di Franco Pezzini

Juan Lopez Moctezuma (1932-1995) è stato un regista messicano, attore e direttore di teatro. Le sue provocazioni su grande schermo rappresentano ormai opere di culto, tanto più per il suo approccio surrealistico che non permette di ridurle alla mera expoitation: non a caso appoggiò Alejandro Jodorowsky aiutandolo a produrre i primi film, e il suo stile visionario poté influire sull’opera del collega.
Moctezuma non diresse molti film, ma soprattutto alcuni sono oggetto di venerazione cinefila, in particolare tre di passo fantastico: La mansión de la locura (La magione della follia), 1973, lettura febbricitante e surreale, bellissima del racconto di Poe “The System of Doctor Tarr and Professor Fether”; Mary, Mary, Bloody Mary con Cristina Ferrare e John Carradine, 1975, storia tesa, non convenzionale, di crimini e vampirismo; e soprattutto il misteriosissimo Alucarda, la hija de las tinieblas (Alucarda), 1977, potente, fastoso e onirico, che è uso richiudere nel cortiletto asfittico della “nunspoitation” (i film a effetti forti riguardanti suore) ma è molto di più e di meglio, anche se resta un po’ criptico – si dice – perché manca il sequel che avrebbe dovuto spiegare tutto, e che Moctezuma ha scritto ma non girato. In Alucarda precipitano i Caprichos di Goya e gli esorcismi de I diavoli di Ken Russell e di William Friedkin, le storie vampiresche di Stoker e Le Fanu (Carmilla è citata tra le fonti) e un più ampio clima che nutre il folk horror dell’epoca tra inquisitori e suppliziate.
Visto però che di Alucarda si parla poco e spesso in termini insoddisfacenti, senza esaminarlo in modo puntuale, merita tentare una ricognizione: anche per i motivi di novità che si diranno in prosieguo.
Nel preambolo del film – databile 1850, anche se lo scopriremo solo più tardi – Lucy Westenra (l’attrice messicana Tina Romero) dà alla luce una figlia, Alucarda. Sembra che il parto sia avvenuto in una fossa, nell’ingresso tra statue e tendaggi di un palazzo abbandonato e fatiscente nel bosco. Comunque consegna la piccola a una donna gitana che sembra averla aiutata nel parto, perché la affidi al vicino convento di suore cattoliche: teme per la bambina, e mentre la donna si allontana, rumori sinistri come battiti d’ali notturne, versi inquietanti e rantoli le si scatenano intorno a terrorizzarla. Lucy, sembrerà di capire, muore per le complicazioni del parto. Questa scena già ci dice qualcosa: Lucy Westenra nel romanzo di Stoker è la vittima di Dracula, ipoteticamente sua sposa, e il battere d’ali può far pensare a un enorme pipistrello. Ma per tutto il film non ne vedremo.
Quindici anni dopo un’adolescente dal nome sadiano, Justine (Susana Kamini), rimasta priva dei genitori, viene accolta al convento da Suor Angélica (Tina French) e dalla Superiora (Birgitta Segerskog), e fa amicizia con la coetanea Alucarda (sempre Tina Romero), cioè la bambina lì affidata tanto tempo prima: la somiglianza di forme tra gli insetti – uno tra i mille segreti che Alucarda ha scoperto nel bosco – è stimolo per le due ragazze (interpretate in realtà da attrici molto maggiori, Romero ha ventotto anni) a vedersi simili come sorelle e vicine anche fisicamente nei giochi sull’erba, dove si rotolano ridendo. E proprio nel bosco si imbattono nel corteo funebre di una consorella, Cynthia, che si è uccisa e dunque verrà sepolta in terra sconsacrata. Justine prova angoscia per i funerali e Alucarda commenta che tutti dobbiamo morire ma può esserci felicità oltre la morte. Il testo richiama le parole di Carmilla nella novella di Le Fanu; e mentre le due sono nuovamente nel bosco, anche qui come in Le Fanu appare un gobbo (Claudio Brook) che parlando una lingua meticcia – di base francese, quindi straniera – si offre di vendere loro un amuleto contro i demoni che si aggirano in quei boschi, o altra mercanzia. D’accordo con Alucarda, Justine accetta di seguirlo al campo Rom, invano richiamate da Suor Angélica. Un’altra nomade invita Justine a non credere all’uomo, le esamina la mano per leggerla e resta colpita dal vedervi ombre, per cui invita il gobbo a venderle un amuleto. Quello professa di praticare anche l’arte dell’alchimia, può trasformare la polvere in pietre preziose e “anime in sogni neppure immaginati” – forse è quello che succederà. Ma quando l’uomo commenta i misteriosi occhi di Alucarda e le strane creature che – vi scorge – l’attendono, e lui potrebbe liberarla da un simile sogno, la ragazza turbata corre via, inseguita da Justine.
Arrivano così al palazzo fatiscente del preambolo, con la facciata panneggiata di tende lacere come una struttura teatrale. Ad Alucarda sembra familiare, Justine è spaventata ma l’amica corre dentro. “Sento le voci del passato. Mi sembra di essere già stata qui. Ricordo ogni pietra e ogni ramo. È come se avessi perso questo mondo tanto tempo fa. Si può vivere in eterno, invece di ridursi a un mucchietto di polvere”. E richiama poi uno dei famosi passi di Carmilla sul morire insieme per essere uniti, dichiarando di amare Justine di un amore geloso ed egoista, ricordando come in sogno di essere stata quasi uccisa e proponendo all’amica un patto di sangue: nel caso dovessero lasciare la vita lo farebbero assieme. Con il pugnale del gobbo Alucarda tenta anche di ferire la mano dell’amica per unirne il sangue al proprio, ma Justine ha paura. Poi Alucarda nota l’iscrizione su una tomba, Lucy Westenra morta nel 1850, quindici anni prima: la loro stessa età. Ma allo scoperchiare il sepolcro, come dai resti ischeletriti qualcosa – voci, versi sinistri – erompe a ossessionare Alucarda o possederla, facendola correre fuori.
Al convento, in una chiesa dove le immagini del Crocifisso e le statue sembrano ossessivamente affastellate sulla parete a rendere anche visivamente un clima di oppressione, il corrucciato Padre Lázaro (David Silva) sta appunto parlando di possessione demoniaca ed esortando a una vita devota e virtuosa per non finire dannati. Gli ascoltatori ricevono il suo messaggio angosciati, soprattutto le bambine lì istruite e le monache: al punto che Justine perde i sensi, e la lasciano riposare nella stanza in compagnia della disponibile Alucarda. Sdegnata per come hanno ridotto l’amica: ma lei sente voci del passato, dalla foresta, che le parlano… “Solo io e te” e promette di farla pagare ai religiosi per ciò che a loro hanno portato via. Poi prende e a scandire una serie di nomi di demoni e a girare su se stessa come posseduta urlando, piangendo e ridendo – mentre Justine in lacrime la supplica di smettere… Poi Alucarda, con aria sofferente, le strappa dal collo la catenina con la croce e spinge a terra l’amica che cercava di trattenerla: annuncia che faranno un patto col sangue e appare dal buio il gobbo – a questo punto plausibilmente identificabile col diavolo – che approva ghignando e scatena teatralmente un temporale: Alucarda riprende a invocare i demoni… Intanto nella sua cella l’umana e sensibile Suor Angélica geme prostrata chiedendo aiuto al Cielo anche per Justine, che in visione avverte unirsi ad Alucarda di fronte a un caprone: poi sudando sangue prende a levitare. Merita notare come nel film appaiano vestite le monache, corpi bendati quasi da mummie fino al capo come per malattia o deposizione funebre a mo’ di sudari, bianchi ma screziati di rosso a far pensare al mestruo.
La chiamata dei demoni non si è consumata invano. Quando, durante la lezione sul magistero di santa Teresa, le due ragazze non solo non hanno ascoltato ma, riprese dalla suora istruttrice, prendono a esaltare le virtù concesse dal diavolo e a professargli in coro dedizione blasfema, l’orrore dilaga. Le altre ragazze vengono allontanate dalla sala, la suora sconvolta non riesce a domare le due ribelli che hanno iniziato a correre in smanie attorno a lei: quando si placano un po’ cerca di farle pentire, la superiora fa chiamare il medico e decide che si preparino alla confessione.
Il dottor Oszek (sempre Claudio Brook che interpretava l’ambulante) trova Justine in condizioni declinanti, polso debole e cuore fiacco. Ma quando una monaca la esorta a pregare per la propria anima, lo sguardo della ragazza cade sulla croce che lei porta al collo scatenandole una crisi di panico fino a perdere i sensi. Oszek pratica alla poverina un salasso con sanguisughe, occorre vedere il decorso del male. Intanto la confessione di Alucarda con padre Lázaro finisce malissimo: gli rivela di amare Justine e la vita, lo accusa di ipocrisia, di adorare la morte e desiderare il suo corpo – poi lo aggredisce…
A quel punto Padre Lázaro e le monache si sottopongono a una flagellazione purificatoria di gruppo (pare che vengano usate autentiche litanie penitenziali antiche): “Credete davvero che, poiché apparteniamo alla Chiesa, siamo al riparo dall’influenza del diavolo? Ricordo quando visitai gli archivi del Vaticano”: e il prete inizia a rammentare casi di possessioni di massa in conventi del passato. Quello delle due ragazze, deduce, è un caso di possessione: “Forse non sono possedute dal diavolo in persona, ma quantomeno da uno dei suoi malvagi messaggeri” (ricordiamo questa considerazione). Comunque il dialogo tra religiosi discinti e segnati dal sangue delle frustate assume toni concitati – dove Suor Angélica è il volto dell’umanità, altre monache del fanatismo o della paura. Padre Lázaro decide un esorcismo.
Suor Angélica vorrebbe portar via Justine, che le viene allontanata per essere legata su una croce e spogliata alla ricerca della marca diaboli. Anche Alucarda è similmente legata, e grida al prete che morirà presto, venendo stordita da un manrovescio: ma intanto altre suore iniziano a mostrare segni di possessione. Padre Lázaro inizia l’esorcismo su Justine, sulla cui carne si accaniscono sanguinosamente con pungoli… Si noti che nella sceneggiatura originale l’esorcismo non c’era: viene aggiunto su sollecitazione delle due protagoniste come elemento drammatico dinamizzante, funzionale a squarciare il velo della situazione. Di fatto la scena viene girata in un’autentica cappella seicentesca abbandonata del Messico, con ossa delle vittime della peste: e si racconterà di strani incidenti alle luci ed echi di voci spettrali di donne in preghiera… Al termine la cappella verrà chiusa e mai più utilizzata. Dove a prescindere da qualunque spiegazione di tipo sovrannaturalistico, è abbastanza evidente che il clima concitato da psicodramma presto dilaghi nella squadra. Lo scandalo dell’uscita di questo film nel Messico cattolicissimo e patriarcale impennerà fino al governo…
Però con Suor Angélica arriva il dottore, interrompendo sdegnato quella pratica sadica e orribile. Hanno ucciso Justine – il cui cuore evidentemente ha ceduto – ma l’uomo di scienza porta via in salvo almeno Alucarda. Invano Suor Angélica rimprovera la superiora.
È a questo punto che iniziano ad accadere fenomeni imprevisti. Una monaca che vegliava il corpo di Justine perde i sensi e viene trasportata via. Ma a un tratto una mano di Justine si muove…
Il dottore porta a casa propria Alucarda, che si risveglia terrorizzata, urlando. viene tranquillizzata dal dottore e dalla figlia cieca Daniela (Lily Garza): in teoria le due ragazze avrebbero dovuto conoscersi al convento, dove Daniela era stata un periodo, comunque simpatizzano. Ma la stessa notte il dottore viene richiamato in fretta al convent: il corpo di Justine è sparito, il sudario abbandonato, e manca anche suor Veronica che la vegliava. La Superiora è preoccupata per lo scandalo…
Vengono richiamati dalle grida di una monaca. Al piano superiore, Suor Germana giace a terra incomprensibilmente bruciata viva, come dalle fiamme dell’inferno. Oszek ordina di portare le spoglie nella cappella, dove Padre Lázaro vuole esaminarlo da solo. Intanto un’altra monaca sviene ed echeggia un urlo: il corpo bruciato era tornato in vita e gemeva, e il prete lo sta colpendo con una spada – fino a decapitarlo – per riportarlo alla morte. Padre Lázaro sfida Oszek a spiegare tutto ciò in termini scientifici: quel cadavere era posseduto. E a portare il contagio è stata Justine, il cui corpo devono trovare prima che contamini altri. Ma visto che a monte della catena di stranezze era Alucarda, il dottore corre a casa preoccupato per la figlia: senza trovarle, perché le due ragazze si sono allontanate insieme…
E qui merita riflettere sul senso degli eventi. In teoria, chi ha ragione è il fanatico Padre Lázaro, mentre il simpatico medico deve riconoscere che le proprie categorie illuministe non bastano a capire. Ma l’aver ragione, come vedremo, non è sufficiente…
Suor Angélica si offre di indicare al dottore alcuni dei luoghi che Alucarda frequentava con Justine: gli chiede solo che non faccia del male alla ragazza. Si recano così in gruppo alla villa e lì Suor Angélica riveste della propria croce una consorella che l’ha persa – ma così ne resta priva lei – prima di guidare all’interno il dottore e un religioso, Fratel Felipe (Martin LaSalle). Viene mandato a chiamare il prete. Ma mentre Oszek e Felipe esplorano il palazzo, Suor Angélica nota che nella fossa al centro dell’ingresso, dove aveva giaciuto Lucy Westenra al momento del parto, è deposta una bara. Opportunamente, il palazzo con la culla-tomba si contrappone così al convento: il primo si direbbe il luogo delle cause profonde – Justine va a giacere lì, in una sorta di incubazione a una sua nuova vita vampiresca, posseduta, che in quel luogo trova radice – e il secondo quello delle conseguenze.
Imprudentemente la suora scende e apre la cassa, trovandovi con orrore Justine nuda e immersa nel sangue – che però si alza, con la bocca insanguinata e la aggredisce a unghiate. La monaca reagisce pregando e Justine a un tratto si ferma, come iniziando a comprendere; Angélica le sorride – ma arriva il dottore, e irrora la vampira con un getto di acqua santa. Le carni fumano, geme, il dottore – nonostante i tentativi di Suor Angélica di fermarlo – versa ancora, ma a quel punto Justine si è lanciata ad azzannare ferocemente la religiosa. Questa morente riesce ancora a mormorare che Alucarda è al convento, mentre Justine si decompone in scheletro. Felipe e un confratello portano via il cadavere della religiosa.
Al convento Alucarda fa la sua apparizione con Daniela seminando il panico: al suo ordine, “Bruciate!”, seguito dalla serie di nomi di demoni, la monaca istruttrice e via via le altre e i confratelli bruciano vivi, cercando scampo invano. Il dottore giunge con i membri della spedizione proprio in quel momento: Alucarda fa crollare il lampadario e poi le stesse mura dell’edificio sacro, invano supplicata da Daniela – ma questa sta finendo travolta e Alucarda prova finalmente dolore. Per restare al clima febbricitante delle riprese, si consideri che la scena non è prodotta con effetti speciali: l’interprete è realmente tra le fiamme, che a certo punto le aggrediscono l’abito e devono essere spente.
Il medico si lancia a salvare la figlia, Alucarda continua a consumare la propria vendetta su suore e religiosi, ma davanti al corpo di Suor Angélica sollevata come in croce resta sconvolta e in crisi di pianto: pare che l’attrice reciti a questo punto una preghiera in latino che – si dirà – avrebbe sognato la notte prima.
Infine, davanti alla grande croce che arde, sopraffatta da rabbia e dolore si affloscia a terra e scompare annichilita mentre il prete si segna sconvolto. Lo sforzo per l’intensissima scena sarà tale che la giovane attrice collasserà subito dopo, e sarà necessario somministrarle l’ossigeno.
Sul film si racconteranno – come detto – fatti strani, in fondo spiegabili in un contesto sovraeccitato che lascia libero sfogo alle fantasie: come a proposito del tecnico che rifiuta di tornare al lavoro il giorno dopo, dopo aver visto stagliarsi qualcosa dietro le ragazze che non faceva parte dello spettacolo. O del makup supervisor che confesserebbe in privato di aver sentito le due protagoniste parlarsi a un certo punto in latino, che non conoscevano (un accorgimento tecnico di recitazione?). In alcune scene, oltretutto, gli attori erano liberi d’improvvisare, come in una trance documentata. Il risultato è una sorta di messa nera psicotica.
Del resto, a quanto pare, il regista modifica via via la storia durante le riprese a botte di sogni e ispirazioni, e in seguito non offrirà mai interpretazioni su un qualche peculiare significato del film, solo racconti sulle sue fonti (surrealismo e Jodorowsky compresi) e i suoi amori cinematografici. A rendere il tutto ancora più sfuggente, il negativo originale va perso in un incendio nel 1984: del film restano copie vhs, grazie alle quali lo vediamo oggi.
È chiaro comunque, a proposito di quanto detto su chi abbia ragione, che il film insceni in termini non originalissimi – anche se di straordinaria resa artistica – una storia di ribellione iconoclasta a una religione istituzionale tirannica e castrante (in realtà più al clericalismo che alla religione in sé, considerando la figura positiva di Suor Angélica): a differenza del medico scientista, l’istituzione comprende le ragioni dell’immaginario ma per dominare meglio, e a quel punto la ribellione deflagra cieca, divorando gli stessi ribelli in un contesto onirico, surreale e apocalittico.
Restano alcune domande. A detta di Moctezuma, Alucarda è ispirato al capolavoro di Stoker, nel senso che svilupperebbe quei motivi presenti nel Dracula che però le varie trasposizioni hanno trascurato: però non è troppo chiaro a cosa il regista si riferisca. Alucarda è una figlia di Dracula? Forse, ma evidentemente non nel senso più banale – e il richiamo capovolto nel nome-titolo indurrebbe in trappola interpreti superficiali. Si può ipotizzare che il riferimento di padre Lázaro alla possessione delle ragazze da parte di “uno dei […] malvagi messaggeri” del diavolo si riferisca a un Dracula spirito demoniaco, che infetta non attraverso il classico morso ma per altre vie più sottili (il sesso?). La lettura del vampirismo come possessione di cadaveri da parte di spiriti maligni ha del resto trovato sostenitori già in passato, sulla base di passi da testi agiografici anche piuttosto antichi. Ingravidata in qualche modo da Dracula, Lucy Westenra ne avrebbe dato alla luce la figlia: ed è questa a scatenare l’epidemia di morti reviviscenti.
Alcune spiegazioni probabilmente sarebbero venute dalla prevista conclusione chiarificatrice in un secondo film, Alucarda regresa de la tumba (Alucarda Rises from the Tomb), di cui Moctezuma redige la sceneggiatura e che vede la protagonista tornare a vendicarsi degli ultimi nemici rimastile: il film non trova sviluppo, ma dal testo è stata varata di recente (2025) una versione a fumetti curata da Mauricio Matamoros Durán con pregevoli tavole di Jesús Antonio Hernández per la rivista Belcebú e Films 75.
Moctezuma, impoverito e alla deriva dell’Alzheimer, muore nel 1995.