di Emilio Quadrelli

[Ai fini di una più ampia riflessione politica sugli avvenimenti e le rivolte delle ultime settimane, si rende necessaria la ripubblicazione, in versione ridotta e quasi del tutto priva del ricco apparato di note originario, di un saggio di Emilio Quadrelli apparso precedentemente, con il titolo Ri–cominciamo a dire Lenin. Dal “Partito di Mirafiori, al “Partito della banlieue”, in appendice al volume di Gioacchino Toni e Paolo Lago: Spazi contesi, cinema e banlieue, pubblicato dalle edizioni Milieu nel 2024. – S.M.]

Il presente testo proverà a dire qualcosa intorno alla banlieue utilizzando prevalentemente quella letteratura di riferimento [che] ha provato a leggere e descrivere la banlieue optando per una metodologia di ricerca prevalentemente etnografica. Una metodologia che, chi scrive, in passato ha potuto fare interamente sua avendo sia la fortuna, sia l’intuito di essere nella banlieue parigina nel 2005 e nel 2006. Venendo al presente, avendo a disposizione limitate risorse per scrivere un testo di ricerca mi è sembrato opportuno tentare l’elaborazione di un “testo politico” […]. Un ragionamento, quindi, che assume la banlieue come modello ideal – tipico in grado raccontare qualcosa di essenziale su ciò che caratterizza vita e destini delle masse subalterne contemporanee non solo in Francia. La banlieue come paradigma è ciò che qua si prova a argomentare.

Detto ciò andiamo al sodo e cominciamo con il chiederci, intanto, perché il partito della banlieue?
Parlare del partito della banlieue necessita di alcuni chiarimenti poiché, il farlo, potrebbe essere foriero di non pochi malintesi soprattutto da parte di chi, facendo anche involontariamente proprie le retoriche della borghesia e dei suoi cani da guardia, legge la banlieue come sinonimo di marginalità, eccedenza, lumpen ecc. ecc., ovvero come il luogo per eccellenza di quei mondi sociali, storicamente sconfitti ed espulsi dalla storia in quanto vittime dei processi di modernizzazione.

Mondi sociali in estinzione dei quali, nella migliore delle ipotesi, occorre farsi carico semplicemente in maniera caritatevole. Secondo queste retoriche, così come la rivoluzione industriale aveva comportato la riduzione in povertà di una quota delle classi e dei ceti sociali delle società preindustriali, anche la rivoluzione globale produce inevitabilmente i suoi poveri. Al contrario, l’oggettiva condizione di esclusione e marginalità delle popolazioni che abitano il contesto delle banlieues, ossia delle zone periferiche delle metropoli globali, prefigura il destino di gran parte delle classi sociali subalterne contemporanee1 rappresentando quindi la storia del nostro presente. In altre parole, la banlieue è l’esatta cristallizzazione della condizione proletaria attuale, una condizione frutto di quelle pratiche di governance coloniale che rappresentano il progetto strategico per eccellenza dell’attuale comando capitalistico. In tale ottica, allora, le banlieues sono le nostre officine Putilov2.

È lì che si situa l’attuale composizione di classe e da questa composizione bisogna saper partire. Leggere la classe3. Ma leggere la classe significa soprattutto cogliere e interpretare la sua soggettività. Non si può, e su questo occorre riconoscere quanto l’insegnamento leniniano si mostra costantemente attuale, osservare la classe solo e semplicemente nel suo essere oggettivo poiché, in prima istanza, è proprio nella classe e nei suoi comportamenti che si manifesta l’albero verde della vita, qua sta il partito.

Ma che cos’è il Partito? Il partito è un essere vivente che di questo albero è il frutto maturo, nell’agire del partito ogni oggettivismo è del tutto privo di senso poiché presupporrebbe, questo l’errore fatale di tutti i dogmatici estranei alla dialettica marxiana, una classe che entra in gioco solo attraverso gli input forniti dal partito. Ma, se la storia è la storia delle lotte di classe, questo assunto è del tutto privo di senso. Non sono le masse che devono andare a scuola dal partito ma il partito che deve comprendere ciò che le masse portano in seno, e lo deve comprendere a partire dal punto più alto della soggettività di classe. Deve, cioè, assumere i comportamenti della classe, farli propri operando però un salto qualitativo. Deve, da un lato, modellarsi sui comportamenti della classe, dall’altro dare a questi comportamenti progettualità tattica e forza organizzativa ed è esattamente qua che prende forma il discorso intorno alla banlieue.

In questi anni […] abbiamo visto la reiterata esplosione di questi territori, alla quale ha drammaticamente fatto da contraltare l’assenza di una iniziativa di partito. Questo, del resto, non è frutto del caso. L’assenza di un’iniziativa di partito non è altro che il frutto di una estraneità nei confronti di una composizione di classe mai completamente oggetto dell’inchiesta militante o dell’assunzione di questa come incipit indispensabile per la messa a punto di una struttura organizzativa in grado di raccogliere e trasformare in ipotesi di potere sino in fondo tutta la carica sovversiva posta in atto dalla soggettività di classe. È possibile entrare in relazione con la classe se questa, a conti fatti, rimane un oggetto misterioso? È possibile parlare alle masse se se ne snobbano i comportamenti? Rispondiamo prendendo a prestito il Lenin del 1905. In quel contesto la gran massa degli operai che danno vita alle giornate rivoluzionarie ha poca coscienza politica ed è distante e persino avversa alla teoria socialdemocratica ma, per Lenin, non è questo il punto. Centrale diventano due aspetti: le fabbriche, ovvero il cuore del popolo rivoluzionario, si sono messe in movimento; i comportamenti soggettivi di questi operai vanno di gran lunga oltre le loro momentanee rappresentanze ideologiche. Ciò che a Lenin realmente interessa è la radicalità che questa soggettività di classe mostra dentro la lotta. La classe combatte, si arma, è approdata all’insurrezione, senza averne coscienza è vero, ma la sta praticando e, aspetto non proprio irrisorio, sta spingendo la lotta oltre le stesse anticipazioni di partito. Le masse si organizzano per le battaglie di strada. Rispondono colpo su colpo a esercito e polizia. L’esercito stesso inizia prima a disertare i combattimenti contro gli operai e poi a rivoltarsi verso gli ufficiali. Nella lotta le masse trasformano, anche ideologicamente, se stesse. Questo è quanto interessa a Lenin. L’insurrezione è in atto, questo e solo questo è ciò che conta.

Nessuno può sapere a quali esiti porterà, perché l’insurrezione è guerra, combattimento, organizzazione militare, tutte cose che si imparano solo facendole. In ogni caso, comunque vada, questo sarà un’esperienza fondamentale per le masse. È questa esperienza che il partito deve essere in grado di assimilare e fare propria. Sono questi passi reali compiuti dalle masse nel fuoco del conflitto, negli scontri di piazza contro la polizia a essere il vero metro di giudizio. Non vi è risoluzione di partito che, di fronte a ciò, possa valere qualche cosa. Ecco l’inchiesta leniniana in atto. Ecco il legame di Lenin con la classe. Riportiamo tutto ciò alle insorgenze proletarie attuali delle quali, la banlieue rappresenta la migliore delle esemplificazioni. Lì una giovane classe mostra di battersi senza particolari remore. Lì il soggetto proletario del presente e del futuro pone in mostra una “nuova scienza delle barricate”. Lì vi è il laboratorio politico della classe contemporanea. Lì, se non vogliamo relegare il comunismo in quanto movimento che abolisce lo stato di cose presente in mero rituale ossificato, dobbiamo volgere lo sguardo. Ciò che occorre cogliere è la “concretezza” della classe, non la sua idealistica astrazione. Come ha ben spiegato Marx, dobbiamo calarci negli inferi di Manchester e abbandonare i vellutati mondi celestiali delle idee poiché solo dentro Manchester diventa possibile comprendere la classe e la sua soggettività, ma la classe non può che essere il frutto delle costanti trasformazioni che fanno da sfondo al modo di produzione capitalista ed è a partire da queste che, volta per volta, si ridetermina la classe tanto nella sua concretezza quanto nella sua soggettività. La classe non è qualcosa di astorico e, in fondo, sempre uguale a se stessa. Cogliere la classe nel presente significa, per prima cosa, osservare le ricadute concrete e materiali che l’era globale ha comportato, affrontare la questione della marginalità e dell’esclusione sociale diventa, pertanto, il passaggio obbligato.

Il tema dell’esclusione sociale conosce oggi una fortuna inaspettata tanto da emanciparlo dagli angusti e ristretti ambiti disciplinari in cui, tradizionalmente, è stato ascritto. Mentre, classicamente, a occuparsi di esclusione sociale sono state discipline quali l’antropologia culturale, la sociologia della devianza e, in particolare negli ultimi anni, la sociologia della cultura oggi questa è diventata tema non secondario della teoria politica. Tutto ciò, già di per sé, è indicativo di quanto l’era attuale sia attraversata da un insieme di trasformazioni in grado di scompaginare per intero le coordinate concettuali di un’intera epoca. Non a caso gli stessi movimenti operai, proletari e comunisti che, nei confronti dei temi dell’esclusione sociale, hanno sempre nutrito interessi a dir poco vaghi oggi sono obbligati ad assumere tale condizione come uno degli aspetti centrali per la costruzione dell’organizzazione di classe. Legittimo, quindi, domandarsi che cosa sia accaduto.
Occorre, pur sommariamente, ricostruire la storia di un concetto.

Obiettivamente, l’esclusione sociale, ha sempre rimandato ai mondi della marginalità. Una marginalità che poteva essere ascritta a due ambiti. Il primo riconducibile direttamente al mondo dei poveri, il secondo a quello degli “anormali”. Per quanto, in non pochi casi, i due ambiti abbiano finito con l’incontrarsi, analiticamente occorre tenerli separati. Partiamo, pertanto, a definire l’ambito della povertà e a domandarci per quali motivi, i movimenti operai e comunisti, si siano sostanzialmente disinteressati di tale ambito sociale. Chi sono i poveri e in che cosa si distinguono dagli operai e dai proletari? Fondamentalmente in una cosa: i poveri non sono una classe sociale e, questo in realtà l’aspetto decisivo, i poveri non sono, né possono esserlo, una classe storica. A differenza del proletariato, deputato a diventare agente della storia universale in quanto classe in grado di incarnare l’interesse generale, il povero consuma la sua esistenza dentro una dimensione mesta sia sul piano empirico sia su quello della scena storica. Il povero, il marginale, l’escluso non sono in grado di rovesciare alcun rapporto di forza poiché, si potrebbe dire, la loro condizione si colloca fuori da una relazione dialettica ancorché nella dimensione servo-padrone. Del resto, mentre è pensabile la dittatura operaia, proletaria e contadina, come forma politica in grado di organizzare il potere di classe in un determinato territorio a dir poco dadaista sarebbe un’ipotesi teorica che si fondasse sulla prospettiva della dittatura rivoluzionaria dei poveri. In poche parole, il marginale, il povero, il socialmente escluso incarnano sempre, almeno sotto il profilo economico e sociale, una disgregazione seguita ai processi di modernizzazione. Ciò che li caratterizza è un sostanziale declassamento che li fa precipitare ai margini della vita sociale. Non a caso, il socialmente escluso, è per lo più estraneo all’ambito della produzione e la sua vita si dipana tra assistenza pubblica e/o religiosa o attività illegali di piccolo cabotaggio. Lo stesso disoccupato, in quanto esercito industriale di riserva, ha ben poco a che spartire, indipendentemente dalle condizioni empiriche nelle quali può ritrovarsi, con il povero e il marginale. Solo nel caso in cui, in seguito ad un prolungato stato di disoccupazione, l’operaio vive un oggettivo processo di declassamento e la sua iscrizione al mondo della marginalità diventa un fatto acquisito ma, per l’appunto, ciò è il frutto di un passaggio dentro un ambito sociale completamente diverso. In quel caso, l’operaio declassato, si ritroverà in mezzo ad altri declassati provenienti dalle più svariate classi sociali. In poche parole l’esclusione sociale, classicamente, sembrava porsi fuori dai rapporti capitalistici di produzione.

Sotto tale profilo, ad esempio, il capolavoro di Hugo è quanto mai esemplificativo. Il mondo dei miserabili raccoglie, al contempo, tutti i residui delle ere passate e le “vite di scarto” del presente, poiché escluse definitivamente dal ciclo di produzione capitalista. Questo mondo, sempre propenso a compiere un colpo di stato dal basso, non mira alla presa del Palazzo d’Inverno ma, ben più prosaicamente, al portafoglio di qualche malaugurato passante o, nella migliore delle ipotesi, agli arredi di qualche abitazione o negozio momentaneamente non custodito. In non pochi casi, il colpo di stato, è tentato o realizzato verso i propri simili per sottrargli le piccole fortune momentaneamente acquisite.

Nei confronti del potere politico e della polizia in particolare, questi ambiti si mostrano a dir poco ossequiosi, sempre pronti a vendere qualcuno in cambio di un momentaneo salvacondotto, qualche moneta o per acquisire un piccolo credito da consumare in una futura occasione. In non poche occasioni, inoltre, i socialmente esclusi non si sono fatti problemi a svolgere il “lavoro sporco” per conto del potere legittimo, in funzione antioperaia e antiproletaria. Più modestamente come crumiri o con qualche pretesa in più in veste di novelli pretoriani. Per l’insieme di questi motivi, agli occhi della classe operaia e del proletariato, sono sempre stati percepiti come corpo estraneo se non come veri e propri avversari del fronte di classe. Dalla Brigata dei Macellai sino ai mazzieri fascisti il rapporto tra movimento operaio e marginalità sociale non è mai stato particolarmente amorevole.

Il secondo ambito tipico del socialmente escluso, come si è detto, è riconducibile a quell’insieme di comportamenti ascrivibili ai mondi dei cosiddetti anormali. Un mondo quanto mai variegato che, attraverso i secoli, ha accolto nel suo grembo dal folle all’omosessuale. Il socialmente escluso, in questo caso, è sempre il frutto di un ordine discorsivo e di un effetto di potere dal duplice scopo: sperimentare in vitro tecniche di controllo e di disciplinamento il cui utilizzo, in un processo a cascata, può essere esteso ai più svariati ambiti sociali; uniformare i comportamenti e i costumi della popolazione al fine di rendere la nazione più forte e più sana. Per sua natura il termine “anormale” è talmente polisemico da potersi, volta per volta, applicare a qualunque comportamento socialmente non convenzionale, in un preciso risvolto storico. […] Nelle nostre società “civilizzate”, tuttavia, l’ordine discorsivo intorno agli “anormali” non si è estinto ma ha semplicemente cambiato indirizzo cogliendo l’anormalità in quei comportamenti, come ad esempio nel caso degli ultras, in qualche modo turbativi di un ordine sociale che, per definizione, è dato per pacificato.

Ma torniamo a occuparci della dimensione “strutturale” dell’emarginazione sociale. Andando al sodo se, come si è detto, non è il reddito in quanto tale a definire gli ambiti della marginalità e dell’esclusione attraverso quale criterio diventa definibile l’ambito dell’esclusione sociale?
Rispondere che la dimensione del lavoro, e in particolare del lavoro salariato, è stata a lungo la condizione necessaria e sufficiente al contempo per delimitare il campo dell’esclusione e della marginalità è certamente vero ma, a sua volta, tale condizione era il frutto di una reciprocità che ha fatto da sfondo alla modernità, ossia alla nascita del modo di produzione capitalista. Parafrasando Carl Schmitt potremmo facilmente sostenere che il rapporto borghesia e proletariato per quanto improntato oggettivamente su un criterio di nemicità si è sempre dato dentro una relazione di eguaglianza: nemici sì, ma di pari grado e dignità. […] Nel rapporto tra proletariato e borghesia sembra rivivere quello jus publicum che aveva regolarizzato la guerra tra stati legittimi, ossia europei, sino al delinearsi della guerra imperialista.

[…] Il socialismo, ovvero la teoria politica della nuova classe in grado di incarnare, e in maniera definitiva, l’universale poggia per intero sul punto d’approdo della filosofia classica borghese. Il ciclo storico progressivo della borghesia, sotto il profilo concettuale, si consuma in Hegel e Feuerbach lasciando irrisolta la questione della nuova classe che questo mondo ha partorito: il proletariato. Engels e Marx, facendo leva sui titani della borghesia, porranno a regime la teoria della parte “cattiva” della storia, della negazione del modo di produzione capitalista. In virtù di ciò la guerra tra proletariato e borghesia è un conflitto riconosciuto da entrambi i contendenti come legittimo. Palesemente, dentro tale cornice, non vi è spazio per l’esclusione. Non per caso, come avviene in ogni conflitto legittimo, la possibilità della mediazione, del ricorso all’arte della diplomazia e via dicendo è sempre possibile. Uno scenario che, nei nostri mondi, si è obiettivamente eclissato.

Oggi noi riscontriamo come la condizione di socialmente escluso sia ben distante dall’indicare le classiche e in gran parte endemiche sacche di marginalità, ma come tale condizione si sia estesa a corpose quote di forza lavoro salariata. Ma tutto ciò da che cosa trae origine? Attraverso quali passaggi ciò si è reso possibile? Che cosa ha reso così familiare la condizione dell’esclusione? La questione non è liquidabile in poche battute poiché la repentina caduta dentro l’ambito dell’esclusione sociale è il frutto di più fattori che, nel corso dell’analisi, vanno tenuti costantemente a mente. Non si tratta, infatti, del semplice e meccanico riflesso di una condizione oggettiva (le trasformazioni intervenute dentro il ciclo produttivo) ma, piuttosto, il risultato di un insieme di interventi oggettivi (economici), soggettivi (politici) e teorici che hanno contribuito alla messa in forma dello scenario attuale. Una nuova definizione del concetto di esclusione sociale deve, pertanto, tenere costantemente a mente l’intreccio di queste tre dimensioni.

L’irrompere dell’esclusione sociale come fenomeno interno alla condizione lavorativa di corpose quote di forza lavoro ha iniziato a delinearsi con l’era del cosiddetto capitalismo globale il quale ha coinciso, a grandi linee, con il crollo dell’URSS e la fine del bipolarismo. Da quel momento in poi, avendo a mente la condizione della forza lavoro salariata occidentale, si è assistito a una sorta di globalizzazione in basso della condizione operaia e proletaria. Tutto questo all’interno di un doppio movimento. Per un verso, attraverso i processi di delocalizzazione ed esternalizzazione dei processi produttivi, il ciclo della merce ha iniziato a essere dislocato nelle più svariate aree del mondo mentre, al contempo, le condizioni di vita e di lavoro presenti nei Paesi non occidentali ha iniziato a plasmare le relazioni lavorative anche dell’ex Primo mondo. La ricerca di sempre maggiore produttività e riduzione del costo del lavoro, accompagnata a cospicui provvedimenti di detassazione dei profitti, è stata la linea di condotta del comando capitalistico internazionale.

Nonostante le tensioni e gli squilibri che hanno attraversato e attraversano sempre più i diversi gruppi imperialisti nei confronti della forza lavoro salariate questi blocchi si sono mossi in maniera assolutamente unitaria e compatta. L’attacco alle condizioni di vita delle masse ha conosciuto picchi che, solo pochi anni addietro, neppure i più reazionari e destrorsi capitalisti avrebbero neppure ipotizzato. Un attacco che ha comportato non solo la “semplice” riduzione di salario, di garanzie, di diritti interni al luogo di lavoro e produzione ma si è dipanato su tutti gli ambiti sociali.

Il costo del lavoro, infatti, non si limita alla semplice questione salariale ma investe, o almeno ha investito specialmente nei Paesi dell’Europa occidentale, tutto quell’insieme di “diritti sociali” non direttamente collegati agli ambiti aziendali. In questo senso il costo del lavoro associa alla voce salario propriamente detta una serie di aspetti complementari quali pensioni, sanità, scuola ecc. che costituiscono, o almeno hanno costituito, un insieme di capitoli di spesa legati a doppio filo al salario e alla forza operaia che questo incarnava. La lotta incessante, e tuttora in corso, contro la spesa sociale da parte di tutti i governi borghesi degli ultimi decenni racconta esattamente il graduale e costante assedio a cui la forza-lavoro salariata dei Paesi occidentali è stata sottoposta e la sua sempre maggiore vicinanza a quella condizione lavorativa che, da tempo, l’imperialismo delle multinazionali aveva ampiamente sperimentato fuori dai confini del Primo mondo.

[…] Infine, e non si tratta di un passaggio privo di ricadute, aumenta in maniera esponenziale il numero di coloro che vivono attraversando continuamente la soglia della legalità. Il dilatarsi dell’area penale, una costante che accomuna tutti i Paesi occidentali, testimonia quanto, per corpose quote di popolazione subordinata, il ricorso all’illegalità funziona esattamente come stato d’eccezione permanente. Il tutto, sia ben chiaro, senza alcun romanticismo o ribellismo di sorta. La massa di subalterni che attraversano le soglie della legalità hanno veramente ben poco del bandito e/o del masnadiero così come, nel loro agire, non vi è nulla di, almeno sotto il profilo “oggettivo”, antagonista o di poco convenzionale ma, ben più prosaicamente, vi è l’assunzione drammatica e realista al contempo di una condizione esistenziale che non lascia molte vie di fuga. Per cospicue quote di forza-lavoro subordinata, il ricorso all’illegalità, non è altro che la “banale” articolazione di una complessa giornata lavorativa nella quale, volta per volta e in base alle richieste del mercato, si svolgono diverse funzioni. Del resto, e non è un caso, la stragrande maggioranza delle attività illegali sono legate a quell’insieme di servizi “illeciti” ampiamente richiesti dalla società legittima. All’interno di questa sorta di “terziario illegale” si consumano quote di giornate lavorative di quel “lavoro (e lavoratore) senza fissa dimora” di cui le nostre società sembrano essere sempre più voraci. Uno scenario talmente diffuso da non fare neppure più notizia.

Questi dati strutturali e oggettivi hanno avuto bisogno di un involucro soggettivo, ossia politico, in grado di gestire al meglio tale passaggio. Questa forma è riconducibile a quel movimento cosiddetto neoliberista e ordo-liberale che ha caratterizzato un intero ciclo storico della borghesia. Un ciclo politicamente organizzato a partire dai primi anni Settanta del secolo scorso la cui gestazione affonda le radici sin dentro il dibattito degli economisti e dei politologi tra le due guerre. A caratterizzare questa fase, in maniera apparentemente sorprendente, è la rivolta della borghesia, e soprattutto delle sue frazioni imperialiste, nei confronti dello stato. A partire dai primi anni Settanta abbiamo così assistito a una continua battaglia antistatuale da parte di corpose quote di borghesia. Ma di quale battaglia si è trattato? A ben vedere a venire intaccate non sono state certo le funzioni propriamente politiche dello Stato, piuttosto a essere costantemente sotto tiro sono stati gli interventi statuali dentro la società e la funzione di mediatore dei conflitti assolta dallo stato per gran parte del Novecento a partire da quella grande cesura storica che è stata la Prima guerra mondiale.

In poche parole ciò che è diventato oggetto di critica costante da parte della borghesia è stato il carattere anche sociale dello stato. L’obiettivo strategico di questo discorso ha mirato a ri-separare lo stato, ossia la sua funzione squisitamente politica, da quella sociale riportandolo in quella dimensione in cui la “questione sociale” rimaneva estranea alle retoriche proprie della politica. Quali sono le ricadute al contempo oggettive e soggettive di questo passaggio? Si tratta banalmente, anche se questa è la ricaduta empirica più immediata ed evidente, di un impoverimento più o meno generalizzato delle masse subalterne? Si tratta di un mero ridimensionamento di quell’insieme di “consumi”, dove per consumi non si intende semplicemente la quota di merci acquisibili tramite il salario bensì di quel “consumo sociale” che passa attraverso il diritto alla salute, allo studio, alla gestione di ampie quote di tempo libero e così via? In poche parole si tratta di una partita che si gioca per intero dentro la dimensione economica oppure, tutto ciò, si porta appresso una mutazione radicale e complessiva della relazione tra capitale e lavoro salariato rispetto a ciò che, pur con tutte le modifiche e le rotture storicamente intervenute, abbiamo sino ad ora conosciuto? La condizione dell’esclusione sociale lascia, fatte le tare del caso, immutate le cornici del conflitto oppure, dentro la fase imperialista attuale, gli elementi di rottura rispetto alle epoche precedenti sono di tale portata e ricaduta da investire nel suo insieme la relazione tra comando capitalistico e masse lavoratrici subordinate? I dati obiettivi porterebbero a optare per quest’ultima ipotesi ed è esattamente dentro questo passaggio che la questione dell’esclusione sociale, per quanto a prima vista possa apparire paradossale, si emancipa dagli angusti e classici ambiti della marginalità per diventare tema centrale delle nostre società.

[…] Di fronte a sé, la borghesia, non riconosce alcun hostis ma solo, sul fronte interno, “anormali” e canaglie sul piano internazionale. A caratterizzare la fase attuale è l’assenza del nemico pubblico e della dimensione esistenziale propria del “politico”. Dentro tale scenario, per forza di cose, diventa impensabile ogni ipotesi di mediazione e/o di diplomazia poiché, perché tali pratiche possano venir messe a regime, occorre che il principio di reciprocità giri a pieno regime. In definitiva l’esclusione sociale non è altro che la forma “concreta” di un passaggio ancor più radicale: l’espulsione delle masse dalla scena pubblica, quindi dalla politica. Ma tutto ciò, a ben vedere, non ha molto a che fare con il modello coloniale? Ecco che, allora, non poche cose iniziano a chiarirsi. L’era globale non ha azzerato la storia di ieri bensì ritradotto, nel nuovo scenario in cui il capitalismo ha modellato il mondo, l’insieme di pratiche di disciplinamento e dominio che, nell’era precedente, rimanevano rigidamente separate da precise linee di confine. Ciò che l’era globale ha ri-tradotto è l’idea di confine, non certo il suo superamento e un semplice sguardo empirico dei territori urbani ne offre una facile riprova.

Contrariamente all’epoca in cui le città erano segnate dalla linea di confine tra città borghese e città operaia oggi queste sono segnate dal luogo degli individui al non luogo delle “masse senza volto”. Mentre, città borghese e città operaia, vivevano una relazione oggettivamente simmetrica oggi il rapporto tra gli ambiti legittimi della città e gli altri è segnato da un rapporto completamente asimmetrico. In ciò a essere determinante è una realtà a due facce, da un lato la “società degli individui” dall’altro il modello coloniale o delle “masse senza volto”. Questo il duplice registro che fa da sfondo alle nostre società e alle nostre città dove, accanto allo spazio urbano degli individui si stagliano i non luoghi deputati a contenere masse anonime senza nome e senza volto e dove l’idea stessa di individualità è bandita reiterando con ciò una condizione tipicamente coloniale che oggi convive, fianco a fianco, con quella dell’individuo globalizzato. A partire da questo scenario, allora, l’esplosione della banlieue è ben distante dall’assumere i tratti confusi e disperati dei disperati senza storia bensì il livello “politico” più alto che la lotta di classe assume nell’era attuale. Certo si potrebbe obiettare che queste lotte rimangono prevalentemente confinate nell’ambito della voce senza approdare al linguaggio ma è esattamente per questo che si è parlato del partito della banlieue. Non da ora la soggettività di classe tende a essere perimetrata nell’ambito della voce poiché è il salto al partito che consente di approdare al linguaggio. È il partito lo strumento e la struttura grammaticale in grado di trasformare la voce in lessico politico ma questa grammatica poggia per intero sulla sintassi della classe.


  1. Questa, andando al sodo, è la realtà, assolutamente nuova, con la quale la teoria critica si trova a fare i conti. Quando parliamo di banlieue non ci riferiamo solo a quello specifico ambito urbano proprio dell’urbanistica francese ma di un “luogo sociale”, che oggi si reitera in gran parte dell’Europa globalizzata. Quei luoghi, cioè, dove i confini politici, sociali, culturali ed economici si moltiplicano in continuazione dando forma a nuove linee di confinamento e neocolonialismo ma, al contempo, producono forme di soggettività antagoniste in aperto conflitto con il potere imperialista.  ↩

  2. Si tratta, e qua si torna prepotentemente a Lenin, di compiere un’operazione non dissimile da quella operata da Lenin di fronte alla realtà che la “nuova Russia” capitalista aveva sedimentato. Nelle officine Putilov Lenin coglie il mondo nuovo e, con questo, la soggettività di classe che dentro quelle officine si va delineando. Quella soggettività sarà il motore della rivoluzione. Con quella soggettività il partito dell’insurrezione è obbligato, se vuole rimanere sul filo del tempo, a misurarsi. Per una buona esemplificazione di questo metodo si veda, A. Negri, Partito operaio contro il lavoro, in Id., I libri del rogo, Derive Approdi, Roma 2006, poiché ciò che in quel testo viene colto è esattamente il portato strategico della soggettività di classe la quale, attraverso la pratica spontanea del rifiuto del lavoro salariato, dava precise indicazioni per la tattica di partito.  ↩

  3. In fondo è questo che Lenin fa in continuazione. Leggere la classe significa stare a tutti gli effetti dentro la classe e coglierne per intero le tendenze. Ciò comporta l’instaurazione di una permanente dialettica tra classe e partito poiché, detta relazione non si dà mai in maniera lineare, bensì sempre attraverso dei salti. Sono questi salti, queste rotture, in grado di far valere giorni come decenni, a dover essere colti.  ↩

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