di Sandro Fracasso
Quando le comunità sono in armonia, sono propense al dialogo e alla comprensione, per questo motivo, risulta difficile convincerle della necessità di una morte violenta. Infatti, in una collettività appagata la chiave di comunicazione principale è quella empatica e le soluzioni sono orientate dal buon senso.
Come si può quindi disegnare un contesto che assolva la duplice funzione di giustificare la violenza e rendere accettabile l’atrocità?
Un primo passo fondamentale sta nella demonizzazione del diverso, nell’assegnazione di un canone preventivo che stabilisca cosa sia bello, buono, giusto e cosa – e quindi chi – no.
Se i tratti somatici sono tra gli indicatori primari per la reciproca scelta riproduttiva, in virtù di un riconoscimento di affinità genetica, nella definizione di diversità si rivela il livello evolutivo raggiunto da una società.
Quella greca è, a ragione, considerata baluardo e pietra miliare dello sviluppo occidentale. Questo però non la rende un assoluto globale e ancor meno infallibile. Resta comunque il fondamento della civiltà romana (“La Grecia conquistata conquistò a sua volta il feroce vincitore”, Ovidio), che si svilupperà secondo la regola dell’assimilazione sincretica, e sta alla base dell’attuale sistema relazionale occidentale ed “estremo occidentale”. Se non ha senso imputare esclusivamente al passato le responsabilità presenti, come non riconoscere i tratti salienti del militarismo conquistatore greco-romano nell’ambizione suprematista occidentale?
Dalla combinazione di efficienza tecnica e determinazione morale nasce la convinzione di essere destinati all’espansione e al dominio. Lo stesso schema mitologico si basa sulla necessità di avvallare un principio di sottomissione e controllo. Chi prova a resistere a queste ambizioni viene iscritto nel registro degli illetterati, dei “balbuzienti” (barbari), degli incivili. E perché non dei mostri?
La civiltà minoica si sviluppa a Creta circa 2000 anni prima di quella greca classica. Controlla i traffici del Mediterraneo, gode dell’influenza egizia, di contatti con i fenici, spazia fino al Mar Nero e all’Anatolia. Una breve panoramica sulla sua religione ci rimanda a culti officiati da sacerdotesse, con divinità femminili e, quando si trapassa, la trasmissione dell’eredità è garantita per via matrilineare. Anche i giochi più pericolosi, ad esempio la taurocatapsia, vedono protagonisti sia fanciulli che fanciulle, mentre il potere militare e giuridico sono saldi nelle mani degli uomini.
La società minoica era pacifica e socialmente stabile. Pur consapevoli di avere a che fare con una civiltà che impose un dominio commerciale (anche tramite azioni belliche), le va riconosciuto un livello di sviluppo relazionale molto avanzato, il quale antepose la collaborazione allo scontro.
Per i micenei la ricchezza di Creta, il pullulare di palazzi, gioielli e opere d’arte devono essere stati stordenti. Dal loro punto di vista, incentrato sul dominio militare e sulla supremazia maschile, una società come quella minoica era un curioso paradosso, tra l’altro vincente.
Durante la loro secolare coabitazione sulle sponde dell’Egeo si assistette a un lungo percorso di relazioni che sfociò in un progressivo passaggio di egemonia.
Molta della cultura minoica fu assimilata e rielaborata dai micenei, andando a costituire le basi di quella greca, tanto che in alcuni ambiti è difficile distinguerne i confini di pertinenza. Questo vale anche per il mito.
Vae victis
Guai ai vinti! Si tramanda lo abbia affermato Brenno, durante il sacco di Roma nel 390 a.C. In sintesi chi perde non ha diritti.
Non un’articolata strategia comunicativa, quanto uno slogan diretto, che ribadisce l’effetto remunerativo della vittoria. Che c’entra con lo scontro tra Cnosso e Atene avvenuto svariati secoli prima?
Si attaglia alla narrazione costruita attorno all’obbiettivo. Brenno inneggiando al diritto di saccheggio infiamma e compatta i suoi guerrieri contro gli sconfitti.
I micenei mille anni prima intendevano imporre il proprio dominio su Creta e sulle sue ricche rotte commerciali. D’altronde – come nel caso di Roma invasa dai Galli – andavano convinti gli ateniesi che quelle città sfarzose, quella società paritaria, felice e gaudente, erano decadenti, perciò meritevoli di essere annientate e ricondotte ai superiori valori militari. Con un importante distinguo: mentre la maggior parte delle invasioni dei barbari si basavano su un eccezionale leader carismatico e una serie di circostanze favorevoli, spesso irripetibili, il progetto miceneo era egemonico sin dal principio, essendo basato sull’orientare il popolo al culto della conquista perenne. Come si può realizzarlo facendo presa tanto sugli abitanti dell’Acropoli quanto su quelli delle campagne?
Il diritto di saccheggio era un buon incentivo. Prima però c’era da convincere i soldati che, come i loro padri e in seguito i loro figli e nipoti, la vittoria gli era destinata per nascita in quanto stirpe di eroi. Il piede di porco della predestinazione scardina molte resistenze, inibendo la paura della morte. Cosa deve temere un esercito di eroi cui spetta l’immortalità?
A sostegno di questa tesi, va sottolineato che più il tempo passa e l’abbondanza prospera, maggiori sono i premi offerti per convincere le persone a partire per la guerra. Attorno all’VIII secolo a.C. Omero cita per primo nell’Odissea (Libro IV) i Campi Elisi, mentre Esiodo narra delle Isole dei Beati nel suo Le opere e i giorni. Sono luoghi dove la vita dopo la morte trascorre tra bellezza e piaceri, destinati agli eroi e ai caduti più illustri.
Dovremo attendere i romani perché questi privilegi divengano più “accessibili”, nel senso di aperti a tutte le anime dei giusti.
Ma la domanda interessante che possiamo porci è: sono cambiate davvero le logiche conquistatrici e neo-colonialiste di alcune presunte democrazie occidentali contemporanee?
In questo spazio d’azione si inserisce il mito del Minotauro.
Figlio della lussuria, del tradimento, sì perché Parsifae in quanto regina, ma soprattutto donna minoica forte della parità dei diritti e dei ruoli sociali che condivide con le altre abitanti di Cnosso, può e dunque deve essere fedifraga.
La sua lussuria che viene opportunamente blandita tramite l’effetto inebriante indotto da Poseidone non inganni, è uno stratagemma di cui la mitologia fa largo uso, per convincere anche i più moderati della necessità degli accadimenti. Se così non fosse, il tradimento terminerebbe nell’accoppiamento bestiale con il Toro di Creta, non ci sarebbe bisogno di discendenza.
Un mito conquistatore e militarista si fonda però sulla progenie, su figli forti, sani e vincenti. Tale è anche il frutto della lussuria, ma il suo aspetto porta con sé il segno della colpa e il marchio estremo della corruzione, con cui l’intera reggia di Cnosso viene macchiata.
Inoltre Asterione si nutre di carne umana e Minosse lo usa per indebolire e terrorizzare le schiere degli ateniesi: il tributo annuale di sette giovinette e sette giovinetti greci da offrirgli in pasto alimenta l’odio verso Creta. Soffermiamoci sul numero rituale, sul sette, e sul fatto che non sono le “solite” sette vergini, sono esatti anche altrettanti ragazzi, una visione speculare, seppure distorta, della parità tra i sessi minoica.
Riassumendo, c’è una civiltà corrotta, una regina zoofila, un re pazzo di gelosia, un mostro ebbro di sangue. Poseidone il dio dei mari, prima fonte di ricchezza di Creta e dell’Attica, è stato ingannato e ha tolto all’isola la sua benevolenza.
Cosa manca?
L’eroe. Il quadro è maturo, serve una figura che si imponga per i valori superiori di una civiltà astro nascente, libera dalla corruzione e dalla decadenza di un sistema paritario i cui effetti sono evidenti e gli esiti nefasti.
Teseo porta con sé il meglio di Atene e il mito lo incorona irresistibile, offrendogli l’amore a prima vista di Arianna, figlia di Minosse. Questo sentimento porterà anche la figlia a ingannare il padre, a ulteriore sovrabbondante conferma di quanto il potere nelle mani delle donne sia pericoloso.
La loro alleanza, con la complicità di Dedalo, che attraverso il suo voltafaccia rimarca il declino dell’autorità di Minosse, porterà allo scontro fisico col Minotauro.
Vincerà il re greco ed è importante specificare come Teseo – secondo la versione di Apollodoro – sconfigga e uccida il “mostro” a forza di pugni. La prestanza fisica di Asterione avrebbe giustificato l’uso di un’arma, ma l’esito non avrebbe avuto la stessa risonanza. C’è una volontà divina in questa esecuzione a mani nude: nessun essere, sia esso voluto dagli uomini o dagli dei, sopravvive alla forza dell’eroe greco.
L’epilogo è la pietra tombale di ogni accordo, neppure su un piano vincitori-vinti. Arianna è abbandonata a Nasso da Teseo durante il viaggio di ritorno verso Atene.
Non ha intenzione di portarla con sé, non l’ha mai voluta davvero, la scusa di Dioniso che gli appare in sogno serve a calmierare un distacco netto e vile. Teseo se ne va mentre Arianna dorme, lui può, decide e agisce.



