di Gioacchino Toni

Claudio Minoliti, Nino Minoliti, Il salto più lungo. Jesse Owens e Luz Long il nero e l’ariano uniti da Berlino alla Sicilia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 268, € 22,00

Il 4 agosto 1936, alle Olimpiadi di Berlino, organizzate per celebrare la grandezza della Germania nazista, l’afroamericano Jesse Owens si presenta sulla pedana del salto in lungo da favorito. Dopo aver inaspettatamente fallito due dei tre tentativi utili per raggiungere la finale, l’atleta appare visibilmente teso, consapevole di giocarsi tutto nell’ultima possibilità a disposizione. Anche il rivale tedesco Luz Long, emblema dell’atleta ariano gareggiante per il Terzo Reich, idolo del pubblico che affolla le tribune, si accorge di quanto Owens sia teso: avvicinatosi, tenta di tranquillizzarlo e, dopo avergli consigliato di anticipare di una decina di centimetri lo stacco rispetto al limite della pedana, così da evitare il rischio di incorrere in un nuovo salto nullo, gli indica sul terreno ove conviene staccare. Seguito il consiglio del rivale, l’afroamericano ottiene la qualificazione e nel pomeriggio, in uno stadio gremito per l’occasione, con un salto di 8,06 metri, si aggiudica la medaglia d’oro proprio davanti al tedesco che stacca a 7,87 metri. A rovinare ulteriormente la giornata alle massime autorità naziste presenti in tribuna, è l’abbraccio con cui l’atleta tedesco si congratula con il campione e la passerella d’onore dei due, tenendosi sottobraccio, all’interno dello stadio di fronte ai centomila presenti.

Pur non vedendosi più dopo la finale berlinese, i due atleti sono restati legati attraverso uno scambio epistolare continuato lungo tutta la guerra e culminato con l’ultima lettera inviata a Owens da Long poco prima di essere trasferito in Sicilia, ove avrebbe perso la vita. In questa ultima missiva il tedesco, consapevole di andare incontro alla morte, chiede all’afroamericano, una volta terminata la guerra, di recarsi in Germania e raccontare al figlio Kai, all’epoca di soli due anni, della loro amicizia nata nel corso delle Olimpiadi e del fatto che non ha mai provato odio nel corso della vita. Nel 1951, a conflitto terminato, mantenendo la promessa, Owens si reca in una Germania in macerie per incontrare il figlio di Long, mantenendo poi i legami con la famiglia per tutta la vita, tanto da presenziare come testimone al matrimonio del ragazzo nel 1966.

Al rapporto di amicizia nato tra i due atleti nel corso delle Olimpiadi berlinesi del 1936 è dedicato il volume di Claudio Minoliti e Nino Minoliti, Il salto più lungo. Jesse Owens e Luz Long, il nero e l’ariano uniti da Berlino alla Sicilia (Mimesis, 2026). Nel passare in rassegna lo scambio epistolare tra i due, gli autori ricostruiscono il contrasto interiore vissuto da Long nell’incarnare l’atleta ufficiale del Reich e, al tempo stesso, nel desiderio di esprimere liberamente stati d’animo e mantenere rapporti di amicizia estranei alle direttive di quel regime per cui prima gareggia e poi combatte. Claudio e Nino Minoliti evidenziano come nell’ultima lettera scritta a Owens nel 1943 Long percepisca l’avvicinarsi della disfatta della Germania e l’imminenza della propria fine, destinata a sopraggiungere nella piana di Gela durante lo sbarco alleato.

A causa dell’inasprirsi del conflitto, a partire dal 1943, come altri atleti di primo piano tedeschi, Long non può più godere dell’esenzione dal servizio militare attivo e viene arruolato nella Wehrmacht con il grado di maresciallo di fanteria per trovare la morte in Sicilia durante lo sbarco alleato mentre, insieme al suo reparto, si trova a difendere un aeroporto militare nel ragusano. Gli autori ricostruiscono dettagliatamente le dinamiche del ferimento di Long e della morte sopraggiunta quattro giorni dopo, il 14 luglio 1943, a soli 30 anni. Claudio e Nino Minoliti evidenziano come la guerra sappia essere crudele anche nelle storie individuali: l’atleta simbolo della grandezza ariana, fiore all’occhiello dello sport della Germania di Hitler, che, pur non esimendosi dal saluto nazista sul podio, ha stretto amicizia durante i Giochi Olimpici berlinesi con l’afroamericano Owens, trova la morte in terra siciliana combattendo proprio contro l’esercito statunitense, mentre l’afroamericano, osannato in patria per la sua impresa berlinese, si trova nel dopoguerra a battersi contro le discriminazioni razziali che affliggono il suo Paese.

Dapprima celebrato dal nazismo come archetipo di superiorità ariana, dopo le Olimpiadi berlinesi l’atleta tedesco viene tenuto sotto sorveglianza a causa del rapporto instaurato con un uomo di colore; nel suo invio al fronte non è difficile cogliere una sorta di punizione indiretta per una condotta pubblica non in linea con l’ideologia del regime. Se la figura di Long diventa così l’emblema del dramma di chi, privato dei propri privilegi di sportivo, viene trasformato in “carne da cannone”, Owens non viene inviato al fronte, ma impiegato tra Detroit e Washington a tenere discorsi motivazionali per lo sforzo bellico statunitense. Proprio questo diverso destino permette all’atleta afroamericano di farsi custode della memoria dell’amico: per il piccolo Kai, cresciuto senza padre, le lettere ricevute da Owens e i suoi ricordi delle poche giornate berlinesi del 1936 rappresenteranno un importante contributo alla conoscenza del genitore che non ha avuto modo di frequentare. A suggellare questo legame indissolubile tra le due famiglie è poi l’amicizia nata tra la nipote di Owens, Marlene Dortch, e la figlia di Kai, Julia-Vanessa Long, scese insieme sulla pista dell’Olimpiastadion di Berlino durante i Campionati Mondiali di Atletica Leggera per premiare i vincitori del salto in lungo.


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