di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Le seduzioni della dea dei gatti (1927)

Stiamo arrivando ormai all’ultima parte de L’angelo della finesta d’occidente, con il confronto tra il narrante – in cui rivive il mago elisabettiano John Dee – e la sua avversaria Assja Chotokalungin, ipostasi del Femminile nero, che vuole porre le mani su un certo pugnale. Al di là del vivido affresco che rende il romanzo godibile e interessante, emerge in modo emblematico il tema del Femminile minaccioso simbolista, poi soggetto a infinite banalizzazioni sessiste nella narrativa del primo Novecento (cfr. Klaus Theweleit, Fantasie Virili – Donne Flussi Corpi Storia – La paura dell’eros nell’immaginario fascista, il Saggiatore, 1997). Se il narrante qui è lontanissimo dagli eroi fascisti minacciati nella loro virilità da femmine predaci, è inebitabile cogliere qualche somiglianza nel tipo di minaccia evocata. Coi tempi che corrono non sembrano riflessioni inutili.
Turbato dalle vaghe premonizioni profetiche evocate da Johanna/Jane, tanto remissiva nella prima identità quanto determinata nella seconda, il narrante non capisce bene a cosa esse mirino, e la natura della cura materna che la giovane gli dedica – pur ammettendo l’amore per lei. Che a un certo punto, un po’ incomprensibilmente, lo spedisce dalla principessa, rintuzzando le sue resistenze.
Il Nostro ne raggiunge dunque la villa isolata. Viene accolto da un cadaverico servitore circasso coi tratti mongolici, e introdotto da due strani inservienti curdi dall’aria di lemuri – ma si ripromette di non lasciar correre troppo la propria fantasia – viene fatto attendere in una sala arredata all’orientale tra tappeti e pellicce, armi plausibilmente usate e libri rilegati in cuoio e pergamena, teste d’idoli e un altare di marmo nero con un’immagine greco-pontica della felina Sekhmet. E finalmente appare la principessa, abbigliata di un abito corto di un materiale che pare bronzo, una pelle dai riflessi metallici a farla somigliare alla dea dei gatti. Il Nostro ciangotta urbano mentre sente affiorargli dentro “un ricordo vago eppure tormentoso” che cerca di decrittare ed è connesso alla statua. Lei lo rimprovera amabilmente per aver tardato così tanto a farle visita, senza citare l’incidente intercorso tra loro, e butta lì come uno scherzo il richiamo all’oggetto che gli ha domandato – la famosa punta di lancia, che lui intuisce dovrebbe stare in mano all’immagine della dea felina.
Alla strana luce della stanza, la principessa fa dunque servire dei dolci e inizia la lezione sulla Isais pontica, una corruzione in greco volgare di nome di Iside che là muta anche natura: non la dea madre amica del parto, ma – come a lui apparsa nel sotterraneo sopra il pozzo a Praga – “la dea del nero amore […] Suo è il regno dell’altro eros, la cui potenza e grandezza sono ignote a chiunque non sia passato attraverso l’iniziazione dell’odio”. E mentre il narrante si ingozza di pasticcini dolceamari e la luce della stanza vira a un verde subacqueo, all’improvviso si rende conto di trovarsi di fronte a Isais. Gli erutta da dentro “Io… la odio!” e la principessa si mostra soddisfatta, “Ecco la parola di un uomo!”, per poi assumere la stessa postura della statua, lasciando cadere a terra il vestito. Certo, alla statua mancano lo specchio e la lancia: il primo non banale orpello di vanità femminile – spiega – ma “segno che giustifica il moltiplicarsi umano tanto nell’anima come nel corpo […] simbolo dell’errore che sta alla base di ogni istinto di riproduzione”; della seconda – che gli ha ripetutamente chiesto – avrà modo lui stesso di sperimentare la natura… Poi, nuda e bellissima, continua a raccontargli dell’Isais pontica, “culto […] sviluppato all’interno di una setta segreta sorta fra i sacerdoti di Mitra”, tra orge, inversioni spirituali, paludamenti femminili dei preti maschi e un avvicinamento da sinistra per sacrificare la consapevolezza del proprio sesso (mentre solo deboli e degenerati compivano il gesto fisico di evirarsi, salvo poi uccidersi alla coscienza dell’errore e restare larve schiave della sovrana)… e lui deve fra sé invocare l’amata Jane per resistere alla fascinazione. La principessa spega ancora che nel culto “l’essenziale era mettere inesorabilmente alla prova il neofito rispetto alla forza e all’incrollabilità della loro coscienza di sé”: non in vista di un illusorio abbandono all’eros e alla procreazione, ma di un odio fra i due sessi. Il cosiddetto amore sarebbe “l’odioso espediente con cui il demiurgo tiene in vita l’eterna plebe della natura”, strappando ai partecipi l’individualità e precipitandoli nel mondo inferiore: “nobile è solo l’odio!”. Il narrante le comunica di odiarla ma lei giudica l’insieme ancora tiepido: lui vorrebbe strangolarla, ma non riesce a muoversi, l’odio non è ancora abbastanza – e alla domanda su cosa lei voglia, la principessa risponde “Cancellarti dal libro della vita, amico mio!”.
Sarà lui a distruggerla, ribatte il Nostro, ma ha un annebbiamento e quando si riprende lei si è rivestita. A quel punto sulla porta compare con livrea da lacchè ma in sembiante zombizzato quello che di primo acchito pare il cugino John Roger, che sembra però rivelarsi un semplice domestico europeo (in realtà probabilmente è proprio Roger, in un gioco perturbante che ne denuncia la natura asservita dalla vamp che l’ha distrutto, ma insieme suggerisce solo un sospetto in chiave fortemente onirica). Comunque ora la statua di Isais regge nella destra il frammento di una lancia nera ageminata, e probabilmente era sempre stata lì – eppure prima, pare proprio al narrante, le dita erano vuote. A quel punto la principessa lo rimprovera scherzosamente per il sonnellino che si è fatto, probabilmente per il caldo che lei ama tanto, poi annuncia che l’antiquario Lipotin attende in anticamera.
Ora la luce è tornata normale, non più verde abissale, come pure l’abito di Assja – che in seguito a una battuta di Lipotin si risolve a mostrare al narrante la straordinaria collezione d’armi raccolta già dal proprio padre con un criterio eccentrico. Vi figurano lo scudo di Orlando e l’ascia di Carlomagno, la lancia di Longino (ricordiamola) e il pugnale magico di Sun Chieng Seng, la spada con cui Abu Bakr aveva decapitato settecento ebrei… e il Nostro si sente sofficare dall’alito spettrale di quegli oggetti. Poi Lipotin spinge la principessa a tornare sul tema della punta di lancia, di cui resta un posto vuoto: il pezzo è andato perduto in modo inesplicabile, nonostante per suo padre fosse il più prezioso – ma si incupiva a parlarne. In procinto di fuggire dalla Crimea l’aveva incaricata di cercarlo. Donato dalla zarina Caterina al nonno della principessa, veniva tramite Ivan il Terribile dal gabinetto delle meraviglie del re d’Inghilterra, dove si trovava fin dal tempo di Elisabetta I. Ornava in antico la lancia dell’antico eroe e principe gallese Hywel Dda (cioè “il buono”), grazie all’aiuto degli elfi bianchi a seguito di un grande servigio: il loro re gli avrebbe rivelato che polverizzando una certa pietra e aggiungendovi il proprio sangue, avrebbe ottenuto grazie a una formula un’arma dal colore d’ematite tale da rendere invincibile il proprietario, da garantirgli il regno supremo e da mettere “al riparo l’uomo dalla morte suggente che gli viene dalla donna” (torniamo a un certo tipo di minaccia). Ma un discendente dei Dda – poi chiamati Dee – doveva perdere il pugnale allorché aveva scelto la via del male tentando “di impadronirsi della corona d’Inghilterra con l’inganno, attraverso un connubio diabolico”. Così andò perduta la forza della stirpe, e alla maledizione scamperà solo l’ultimo discendente, che “riconferirà al pugnale il potere dell’antica speranza”, lavandolo dal sangue di cui s’era macchiato.
A quel punto interviene Lipotin: secondo una leggenda, se si impossessasse della punta di lancia un russo o un inglese, il paese di cui fa parte avrebbe la predominanza. Chiaro ora perché lo cerchi la principessa, il Nostro riesce a tacere a fatica e Lipotin cerca di sdrammatizzare, ma dicendosi convinto che il prezioso oggetto riermergerà presto.
Ora però la principessa accusa una grande stanchezza, e Lipotin esorta a farsi un giro rilassante, in macchina, fino alle sorgenti calde improvvisamente emerse pochi giorni prima ai piedi della montagna, nel cortile del castello di Elsbethstein – dove la signora del castello, l’antica Elsbeth l’inglese, avrebbe bevuto l’acqua della vita. Ottimo auspicio per le terme che lì sorgeranno… Il Nostro di questa storia non ha mai sentito parlare, ma sentendosi intorpidito come per un’intossicazione accetterebbe la gita, se non avesse promesso a Jane di rientrare presto: e insomma chiede se possa partecipare anche la sua sposa. La principessa non mostra di prendere molto sul serio la povera Jane, ma non pone ostacoli e le cose procedono fin troppo rapidamente: un’ora dopo salgono sull’automobile della principessa, passano a casa di lui a prendere Jane, che sembra addirittura eccitata e incontrando la principessa mostra di saper affrontare la sfida – mentre l’altra sembra lievemente nervosa.
L’auto divora la distanza, aumentando sempre la velocità fino a far temere un incidente. Quanto all’autista che assomiglia al cugino morto John Roger, “Solo il diavolo può guidare così, […] o un cadavere vivente”: ma anche gli altri presenti, “sono davvero esseri viventi […] Non sono forse morti? Larve di un mondo che ormai da tempo non è più?”. La principessa gli chiede se abbia paura, e lui nega, ribattendo per contro che piuttosto lei “è impegnata a nascondere un certo disagio”. Lipotin ciangotta allora che in sua compagnia possono stare tranquilli, nella sua famiglia “apparire e scomparire senza drammi” è qualcosa di ereditario; e Jane ribatte calma che non può aver paura “chi segue la propria strada […] Solo chi si oppone al proprio destino prova angoscia”. Il Nostro scopre poi che l’autista si chiama Roger…
Giunti come volando alle rovine di Elsbethstein, trovano gli operai che tra i vapori caldi “si stagliavano come tante creature degli inferi davanti allo sfondo tremulo di un geyser che sprizzava a grande altezza”. Sulla leggenda del castello, decidono di chiedere a uno degli operai, sentendosi rispondere che il castello non appartiene a nessuno. Il decrepito giardiniere – dicono – può confermare: un tipo sulla cui provenienza nessuno sa niente.
Lo trovano in una stanza tra le rovine e pare morto, ma anche pazzo: dice che non serve che salgano sulla torre per vigilare, “Lei non viene più, per oggi” – poi però si corregge, “Forse la signora è per strada”. Poi spiega di non essere nato, ma morto affogato (ricordiamo l’amico Gärtner, “giardiniere”, che confessava di essere annegato nell’oceano). La figura riempie i visitatori di inquietudine e di domande, tutti tranne la principessa che preme per andare via. Ma loro (sostiene) la conoscono, la sua signora: la regina Elisabetta, creduta morta, era andata a cavallo a cercare il proprio sposo – e lì aveva bevuto alla fonte della vita. Un giorno sorgerà dalla terra e dall’acqua verde, come tutti loro: ma “la nemica della signora è qui” per impedire le nozze della regina.
Poi porge a Jane – mentre Lipotin allunga “di scatto il collo, come un avvoltoio”, ennesimo rapace della voliera del romanzo – un pugnale che pare una punta di lancia. La principessa cerca di afferrarlo, ma lui ritrae il braccio e a lei non resta che lanciare un suono frustrato come il soffio di un gatto furioso. Il giardiniere spiega che non è per lei, “vecchia signora”, ma per Jane, sapeva che sarebbe venuta: ma la principessa comincia a formulare offerte sempre più astronomiche per l’oggetto, e il giardiniere si oppone severo, esorta a custodire il pugnale dalla “vecchia nemica” – se se ne impadronisse sarebbe finita per la signora, le nozze e persino per lui – e li scaccia. Jane nasconde il pugnale nell’abito, e il narrante pensa immediatamente all’ematite di Hywel Dda e al pugnale di John Dee. Ma anche Lipotin è parso perdere il senno alla vista del pugnale, inveendo contro il giardiniere che non lo dà alla principessa. Dal canto suo, Jane sorride alla principessa, “Per via di questa piccolezza ci vorremo solo più bene, non è vero”? e Assja, diplomatica, la abbraccia e la bacia. Jane dice alla principessa che le darà il pugnale nella “giusta e solenne occasione”. In fondo lo desidera tanto, spiega poi al Nostro… Al punto che le due donne vagheggiano di tornare a far visita alle rovine.
Ma a questo punto si apre la narrazione di una seconda visione (in precedenza, se rammentiamo, ne era stata descritta una prima).Il Nostro, con il permesso di Jane, esamina con accuratezza l’arma misteriosa che si rivela in effetti una punta di lancia di antica e preziosa fattura. A lei pare di conoscerlo, e lui rintraccia il punto delle memorie in cui Dee raccontava di averlo perso nel parco dirante il rito di evocazione. Ripensando al magico cristallo di carbone, ha l’intuizione di recuperare nella coppa d’onice il fondo della polvere rossa che aveva combusto, torna a bruciarla e la inala con gli angosciosi effetti di soffocamento già riscontrati. Ma a quel punto, dopo aver traversato la morte, fissa il cristallo e si ritrova in un’auto che corre all’indietro, dove siede tra Jane e la principessa – entrambe immote. Tra le rovine di Elsbethstein il giardiniere pazzo si sbraccia in segnalazioni. Il Nostro considera di aver ritrovato il proprio vero io, John Dee, ma realizza a quel punto che invece della principessa è con lui la dea Isais, nuda con specchio e lancia, tanto conturbante da fargli accendere i i sensi. Deciso a non finire come il cugino ma raggiunto da uno sguardo indescrivibile della dea dall’odor di pantera, insieme inavvicinabile ma pronta a offrirsi, il Nostro ha la sorpresa di finire in acqua: la limousine ora taglia le onde di un lago sempre più piccolo. Da cui riemerge come da un pozzo: e sopra Isais, nuda, indica maligna il fondo.
Di qui una catena di scene angosciose. Lui vede Jane, ora vestita da moglie di John Dee, che intende gettarsi nel pozzo del sotterraneo del dottor Hájek a Praga: a causa del giuramento fatto, il marito l’ha concessa a Kelley e lei non è riuscita a superare il dolore. Dee corre per impedirle il gesto e non riesce, restando spiritualmente morto: riemergendo dalla scala di ferro di quell’abisso pensa che Kelley lo spingerà giù e in fondo lo desidera: ma il socio ha paura della vendetta di Dee, che per contro non ne avrebbe più le forze. Ma quando scopre che l’angelo avrebbe dato all’avido Kelley non ancora la pietra né la chiave del libro, ma la polvere rossa utile a fabbricare l’oro, Dee non ci vede più dalla rabbia e lo aggredisce. Lo sta strangolando, ordinandogli di far apparire l’angelo, poi si alternano scena confuse: Kelley che con Dee si presenta a Rodolfo, imperatore romano e templare del nuovo Graal, consegnandogli una pisside di polvere rossa che tuttavia delude l’imperatore, in attesa di ben altre rivelazioni. Gli fanno allora esaminare il glass del grande angelo, quello di Bartlett Green: in qualche modo l’oggetto sembra recargli una visione spingendo il monarca addirittura a chinare il capo… Il seduttore furfantesco Kelly viene dunque insignito di prestigiosissimi titoli, e a Dee scornato e angosciatissimo non resta che pensare alla morte della propria moglie… Poi Rodolfo con Dee incontra Rabbi Löw, che mette in guardia sul glass: come in un vetro ci si rispecchia, nel cristallo si vede ciò che si vuol vedere, e l’imperatore vi ritrova se stesso e la storia dell’impero. Intanto Dee ha la sensazione di vivere il sacrificio che il vecchio ebreo gli aveva preannunciato… e quando nel nuovo tempio a casa del dottor Hájek, la Loggia della finestra d’Occidente, di fronte all’anziano principe Rosenberg, appare al posto del furfante Kelley l’angelo verde, questo si mostra sdegnato verso Dee per la sua mancata obbedienza. Gli dà dunque appuntamento a Mortlake.
Dove Dee torna, interiormente a pezzi, tra le rovine della proprietà incendiata cinque anni prima. Riesce ad accamparsi nella stanza meglio conservata, il vecchio laboratorio, e considera d’essere lui stesso in rovina: è solo felice che il figlio Arthur sia in salvo dai parenti della moglie. Ma paradossalmente, amaramente il suo cuore tanto provato – conferma il vecchio amico medico Price – ancora tiene. Intanto Elisabetta è morta, da gran tempo, senza lasciargli messaggi: e lui continua a parlarne a Price…
In agonia, Elisabetta aveva voluto vicino Price, delirando di una partenza alla volta d’una terra oltremare, da cui tutta la vita ha atteso il suo sposo. Ora Dee è confuso e solo, da quanto si è allontanato Price? Si dice che Kelley a Praga abbia conosciuto una fine spaventosa: ma ora gli appare in forma pneumatica spuntando da una botola. In realtà fluttua nell’aria, con le gambe spezzate da cui escono schegge di ossa sanguinanti, abiti ricchi ormai a brandelli, il volto devastato: è un morto. E Dee coglie in visione cos’è successo, la tentata fuga di Kelley incarcerato dal capriccioso imperatore, e che precipita e muore: lo spettro cerca di parlare ma non ha più la lingua, sembra voler metterlo in guardia… ma poi gli occhi gli chiudono e la larva sparisce.
Dee non sa quanto tempo sia trascorso e ormai di nascosto ride degli oscuri ordini dell’angelo: lì si sente meglio. Ma un giorno arriva da lui un corriere reale a consegnargli un pacchetto con il blasone del principe Rosenberg, burgravio di Praga: è il lascito dello sciagurato Kelley con un piccolo involto dal sigillo imperiale. Non ha più il proprio tagliacarte, perduto la notte dell’evocazione di Elisabetta, ma neppure la copia che teneva con sé. Comunque il pacchetto dell’imperatore contiene – senza messaggi aggiunti – il famoso cristallo di carbone. Impoverito, solo (l’invecchiato Price appare sempre più di rado, con la fissa di organizzare evocazioni spiritiche in cui poi si addormenta), Dee attende la venuta dell’amico.
Si scatena una tempesta, Dee prega di morire ma poi invece si accorge – furioso – di stare invocando l’angelo. Gli tornano alla mente formule di scongiuro insegnategli da Bartlett Green: “formule a cui ricorrere in momenti di estremo pericolo, per invocare l’aiuto dell’altro mondo, purchè ad esso si siano offerti sacrifici; formule che possono però provocare anche la morte!”, come lui si augurerebbe. E che vengono raccolte da presenze morte dell’altra parte.
Nella cornice del camino emerge così l’ombra di Kelley: in nome del sangue che si sono scambiati, Dee pretende che gli evochi subito l’angelo verde, e vana e terrorizzata è la resistenza dell’altro – sempre più costretto dalle formule di Green. A quel punto la “figura di pietra del grande essere verde prende possesso” di Kelley, come a mangiarlo vivo. Con Dee risulta però molto più affabile, e alla sua pretesa che mantenga la parola – in nome della stabilità delle cose e del fatto che Dee si fida di lui – inizia a dirgli di avergli sempre voluto bene e incassa con apparenza benevola le sue richieste. Ma il libro di san Dunstano è stato perduto da Kelley, il tagliacarte per aprire il libro del destino è pure andato perso: però in grazia delle promesse, di lì a tre giorni Dee avrà la Pietra e insieme dovrà prepararsi a un nuovo viaggio, visto che passato il periodo di prova è stato chiamato.
L’indomani, tra le rovine, Dee annuncia al visitatore Price che partirà per non sa per dove, per ordine di Lui. In realtà le sue condizioni glielo impediscono, Price spiega che è la Pietra che ha dentro a causargli dolori… la pietra della morte, non quella della vita gli ha dato l’angelo. Ecco la preghiera sbagliata, il dardo della preghiera fuori bersaglio di cui gli parlava Rabbi Löw…
Dee ha chiesto a Price di sistemargli la poltrona in modo da dirigere il viso a Oriente “nell’atteggiamento opposto a quello di un’intera vita, ormai trascorsa: con le spalle al verde Occidente” in attesa della morte. Una scena quasi profetica – o almeno di una profezia autoavverata – della fine di Meyrink, che sceglierà di morire a braccia aperte guardando fuori dalla finestra il sole sorgente.
Peccato che la sera, atteso per addolcirgli il congedo, Price non arrivi. Per Dee è in apparenza l’ultimo anello del naufragio di tutte le promesse di immortali e immortali raccolte da una vita. Pensa poi al sonno di Dio e trova il bisturi per salassi lasciato lì da Price. Medita dunque di uccidersi e vede la faccia ghignante di Bartlett Green che lo esorta a farlo, per ricongiungersi a Jane “giù da noi”; ma ne è distolto dalla mano sulla spalla del fedele Gardener, l’assistente di un tempo, rimasto giovane e vestito di bianco con una rosa rossa e oro ricamata sul petto. Ai lamenti di Dee, abbandonato da mortali e immortali e che non sa più dove sia Dio, l’iniziato Gardener ribatte che succede “a tutti quelli che lo cercano […] È la via che deve trovare te, non sei tu a trovarla!”: tutti una volta hanno smarrito la via, lo scopo non è andare ma trovare “la gemma”. Anche se si smarrisce gli resta “l’Io insondabile. Richiama alla memoria colui che ai tuoi occhi non ha forma; colui che di fronte alla tua coscienza è forma originaria”. Ha perso il suo segno, per questo è solo: quindi Gardener estrae dal mantello il pugnale perduto.

Dapprincipio l’arma più nobile e virile dell’antenato, poi il tesoro gelosamente custodito e superstiziosamente venerato dal tuo ceppo, indi il vile tagliacarte di un discendente decaduto e infine lo strumento di arti tenebrose e miserevoli, di cui una mano empia con leggerezza ha abusato… e con pari leggerezza ha finito per perderlo! Idolatria! Capisci cosa intendo dire? il talismano di nobili epoche si è degradato giù fino a te; in basso, in basso sei sprofondato, John Dee!

Pare almeno suggestivo che nello stesso mondo in cui Meyrink costruisce la storia del pugnale dei Dee, un’altra arma, la Lancia del Destino già presuntamente brandita da Longino sul Golgota, conosca una più diffusa mitopoiesi. Passando da reliquia della Passione – ne resterebbe traccia in vari oggetti, i principali le sacre lance di Ottone I a Vienna, le due conservate a Vagharshapat in Armenia e in Vaticano, e altre perdute  – a oggetto magico per il dominio del destino nei deliri nazisti, in alcuni autori esoterici (come Trevor Ravenscroft, 1972) e poi in un’ampia mitopoiesi pop.
A quel punto il vecchio Dee si infuria, intimandogli di restituire il pugnale, e Gardener si rallegra che ora diffidi di tutti: “Finalmente hai ritrovato te stesso” rivendicando ciò che gli appartiene. Ma il pugnale che Gardener gli offre è inafferrabile, inconsistente, non di questo mondo: lo troverà dall’altra parte, se non l’avrà dimenticato.
Il fatto è che il narrante non vuole morire assieme a John Dee e si strappa da lui: riconosce il suo studio ma non vuole deporre il carbone senza aver saputo cosa sia stato di Dee. Torna dunque a Mortlake da semplice spettatore, in tempo per vedere Dee spegnersi e venir posto in uno strano sarcofago metallico, cruciforme (ricordiamo la morte di Meyrink a braccia aperte): a occuparsi di lui sono quattro figure imponenti giunte dai quattro punti cardinali, larve vestite col cappuccio da monatti. Dalla parte della testa è Gardener, con la rosa d’oro sul petto, nella mano il pugnale dei Dee che depone nella mano del defunto.
Dal suolo erutta ridendo la figura di Bartlett Green, che sbeffeggia Dee: a furia di attendere e sperare, l’anima gli si è staccata dal corpo, ora è pronto per il viaggio verso la Groenlandia? Cerca di convincere il morto a seguirlo in nome della Signora a cui obbediscono, ma Gardener – che lui non può vedere – gli è di ostacolo. Green non riesce neppure a sollevare il morto, lui pensa per il peso dei delitti – no, dei pesi dei meriti del suo dolore, spiega Gardener. Green cerca invano di strappare a Dee il pugnale stretto nella mano, ma la luce del sole riflessa dalla rosa sul petto di Gardener finisce col trascinare via lo stregone.
Gli incappucciati depongono il morto nel feretro cruciforme, e il corteo esce attraversando la parete orientale del laboratorio. Il feretro viene poi calato in una fossa del giardino, sia o non sia (il narrante è incerto) il parco di Mortlake. E l’adepto dal mantello bianco che guidava il gruppo prende a curarsi del giardino – in fondo è Gardener/Gärtner, il giardiniere…
Afflitto dal mal di testa, il Nostro lascia cadere il cristallo di carbone, sa che non vi vedrà più nulla perché ormai si è fuso con Dee, per sempre, e spalanca la finestra per eliminare il tanfo di putrefazione dalla coppa di onice.
Poi giunge Lipotin, su mandato della principessa per acquistare il pugnale posato sullo scrittoio: il narrante obietta che il pugnale non è suo, è stato donato alla sua fidanzata. Visto che Lipotin insiste che potrebbe farselo regalare, spiega anzi che attraverso la visione con il cristallo di carbone – c’era ancora un fondo di polvere rossa utilizzabile – ha appreso il valore dell’arma. Sconvolto che sia uscito indenne dalla prova, Lipotin commenta che chi l’ha fatto “ha superato la morte”. Poi conclude che il Nostro ha “vinto la prima posta”, anche se “questo non significa ancora che […] sia un eletto”, e il “peggior nemico del vincitore è la superbia”. Il Nostro lo ringrazia per le parole leali, credeva fosse della parte avversa, e Lipotin ammette di non stare da nessuna parte, è un Mascee e segue il più forte – che in quel momento è il suo interlocutore. Ma non sottovaluti la principessa, forse discendente di Medea e figlia spirituale di Isais: “Da quando esiste il mondo la donna ha sempre avuto la meglio”. Se poi la uccidesse, la lotta si sposterebbe solo su un piano più pericoloso: per la vittoria (balbetta come in stato medianico) c’è solo una via, quella preparata da un’altra donna con necessarie benemerenze nei confronti del pugnale. Quindi Lipotin riprende il controllo di se stesso, e all’improvviso il campanello squilla. Appaiono Jane e il gigantesco autista sosia dello scomparso cugino Roger: la principessa, che li attende dabbasso con l’auto, propone una seconda gita a Elsbethstein, e Jane è già pronta per andare. Intende regalare il pugnale (che prende dallo scrittoio) alla principessa, e il Nostro è oppresso da cupi presentimenti. Partono.
Giunti sul posto, la principessa rifiuta di rincontrare il vecchio giardiniere folle mentre i due uomini vorrebbero chiedergli del pugnale; Jane però si allontana in macchina con Assja per un giro. Il vecchio intende mostrare il giardino ai visitatori, e il Nostro ora riconosce il luogo della visione dov’è stato sepolto John Dee: non si trattava di Mortlake. Il giardiniere spiega di aver sottratto al corpo lì tumulato solo il pugnale, da “consegnare alla bella signora”. E nonostante la domanda su chi sia il proprietario del castello veda il vecchio ripiombare in se stesso,  è chiaro che deve trattarsi della sepoltura di Dee nel giardino dell’adepto Gardener.
A questo punto il Nostro ha una visione, che gli pare di Jane, volto serio e tutta bagnata: comprende che è “l’agire a distanza di una morta!” e gli pare di udire dalle labbra di lei le parole: “Ogni cosa è compiuta. Sei libero. Aiutati. Sii forte!”. Ma a un tratto al posto di lei scorge una maestosa figura femminile incoronata, la regina del giardino dell’adepto, di fronte alla quale il vecchio cade in ginocchio. La regina annuncia al narrante che è tra gli eletti, ma non è stato ancora messo alla prova: poi la visione si dissolve e dall’esterno della cinta si ode echeggiare un frastuono. Arriva gente gridando, il narrante accorre e vede in mezzo al torrente, fracassata, la macchina della principessa. I tre occupanti sono tutti morti, l’autista guidava come nell’aria – intanto il vecchio giardiniere si è spento. “Dunque sono di nuovo sprofondati nelle acque verdi!” commenta Lipotin.
I soccorritori trovano soltanto i corpi delle due donne – non quello dell’autista, portato via dalla corrente – e non è chiara la dinamica e perché il pugnale di Jane sia conficcato nel petto della principessa, trafiggendole il cuore. Sul volto di Jane il compagno commosso e addolorato vede un’espressione di pace; quello contratto della principessa è invece connotato da qualcosa di ripugnante, felino. Dopo la sepoltura, Lipotin lo ha avvisato: “Ora si vedrà chi è il vero signore del pugnale”. Quanto all’antiquario, i dugpa rossi lo hanno licenziato, per cui fa “il segno di chi si taglia la gola”.
Poi, dopo un tempo che non sa conteggiare, e in cui si domanda se non sia già morto senza saperlo, il narrante ha licenziato il personale di casa: gli orologi si sono tutti fermati a ore diverse, i ragni moltiplicati, e solo a fatica si rende conto di essere vissuto in quel tempo vagando per osterie e parlando agli interlocutori di cose che non sa, per non risvegliare il dolore della morte di Jane. Ma non c’è differenza reale tra l’essere vivi o morti: sa solo che Lipotin non è più comparso, e lui si è ritirato dal mondo.
Ma ora hanno appena suonato alla porta: assurdo, casa sua è come abbandonata… e lui ha atteso a lungo il ritorno di Jane morta. Lei non l’ha fatto, ma la principessa Assja sì, è sempre lì. È entrata dalla porta, e ora lui ammette come una colpa che un tempo le visite di lei gli fossero gradite: ma inizialmente pensava che la inviasse Jane a recargli messaggi d’amore. Ora arriva ogni giorno, è semplicemente presente e in genere siede davanti allo scrittoio, e l’abito è sempre più sottile a permettergli la visione della nudità di lei e farlo inorridire del “silenzioso scambio di sguardi e fluidi magnetici”. Ma ora il campanello suona davvero, per lo scherzo di due monelli: cui segue però l’apparire per le scale di Lipotin. Sembra cambiato in qualcosa d’indefinibile, come si trattasse del suo doppio larvale, e ha un fazzoletto rosso al collo. Lo avvisa con voce stranamente roca che “Si avvicina”: per cui gli chiede se sia uno spettro anche lui. L’antiquario ribatte: “Lo spettro è lei a quanto vedo, illustrissimo” mentre lui continua ad appartenere alla realtà che gli si addice. Poi, dopo un furioso attacco di tosse, spiega che a tagliargli la gola è stato “il capo macellaio dei monaci rossi”, pur scordando che lui non aveva mai avuto sangue nelle vene.
Incapace di riflettere, il Nostro ha la sensazione di vedere all’esterno, dietro ai vetri, “il volto pallido della principessa che ci spia” e ne resta terrorizzato. Lipotin specula che nessuna prova può garantire che loro siano vivi o invece spettri; il fatto che vedano il mondo attorno può essere anche solo immaginazione. “Sappiamo forse chi muove l’immaginazione? Forse è l’immaginazione a muovere e l’uomo ne è vittima!”.
Poi si accende un’altra sigaretta, e il Nostro sbircia se non esca fumo dal collo. Entrambi hanno ricevuto ferite – spiega Lipotin – “che si rimarginano con dannata lentezza”: uno al collo, l’altro “nel centro nervoso dove risiede il dio del sonno” per cui non capisce se è vivo o morto. Ma non è un problema: in fondo si tratta anche di “un pertugio verso l’aperto”. Però poi, alla domanda del Nostro se sia uno spettro o no, spiega che gli spettri possiedono la vita eterna; lui no, ha solo la vita infinita, che è molto diverso. Comunque vorrebbe sapere come mai abbia rapporti coi fantasmi.
Il Nostro lo ammette: ogni giorno vede la principessa, che lo perseguita e lo catturerà… Lipotin garantisce aiuto, visto che il narrante ha ancora il pugnale fatale. Ma quando lui glielo mostra, custodito nel suo astuccio, Lipotin obietta che questo simiglia troppo al vestito della principessa. “Non è raccomandabile confondere i simboli, perché in tal modo si confondono facilmente anche le forze che stanno dietro ad essi”.

(17-continua)