di Sandro Moiso

Countdown. Studi sulla crisi. Vol.III, Asterios Abiblio Editore, Trieste Novembre 2018, pp.160, euro 15,00

Secondo le stime dell’ufficio statistico federale, a novembre, in Germania la produzione di beni di consumo è diminuita di oltre il 4%, i mezzi di produzione di quasi il 2% e i beni intermedi dell’1%. Il calo della produzione è stato avvertito anche nel settore energetico e delle costruzioni e tutti questi problemi sono associati alle difficoltà incontrate dall’industria automobilistica del paese governato da Angela Merkel.

Se la cosiddetta locomotiva tedesca non si dimostra più così capace di trainare il trenino europeo, anche dall’altra parte del mondo l’economia cinese inizia a dare i primi segnali di cedimento, mentre la guerra dei dazi tra USA e Cina aggiunge ulteriori preoccupazioni sullo stato “reale” dell’economia mondiale e allo stesso tempo per i titoli azionari statunitensi, il mese di dicembre scorso è stato il peggiore dal 1931, ovvero dalla Grande Depressione!1 Inoltre “le principali detenzioni estere di debito statunitense a ottobre sono calate di altri 26 miliardi […] Sempre in base a dati ufficiali riferiti allo scorso ottobre, gli investitori esteri hanno venduto altri 22,2 miliardi di dollari di titoli azionari statunitensi, il sesto mese di vendite di fila”.2 Così che al World Economic Forum di Davos, tra il 22 e il 25 gennaio, in sostituzione di tre rappresentanti assenti di altrettanti pezzi da novanta dell’establishment economico occidentale (Macron impelagato tra gilets jaunes e affaire Benalla; Theresa May incastrata tra un Parlamento ribelle e una possibile hard Brexit e Trump e la delegazione americana che hanno colto l’occasione dello shutdown federale per non prendervi parte), ha preso posto un’unica autentica convitata di pietra: la recessione mondiale.

Ma qui in Italia, dall’alba al tramonto, dalla lettura delle prime pagine dei giornali fatta da Roberto Vicaretti per RAI News24 fino a tutti gli zerbinotti del PD, di Confindustria, di Bankitalia e delle politiche economiche messe in atto dalla Banca Centrale Europea e dalla francesissima direttrice del Fondo Monetario Internazionale,3 Christine Legarde, tutti i media cartacei e non, imbeccati anche dal vicepresidente della Commissione europea Vladis Dombrovskis, sembrano soltanto preoccupati di far ricadere sulle spalle del governo gialloverde, tutt’altro che scevro da altre gravi responsabilità, non solo l’attuale crisi del sistema economico italiano, che nel mese di novembre ha visto una flessione del 2,6% della produzione industriale e che nell’ultimo trimestre del 2018 ha registrato un calo al -0,2% del PIL, ma addirittura quella dell’intero sistema economico europeo e mondiale.
D’altra parte quando negli Stati Uniti si vuole definire una situazione, quasi sempre in ambito politico, di chiara dissimulazione e creazione di una cortina fumogena, si usa l’espressione wag the dog (gioco di parole sul paradosso di agitare il cane, invece che quest’ultimo la coda). Tale scelta dimostra però, in coloro che l’accolgono, un’assenza totale di capacità analitica e di visione globale del divenire economico-sociale che nonostante tutto riesce ancora a stupire.

Ben venga dunque, anzi lunga vita, in un paese in cui sembra ormai quasi impossibile trovare un barlume di intelligenza (comprensione dei fatti reali) politica in una sorta di autentico Mar dei Sargassi dominato soltanto dalle bonacce ideologiche, ad una rivista di carattere antologico come Countdown che fin dal suo primo apparire (luglio 2014), all’epoca per le Edizioni Colibrì, ha fatto dell’opera di smantellamento di un ostinato maquillage mediatico e di un sempre più miserevole restyling analitico, tesi a incensare le magnifiche sorti progressive dell’attuale senescente capitalismo, il centro e il motore delle proprie analisi.

Coundown, attraverso la selezione di testi scelti tra i più interessanti prodotti a livello mondiale “che vanno a toccare gli aspetti fondamentali del capitale nelle diverse forme in cui si esprime” sembra dar vita ad un autentico assalto teorico, tutt’altro che scontato, a quel “realismo capitalista”, come lo ebbe a definire Mark Fisher, che sembra aver occupato tutto l’orizzonte del pensabile ed essere stato quasi totalmente sussunto anche all’interno delle istanze di chi, apparentemente, vorrebbe almeno formalmente recedere dall’assurdo contratto stilato socialmente e culturalmente con l’attuale modo di produzione. Come recita la presentazione dell’ultimo numero:

Da troppo tempo assistiamo alla mancanza di un’opposizione teorica e pratica al sistema economico capitalistico e in gran parte gli intellettuali che frequentano i dibattiti nei mass media costantemente si propongono come salvatori del modo di produzione che domina la vita quotidiana dei lavoratori. La crescita economica diventa sempre più un miraggio e la produzione mainstream sull’economia e sulle misura da adottare è fatta di luoghi comuni fini a se stessi. Nell’avanzante caos le teorie economiche dominanti e le analisi che da esse derivano hanno perso ogni senso dimostrando, in maniera ancora più spettacolare del passato, di essere solo giustuificazioni ideologiche dello stato di cose esistente. […] Precisiamo che tale operazione costituisce solo un contributo scientifico fornito a coloro che intendono comprendere le dinamiche del declino del modo di produzione capitalistico, per indirizzare l’analisi critica verso l’evidenza empirica, in contrasto con le impressioni di carattere soggettivamente deduttivo.

In questo senso sottolineare le difficoltà reali dell’economia attuale, che vede trionfatori solo un numero sempre più ristretto di autentici profittatori e rentier (26 super miliardari, secondo le analisi dell’Oxfam, che da soli possiedono la ricchezza della metà più povera degli abitanti del globo) che hanno visto nel corso dell’ultimo anno crescere le loro ricchezze dell’1,2% a fronte di un peggioramento dell’11% in meno per la parte più povera del pianeta, significa non trovare scuse per un governo populista e sovranista come quello italiano attuale, ma togliere ogni giustificazione a coloro che, mascherandosi da difensori di diritti universali, ormai soltanto presunti ma morti e sepolti proprio in grazia dell’azione di chi oggi li sbandiera in chiave esclusivamente elettoralistica, cercano ancora di giustificare l’ingiustificabile: la permanenza in vita del capitale e dei suoi funzionari economici, politici e mediatici. Secondo i quali invece l’attuale modo di produzione potrà essere sviato dal suo radioso percorso di crescita infinita soltanto da piccole anomalie del sistema oppure da errori scriteriati commessi dai suoi servitori più incompetenti o, peggio ancora, dai suoi contestatori più triviali e primitivi, come quelli che si oppongono alle grandi opere in/utili.

Ma, come dimostrano i sette saggi contenuti in questo numero di Countdown, le cose non stanno affatto così. Saggi che nell’insieme vanno a destrutturare un immaginario che delle perpetue capacità di rinnovamento del capitalismo ha fatto il suo motivo di interesse proprio per non dover giustificare la propria incapacità di pensare a ciò che sarebbe possibile in sua assenza o in alternativa. Saggi adatti, in un mondo dove le vecchie regole dello sfruttamento del lavoro umano e dell’ambiente e in cui lo Stato ha mantenute inalterate le sue funzioni repressive e la sua capacità di coagulo di forze economiche e sociali che sarebbero altrimenti disperse, a far sì che non si debba più obbligatoriamente dare per vera la formula secondo la quale oggi sarebbe “più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo”. Utili per rigettare la vecchia dottrina tatcheriana del There Is No Alternative (Non c’è alternativa), che è stata così pesantemente instillata nell’immaginario sociale degli ultimi decenni.

Il saggio dell’argentino Esteban Ezequiel Maito, L’instabilità storica del capitale: la tendenza alla caduta del saggio di profitto dal XIX secolo, prende in esame le stime del saggio di profitto sul lungo periodo di quattordici paesi, mettendo in evidenza come l’andamento di tale saggio confermi le previsioni negative fatte da Marx. Particolare attenzione al suo interno è dedicata ad una stima del saggio di profitto globale degli ultimi sei decenni e al ruolo che la Cina ha avuto nella profittabilità del sistema.

Wolfang Streeck invece, in La Politica del debito pubblico: neoliberismo, sviluppo capitalistico e la ristrutturazione dello Stato, segue la crescita del debito pubblico nelle economie capitalistiche, a partire dagli anni ’70, accompagnata da una crescita economica debole, da un aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze e da una crescente resistenza fiscale, fino alla Grande Recessione e agli sforzi rivolti al suo consolidamento sotto la pressione dei “mercati finanziari” degli ultimi decenni.

Francisco Paulo Cipolla, professore di Economia presso l’Università federale del Paranà, nel suo articolo si occupa del Meccanismo del plusvalore relativo, mentre Alexei Izyumov e John Vahaly, entrambi professori di Economia presso l’Università di Louisville negli USA, nel loro Lavoro contro capitale nelle economie in transizione. Cosa direbbe Karl Marx?, analizzano i legami tra i modelli di capitalismo emersi dalle nuove economie di mercato dell’Europa dell’Est e dell’ex Unione Sovietica e le conseguenze della transizione per quanto riguarda il lavoro in riferimento alla distribuzione del reddito nazionale.

Andrew Glyn, scomparso nel 2007 e accademico di economia presso il Corpus Christi College di Oxford, si chiede(va) se Si riuscirà a dimostrare che Marx aveva ragione? Partendo dal fatto che Marx sosteneva che con l’evolversi del capitalismo una quota sempre più ridotta di ricchezza prodotta sarebbe stata destinata ai lavoratori, l’autore prova a confrontare tale ipotesi con l’ingresso massiccio sul mercato del lavoro mondiale dei lavoratori cinesi e indiani e le conseguenze che ciò ha avuto realmente sulle quote di redditto destinate ai diversi soggetti della produzione.

Wilfred Ukpere e Mohammed Bayat, entrambi docenti presso università e college del Sud Africa, si occupano invece del Rapporto funzionale tra divisione del lavoro e outsourcing. Sostanzialmente per i due studiosi outsourcing significa internazionalizzazione della divisione del lavoro. Considerando che la divisione del lavoro era localizzata, l’outsourcing avviene a livello globalizzato per garantire al capitale un ulteriore supporto per sfruttare il lavoro a livello globale.

Poiché ho affermato all’inizio che i testi raccolti su questo numero di Countdown, pur prodotti in contesti culturali diversi e da ricercatori estremamente differenti per provenienza e metodologie, possono risultare estremamente stimolanti per una riflessione che intenda travalicare le modeste banalità di base quotidianamente prodotte sia dalla narrazione economica mainstream che da quella sedicente alternativa o antagonista, ho lasciato per ultimo il testo di Antonio Pagliarone, membro della redazione della rivista, che in realtà apre l’antologia: Qualche riferimento al rapporto tra Information Technology e produttività.

In tale saggio, l’autore discute e critica severamente quella narrazione economica e politica che delle differenti innovazioni legate alle nuove tecnologie 2.0,3.0, 4.0, 5.0 e così via è stata fatta sia dai pallidi servitori e funzionari del capitale “alla Renzi”, sia da quei critici del capitalismo stesso che, subendo il fascino delle “nuove tecnologie”, vedono e pronosticano nella loro diffusione, un superamento già in atto dell’attuale modo di produzione. Numeri alla mano, però, Pagliarone dimostra lo scarso impatto di tali tecnologie dell’informazione sulla produttività del lavoro. Sottolineando come a partire dalla fine degli anni Settanta l’investimento nel rinnovamento dei macchinari sia sceso negli Stati Uniti e in Occidente e come tale investimento in capitale costante sia stato sostituito dall’outsourcing, dalla ricerca di nuove riserve di manodopera a basso costo in altri continenti e in altre parti del mondo oppure nella attuale e diffusa precarizzazione del lavoro in aree un tempo garantite. Dimostrando come, in realtà, sia stato l’aumento dell’intensità del lavoro, sia in Occidente che negli altri continenti, più che la sua informatizzazione a permetter al capitale di rallentare almeno parzialmente la tendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto insita nel suo sviluppo.

Verrebbe da dire, anche se l’autore non usa questo esempio, che la velocizzazione e l’aumento della circolazione e del consumo delle merci, attraverso l’utilizzo delle varie tecnologie informatiche x.0, basti pensare al caso di Amazon o di Foodora, sia in realtà dovuta più all’intensificazione e all’imbarbarimento dei rapporti di lavoro per i dipendenti delle due ditte in oggetto più che ad un reale aumento della produttività legata allo sviluppo di nuovi software, ricadendo completamente sulle spalle dei lavoratori e peggiorandone enormemente le condizioni e l’intensità del lavoro. Una scelta di sviluppo arcaica e triviale e tutt’altro che “all’avanguardia”. In cui, addirittura, i lavoratori devono procurarsi i “mezzi di produzione” (le biciclette) di tasca propria.

Più che di capitalismo n.x sarebbe forse allora il caso di parlare di capitalismo giunto al suo punto zero; un capitalismo, soprattutto quello italiano, che ha bisogno di grandi opere inutili per continuare a sopravvivere all’ombra di prebende statali (alla faccia del neo-liberismo sbandierato soltanto a danno della spesa sociale e sanitaria), almeno 600 richieste soltanto sul suolo dello stivale, e che per continuare a intascare profitti ai danni della maggioranza assoluta della popolazione mondiale non esiterà davanti a nulla: ulteriore devastazione dell’ambiente, guerre e colpi di mano politici presentati come unica strada per la salvezza economica nazionale.
Ma troppi, davvero troppi, tardano ancora ad aprire gli occhi e a comprenderlo.


  1. https://it.businessinsider.com/la-cortina-fumogena-della-narrativa-ufficiale-sulleconomia-globale-nasconde-una-realta-drammaticamente-diversa-ecco-i-dati/  

  2. Idem  

  3. Si veda come esempio recentissimo qui