durano qualche anno, nel migliore dei casi un lustro… E se i rave erano in splendida forma nel 2002, impossibile non notare che lo sono ancora adesso, sebbene non a Londra. Quando mai si è vista una controcultura che sopravvive per più di trent’anni? Forse quella dei rave non era una controcultura come le altre, e lo dimostra il fatto che è ancora tra noi: lungi dall’esser sussunta dal sistema (che pur ci prova, e a volte per un po’ ci riesce anche), indigna ancora i benpensanti, fa ancora discutere gli intellettuali, fa ancora ballare giovani e meno giovani, e produce ancora leggi volte a soffocarla, come il famigerato 633-bis, la piccola aberrazione giuridica approvata nel nostro paese nel 2022, va da sé senza alcun effetto a parte intasare il sistema giudiziario, perché come non si ferma il famoso vento con le mani, mai nella loro storia i rave si sono fatti fermare da leggi proibizioniste.

Come hanno fatto i rave a resistere fino a oggi, senza perdere la propria carica sovversiva? Forse il segreto sta proprio in quello che si può desumere leggendo Sulle rotte del rave: nel loro essere una controcultura fin dall’inizio sincretica, dove si incontrarono, con effetti ininterrottamente fissili, la psichedelia e il nomadismo degli hippie con il no future e il do it yourself del punk, la musica techno dei club e l’idea tutta giamaicana del soundsystem portatile come strumento di riappropriazione dello spazio, approcci radicalissimi ed altri più ordinari, svago e contestazione, divertimento e impegno, rivendicazione e burla. Una miscela non solo esplosiva ma dotata di un DNA così mutante da adattarsi a ogni cambiamento d’epoca, da sfuggire a ogni atto repressivo in questo o quel paese, da arricchirsi a ogni aggiornamento degli strumenti di produzione musicale, da adattarsi a ogni cambiamento di mentalità e stile delle masse giovanili, da generare innumerevoli filoni – dai free party propriamente detti alle street parade di protesta, dai festival psytrance ai warehouse parties a una rinnovata club culture underground –, diventando nei decenni una prassi dell’aggregazione giovanile in tutto il mondo, senza mai perdere la propria forza: se è sparita in una città, significa solo che è ricomparsa in un’altra; se è repressa in un paese, eccola che rifiorisce in un altro; se si commercializza di qua, eccola che torna underground di là… E sempre con un messaggio sotteso: se vuoi capirla davvero, hai una sola possibilità, che è trovare le sue rotte attuali (e qua conoscere la sua storia può essere d’aiuto), inseguirle, trovarle e metterti a ballare. Altrimenti, come si legge sulla maglietta di una ragazza eternizzata in questo libro… You will never understand).

UN PROTAGONISTA DEI FREE PARTY – CHRIS LIBERATOR

Qualcuno è persino riuscito a trasformare l’essenza dei free festival in un fenomeno discografico.

Chris Liberator è un idolo della scena hippy trance londinese. Non è giovanissimo e non ha iniziato manipolando vinili e mixando ritmi perfetti. Arriva, invece, dalla stagione violentissima e molto creativa del punk anarchico britannico, quello post Sex Pistols di band come Conflict, Crass e Poison Girls. Erano gli anni della pratica selvaggia dello squat, quando l’Inghilterra era divenuta, grazie a una legislazione permissiva, il paradiso degli occupanti. La casa, finalmente, era un diritto che punk e hippies si erano conquistati dopo anni di iniziative e di lotte. La zona di Portobello Road, in particolare, era divenuta una sorta di territorio «liberato», dove la socializzazione delle esperienze quotidiane era fortissima. E la colonna sonora era una miscela di punk, psichedelica e ovviamente moltissimo reggae.

E infine la dance. «Alle feste nelle case occupate» ricorda oggi Chris Liberator «arrivavano sino a mille persone. Una miscela sociale inarrivabile. Squatter, viaggiatori freak, punk, anarchici, militanti di organizzazioni politiche della sinistra radicale. Non esisteva, sulla faccia della terra, un club capace di rappresentare e tenere unite queste diversità».

Così è nata la scena dei Free party. Una logica continuazione dell’esperienza delle occupazioni delle case. Chris Liberator è tra i primi a pensare a una musica appropriata, una sorta di versione elettronica delle sue radici punk anarchiche. «Il punk» dice adesso «ha davvero cambiato la mia vita, ha accresciuto la mia personalità, mi ha aiutato a evitare, per quanto possibile, le scelte facili e di consumo». Per entrare agevolmente al centro della scena, le feste da non perdere sono ancora a Brixton, tra gli immigrati giamaicani.

Il Club 4141, il sabato, diventa Nuclear Free Zone, una zona liberata dall’incombente disastro nucleare. Qui si ritrova la comunità trance, la stessa che si inerpica sulle montagne del Galles. Tutto, però, è molto più urbano. Una specie di etica «no logo» fatta di luci fluorescenti e messaggi psichedelici. «È un piccolo microcosmo» spiega Chris «dove puoi sentirti finalmente libero di vivere la musica e la compagnia dei tuoi amici sino in fondo». Qualcosa di molto simile all’esperienza italiana dei centri sociali, dei grandi spazi come il Link di Bologna, dove la dance music è ancora sinonimo di socializzazione.

La differenza è che l’Inghilterra riesce a far convivere, ormai da anni, queste esperienze sotterranee con le pagine patinate delle riviste alla moda e con un’attività di produzione discografica ben organizzata. E poi, oltremanica, esiste un circuito dove le case occupate si confondono con i club, i magazzini in disuso convivono con le normali piste da ballo. Havoc a Manchester, Fusion a Dublino, gli spazi di una ex fabbrica di birra a Brick Lane, i bellissimi depositi ferroviari, autentici reperti di archeologia industriale, dietro la stazione di Charing Cross. Ma soprattutto gli accampamenti improvvisati dei Mutoid, le macchine dell’immaginario costruite dai Mutoid Waste Company.

In questo territorio dai labili confini, dove etica hippy, intransigenza punk e tecnologia convivono, è possibile incontrare un personaggio autentico come Chris Liberator, che racconta con entusiasmo il suo incontro con l’LSD («è allora che tutte le idee che circolavano nella mia testa si sono incastrate nella maniera giusta») e disquisisce con passione delle sue letture preferite, che affronta dopo una notte estenuante consumata tra club e free festival. «Il mio libro preferito in assoluto è Anna Karenina di Lev Tolstoj. È un testo che sembra essere stato concepito in questi giorni, è di un’attualità straordinaria. Esplorare la condizione umana. Perché, a un certo punto, le risorse della tecnologia finiscono e arriva il momento di andare oltre».

E poi i rapporti tra il capitalismo e l’industria dell’intrattenimento, il lavoro collettivo con l’etichetta Truelove.

Ma Chris Liberator, come ogni dj, va ascoltato. Quando è dietro i suoi piatti e il mixer, i ricordi acidi, il tribalismo dei tam-tam che arrivano dalla foresta più inaccessibile, ma soprattutto il pulsare inarrestabile delle macchine si trasformano in un «muro di suono», una musica ad altissimo impatto emotivo che si muove inafferrabile, anarchica e fluttuante.