di Alessandro Barile

La morte di Rossanda – straordinaria figura testimoniale del comunismo italiano – invita, anzi costringe a pensare ancora alla storia del nostro paese, all’impresa comunista nazionale e agli accidenti della rivoluzione. Contro le scemenze desideranti di insurrezioni «felici», Rossanda ci percuote con la sua verità, l’unica plausibile: la rivoluzione è un atto di sofferenza. Non si entra innocenti e se ne esce devastati. Umanamente, politicamente. Perché dovrebbe essere altrimenti? È un atto di vendetta per le generazioni passate e di sacrificio per quelle future. «Siate indulgenti», invoca Brecht, perché di ogni crimine ci saremo macchiati, e non verremo assolti. Quei crimini, di cui parla a cuor leggero una malandata etica della convinzione comunista, sono crimini verso noi stessi, non verso gli altri, famigerati “nemici di classe” su cui scaricare i necessari orrori della storia e della nostra coscienza. Siamo noi che veniamo compromessi, noi che ci macchieremo dei tradimenti e delle conversioni. Eppure si dovrà fare, è stato fatto: l’inazione giudicante non preserva dall’innocenza, è anzi una colpa ben maggiore.

La lunga, lunghissima riflessione di Rossanda si muove entro questi limiti. I limiti di una persona che si è scontrata direttamente con questi problemi, e che ha capito. A cui ha dato risposte molteplici, profonde, disorientanti. Su cui si può essere d’accordo e in disaccordo, come normale, ma riconoscendo le domande giuste, le uniche possibili, che si chiedono direttamente del travaglio umano che porta con sé ogni rivoluzione. Non esistono rivoluzioni innocenti. Un monito.

Rossanda ha scritto tanto, dagli anni Cinquanta ad oggi. Meriterebbe di essere letto tutto, soprattutto ciò che scrisse durante la sua militanza nel Pci, soprattutto durante il suo ruolo dirigente alla Federazione di Milano, prima, e alla Sezione culturale del partito, dopo. Nel pieno cioè della sua battaglia politica e culturale, dentro al comunismo ma a suo modo, lontana da una certa tradizione romana-meridionale del comunismo italiano, piena dei dubbi suscitati dalla sua formazione milanese, ovvero banfiana, razionalista, “antidogmatica” (nel senso passato del termine, ché quello odierno, isterilito e violentato, rafforza le virtù del dogma). Una militante del partito togliattiano, senza essere gramsciana, senza essere storicista, senza vocazioni ecclesiali. Eppure dirigente, ingaggiata in una lotta periclitante, seria, di quella serietà possibile solo a chi ha visto coi suoi occhi e toccato con mano ciò che ha voluto dire comunismo e rivoluzione nel Novecento. Non un pranzo di gala. È per questo che se la sua vicenda al manifesto è una storia di battaglia culturale, diremmo anzi intellettuale, la sua lotta dentro il Pci è pienamente politica, ha a che fare direttamente coi problemi organizzativi, ideologici, storici del comunismo e del movimento operaio. È una lotta meno “libera”, ma più seria, proprio perché più compromettente.

Due suoi scritti racchiudono però il suo percorso politico-esistenziale, e sono scritti della maturità: l’uno, Un viaggio inutile, scritto nel 1980; l’altro, la sua arcinota autobiografia – La ragazza del secolo scorso – scritto nel 2005 e che è anche, tra le altre cose, un’opera di prima importanza letteraria. Meritano di essere riletti, ne consigliamo – se possiamo consigliare qualcosa senza peccare di boria – la lettura. O la rilettura, ancora più piacevole. Parlano di un tempo che non c’è più e di problemi che non sono più i nostri. Nonostante ciò, per chi ha ancora a cuore la storia del comunismo, per chi ancora si sforza di dargli un’esistenza, una prospettiva politica e non solo testimoniale, sono passaggi di esasperata introspezione collettiva ancora utili. Sono vaccini, fanno crescere anticorpi. Si può poi discutere, ma solo dopo aver capito.

L’errore da evitare è considerare Rossanda come una “eretica” (ovvero le domande che Rossanda stimola come domande “eretiche”: non c’è, né poteva esserci, nel Pci degli anni Cinquanta e Sessanta, eresia: extra ecclesia nulla salus, lo sapeva bene anche Rossanda). Nessuna delle questioni poste – che poneva già nel partito fino al ’69 e che rinnoverà nelle sue riflessioni complessive fino alla sua autobiografia – sono altro dalle questioni del movimento operaio. Matura in Rossanda, all’incirca nei primissimi anni Sessanta (già prima del X Congresso, e poi aumentandone l’intensità con l’avvicinarsi dell’XI, e poi, ovviamente, col XII Congresso) un’idea terremotante: comunismo e rivoluzione potevano non essere sinonimi. Potevano addirittura essere avversari. Non solo per il fatto, storicamente evidente, che l’Urss non rappresentava più l’unico comunismo possibile e l’unica rivoluzione riuscita, una volta assestatasi l’esperienza cinese, e poi la lotta anticoloniale da Cuba al Vietnam, e poi l’Algeria eccetera; non solo per la complessiva e anodina strategia della “via italiana al socialismo”, che spazzava via qualsiasi fantomatica ambiguità comunista o prese putschiste del Palazzo d’inverno. Queste erano ovvietà neanche più dibattute nel mondo comunista, almeno italiano, e almeno dal ’44 (ma Salerno non costituirà alcuna “svolta”, semmai sancirà un percorso avviato almeno dal ’35, strutturatosi anche ideologicamente nella Guerra di Spagna e riproposto poi nella Resistenza). Insomma la “rivoluzione” italiana era un processo di lungo periodo – una guerra di posizione – da svolgersi nella democrazia e nelle riforme. Non era questo il nodo che Rossanda avverte come problematico con l’avvio dei Sessanta. Piuttosto, con l’evoluzione capitalistica del paese e la lenta formazione del centro-sinistra, che della trasformazione produttiva ne sanciva e ne voleva blindare i rapporti politici, il senso e la qualità di questo “processo rivoluzionario” perdevano significato, divenivano sempre più fumosi e sempre meno alternativi. Il Pci combatteva una battaglia per “ammodernare” il sistema politico-economico italiano quando questi si andava rivoluzionando pienamente da sé, liberandosi delle incrostazione corporative, autarchiche a dimensione agricola, per divenire compiutamente e capitalisticamente moderno. Non c’era alcuna “rivoluzione borghese” da completare insomma, ma venendo meno questa prospettiva iniziava a declinare anche l’alterità comunista: come distinguersi da un capitalismo di fatto “di Stato”, da un’economia di fatto nazionalizzata, da una produzione che procedeva da sé a trasformarsi e, trasformandosi, mandava in pensione schemi e paradigmi sorpassati e ormai disfunzionali? E che, ancora, trasformandosi mutava anche la società italiana, la modernizzava nei consumi culturali, in quelli edonistici, nella libertà d’espressione e di partecipazione?

Ovviamente le durezze e le rigidità del sistema non mancavano, ma per intervenirvi occorreva un’altra idea di Italia, un’altra idea di sviluppo e un’altra idea di azione politica. E invece dal ’60 la situazione politica si rimette in moto, a dispetto dell’azione comunista. Le lotte sindacali e le mobilitazioni politiche mostrano una generazione che ancora non possiede una sua strumentazione organizzativa e ideologica definita, ma già si presenta come altro da sé dal comunismo “della tradizione”. Il partito, perdendo l’egemonia dell’opposizione, perdeva anche il collegamento con la società. Non tanto con “la classe”, ma dentro un processo in cui la classe cambiava, stravolgeva i suoi connotati e si “dualizzava”: una “vecchia” classe operaia, saldamente controllata dal Pci e dalla Cgil; una “nuova” composizione operaia e marginale svincolata dal controllo comunista, ma non per questo pacificata. Anzi, ancor più conflittuale. Di qui i problemi che Rossanda vede prorompere dal suo avamposto milanese, avanguardia delle trasformazioni sociali del paese. Che significa “rivoluzione in Occidente”, ossia il tema irrisolto che da un quarantennio aggrovigliava il movimento operaio europeo? Domande che però rimangono senza una vera risposta, generando nel partito una dialettica sorvegliata da Togliatti, non più ricomponibile sotto Longo.

Nel ’62 Rossanda viene mandata in Spagna a raccogliere adesioni per una conferenza anti-franchista da tenersi a Roma. La storia è raccontata – anche qui, da un punto di vista letterario, magnificamente – nel suo Un viaggio inutile. Anche in questo caso le risposte con le quali parte – ovvero gli schemi storico-ideologici comunisti – sono destinate a scontrarsi e a frantumarsi con la realtà spagnola: il franchismo come fascismo, e il fascismo come espressione del capitale, “costretto” ad evolversi in democrazia solo per mezzo di una necessaria rottura, se non sociale almeno politica; e una rottura provocata inevitabilmente dall’azione delle masse, guidate – altrettanto inevitabilmente – dal partito comunista. Con questo schema in testa parte alla volta della penisola iberica, rimanendone disorientata. Il franchismo pare avviato sulla strada della dissoluzione interna, ma le lotte di classe languono; i partiti e le organizzazioni anti-franchiste giacciono inerti, mentre nei suoi dialoghi con le forze dell’opposizione carpisce quello che sarà poi l’effettivo destino della democrazia spagnola: un cambio attuato dall’interno stesso del franchismo, addirittura dalla monarchia, e guidato da quel capitale a cui non serviva più l’esagerata copertura repressiva degli anni Quaranta e Cinquanta (una repressione che era anche repressione dei consumi, dei costumi), ma la modernizzazione, anche dei rapporti politici, favorita dall’entrata nel Mercato comune europeo. Fascismo e democrazia liberale erano allora così “alternativi”? E se così non pareva, come valutare la retorica dei fronti democratico-popolari? Come interpretare l’azione di ricomposizione politica tentata dal Pci, dal ’47 in poi avente come unica strategia effettiva quella di ricostruire il fronte sfaldatosi con l’estromissione di comunisti e socialisti dai governi De Gasperi? Se il compromesso storico era già nell’aria, se non nelle cose, negli anni Sessanta, quale elemento di novità storica avrebbe dovuto costituire? Infine: se nel paese montava una nuova richiesta di partecipazione e di protagonismo popolare, e il Pci invece di starne alla guida pareva soffrire tutto ciò che si muoveva fuori dal suo controllo, tentando di disciplinarlo e di piegarlo alle logiche elettorali e parlamentari, come non poteva determinarsi una frattura, questa sì tellurica, tra diverse opposizioni, diverse alternative allo status quo, che sarebbero entrate in clamoroso e irriducibile conflitto negli anni Settanta? Poteva, può, esistere un comunismo che non si pone il problema effettivo della rivoluzione?

Queste erano, al fondo, le questioni politiche che Rossanda poneva, esplicitamente, al partito, nel momento in cui lei non era un outsider intellettuale ma una dirigente nazionale, membro del Comitato centrale, deputata in Parlamento e vertice della Sezione culturale comunista. Domande a cui non solo la destra di Amendola rispose opponendo una strategia alternativa (ovvero il percorso storico di riavvicinamento con i socialisti e l’inizio di una nuova storia, questa volta pienamente dentro la socialdemocrazia), ma l’intero gruppo dirigente contestò rinsaldando l’unità della direzione e l’unità strategica del partito.

Questa la battaglia decisiva. Su cui si innestava un’alternativa culturale anch’essa sfidante, ma tutto sommato secondaria. Rossanda era senza dubbio un’altra cosa dallo storicismo gramsciano-togliattiano. Eppure nei suoi venti e passa anni di militanza comunista, questa diversità non avrebbe costituito un limite alla sua azione dirigente nel partito, sia nella Federazione di Milano retta da Alberganti (su cui esprimerà sempre parole di stima, quasi di affetto, a differenza dei duri giudizi su Secchia), sia a Roma al quinto piano di via delle Botteghe oscure (dove il rapporto tra Rossanda e Togliatti è quanto di più affascinante, criptico e “vivo” si possa ancora leggere). La posta in gioco era politica, non culturale. Ed è su questa che si andò allo scontro e alla radiazione. Ma questa è un’altra storia. Con i suoi torti e le sue ragioni. Una storia minore. Le questioni decisive erano già all’ordine del giorno dei primi anni Sessanta. Rossanda non ebbe, né poté avere, risposte chiare. Ma quelle domande ci guardano ancora oggi e attendono una risposta.

 

 

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