di Fiorenzo Angoscini

Marco Ugolini, Il Carmine Ribelle. Storia dell’antifascismo nei quartieri popolari di Brescia, dal “biennio rosso” alla Resistenza, postfazione di Anpi-Sezione Caduti di Piazza Rovetta, Red Star Press, Roma, novembre 2018, pag. 268, € 20,00

Una roccaforte, una vera e propria cittadella all’interno della città. Così, come si traduce Casbah dall’arabo è sempre stato il Carmine, quartiere di Brescia. Un’entità a parte, una realtà diversa dal resto della città. Nel bene e nel male. Con i suoi eccessi e le sue particolarità, il suo caratteristico anticonformismo e la naturale spregiudicatezza.

L’autore del teso in oggetto ne delinea i confini sociali, storici e politici. Descrive il ribellismo e lo spirito anti-istituzionale di abitanti e frequentatori. E parte da lontano. Da quello che può sicuramente essere considerato come il primo grande sommovimento politico-operaio organizzato del secolo scorso: il biennio rosso (1919-1920) e l’occupazione delle fabbriche. Anche nella città delle dieci giornate (23 marzo – 1° aprile 1849), delle barricate e dell’opposizione armata agli austriaci.

Proprio il richiamo, nel sottotitolo, a quell’ eccezionale succedersi di lotte operaie e contadine, tumulti urbani e radicalizzazione dello scontro, mi ha riportato alla memoria una delle prime pubblicazioni a carattere politico1 che ho letto (avevo da poco compiuto 17 anni) e che riguardava Brescia, le sue fabbriche ma, soprattutto, i suoi lavoratori e che mi ha aiutato a capire il ruolo di padroni e proletari, la funzione e lo scopo degli stabilimenti bresciani, prevalentemente produttori di armi: Breda, Cooperativa Armi, Tempini, Togni, Franchi di via Calatafimi, ed altri ormai assimilati Franchi-Gregorini (poi Sant’Eustacchio), Metallurgica Bresciana, Zust, poi Om, Castaldelli, ATB, Radiatori. Includendo la gran parte delle industrie della Valle Trompia, con la Beretta come capofila, produttrici d’armi per ‘vocazione’…2

Anche la ricerca-ricostruzione di Marco Ugolini – già coautore di una pubblicazione sulla ‘gestione’ della piazza nei giorni immediatamente successivi alla strage fascista del 28 maggio 19743 e di una serie di biografie sui lavoratori dell’agricoltura4 – fornisce particolari ed offre alla lettura avvenimenti poco noti, sottaciuti, secondari ma importanti e significativi per la conoscenza di quel ‘quadrilatero proibito’ che da sempre è stato il rione sorto a ridosso della chiesa di Santa Maria del Carmine (1429-1475). Anche per sfatare certi luoghi comuni, facili etichette ed affermazioni razziste.

Ancora oggi Wikipedia, che leggo, ma non apprezzo e non utilizzo, anche se in questo caso lo faccio, ma solo per sottolineare la sua superficialità, scrive: “Quartiere Carmine, forse il più caratteristico e pittoresco della città, sempre sotto accusa per le sue scarse condizioni igieniche e di sicurezza sociale, oggi molto degradato a causa dell’immigrazione”5
Che il ‘Carmine’ sia sempre stato indicato come il quartiere a luci rosse della città, con prostituzione di strada, ma di ‘lavoratrici del sesso’ ormai in dismissione, sede de “La casa delle bambole”, uno dei primi luoghi di incontro e scambio di piaceri per transessuali con, anche, un nutrito gruppo di ‘travestiti’, il più noto e conosciuto dei quali era la Lea. Strade, anfratti e vicoli, con locali e negozietti di bassa lega e ancor peggiore frequentazione, osterie malfamate, perché all’interno stazionavano: manutengoli, operatrici del sesso a pagamento, ladruncoli e nullafacenti vari, in attività per cercare di far quadrare il proprio, scarso, reddito personale.

Le storiche, e stravaganti, Pimpinelle, le ‘esotiche’ Pappagallino e Pappagallo d’oro, il ‘nostrano’ Busilì (Buchino), l’accattivante Gli Amici, l”idrico’ Fontanì (Fontanino) e il ‘territoriale’ Al Chianti, fino alle più recenti, ed alternative, La Piola e Il Quarto Stato. In quelle di più vecchia attività, si praticava il vietatissimo gioco della morra, in cui l’abilità maggiore era quella dell’imbroglio, del sotterfugio e, per questo, causa di discussioni e violenti litigi. Un modo di dire bresciano, recitava che, al Carmine, si gioca alla morra con i coltelli piantati sotto i tavoli.
In alcune di queste ‘taverne del diavolo’ si potevano consumare pasti frugali, quelli della tradizione povera brescia, trippa in particolare.

Nei tre vicoli principali (Federico Borgondio, Ventura Fenarolo e Valerio Paitone) quelli che collegano Contrada del Carmine con via Elia Capriolo, oltre ad un folto gruppo di dispensatrici del piacere mercenario, trovavano ricovero i tricicli dei raccoglitori di tutto e le carrette degli ambulanti di piazza Rovetta, sede di un colorito, vociante ed aromatico mercato di frutta e verdura.
Un tempo, non molto lontano, sede privilegiata delle primissime sale cinematografiche a luci rosse con programmazioni sexo-erotiche: il Moderno di via Capriolo (dove, adesso, c’è il distaccamento della Questura) il Marconi, poi Leonessa, attualmente Nuovo Eden, il Brixia di via S. Faustino, oggigiorno sede universitaria, e il ‘peggiore’: il Cinema Corso, sempre in via S. Faustino, dove venivano proiettate pellicole di quarta visione, vetuste e scadenti, in un ambiente fatiscente, proprio per tutti questi motivi, economico e molto conveniente…

Che el Carmen, detto in vernacolo e anche un po’ in senso dispregiativo, luogo prediletto e di origine di una microcriminalità secondaria e marginale, con un mercatino del sesso e abitazioni in stato di degrado (queste, almeno, fino a fine anni settanta) e conseguenti condizioni igenico-sanitarie precarie, sia sempre stato borderrline è una verità risaputa, ma che sia “oggi molto degradato a causa dell’immigrazione” è proprio un’invenzione securitaria. Ed è una bugia razzista.

In questo ‘quartiere’ non quartiere, nelle cui viscere si rincorrono i fiumi bresciani: Garza, Bova e Celato, divenuto recentemente epicentro (non sollecitato e voluto) di una delle movide cittadine (l’altra è in una zona ‘bene’: Piazzale Arnaldo) così come nei celebrati anni settanta avevano sede alcune delle organizzazioni della sinistra ‘rivoluzionaria’: Movimento Studentesco e Movimento Lavoratori per il Socialismo, Avanguardia Operaia, la sezione cittadina di Lotta Continua, l’ anarchico circolo Ettore Bonometti, Democrazia Proletaria, nonché la sezione Ghetti-Moscatelli del Pci.

Oggi trovano collocazione alcune Onlus, organismi ed associazioni artistiche-politico-culturali: la sezione Anpi del centro storico, il circolo di Rifondazione Comunista, il ‘circolino’ di Radio Onda d’Urto, CrossPoint e Diritti per Tutti, Il gruppo de Noalter, Rete Antifascista, il Gruppo Acquisto Solidale Partigiano, il Circolo anarchico, Carme: Centro Arti Multiculturali Etnosociali, numerosi atelier d’artisti, il Bosco Interiore con il bunker (ex rifugio antiaereo) intitolato al ‘palestinese’ Vittorio Arrigoni, la banda cittadina Associazione Filarmonica Isidoro Capitanio, numerosi negozi di orto-frutta, phone-center, macellerie islamiche, kebaberie, ristorantini africani, cinesi, indiani e pakistani, negozi di generi alimentari ed abbigliamento ‘minimale’, gestiti da cittadini provenienti da Egitto e Maghreb, India, Pakistan, Palestina, Senegal, Cina ed esuli siriani.

Nel rione, è sempre stata forte la voglia di autonomia e il senso di indipendenza, soprattutto nei confronti dei tentativi di oppressione e di normalizzazione, nonché criminalizzazione. Senza bisogno di incursioni ‘pirata’ o di filibusta, anche se il tocco di folklore, da parte di qualche autoreferenziale, non manca di certo.
Marco Ugolini tesse la tela e la dipana dagli anni venti fino al 25 aprile 1945, giorno in cui, molti, speravano sbocciasse davvero la rossa primavera.

Ricostruisce, puntualizza, offre elementi di conoscenza nuovi o misconosciuti. Porta in superficie lo spirito ‘ribelle’ del quartiere malfamato per eccellenza, ma anche di altri pezzi di Brescia, di altri sobborghi popolari ed operai della città. Ricorda avvenimenti e luoghi particolari. Dai moti contro il caro vita (luglio 1919) alla già menzionata occupazione delle fabbriche, con la costituzione delle Guardie Rosse, la nascita della pattuglia bresciana degli Arditi del Popolo, che si riuniva presso alcuni locali della Camera del Lavoro Sindacale (anarchica) di Piazza Garibaldi. Proprio il piazzale intitolato all’eroe dei due mondi era a metà strada, una sorta di cerniera di congiunzione tra il Carmine ed un altro dei luoghi di lotta e militanza antifascista: Campo Fiera (Borgo rosso), all’inizio di via Milano, dove abitavano ‘combattenti’ comunisti, socialisti ed anarchici, il più famoso dei quali era Ettore Bonometti.

Poi, ancora, la battaglia del 1922:

Il 29 novembre 1921, in occasione dello sciopero dei tipografi, in corso Garibaldi, nel pieno centro cittadino, avvengono duri scontri tra socialisti, impegnati in quel momento ad attaccare manifesti per pubblicizzare lo sciopero, e squadristi che, armati di bastoni, coltelli e pistole, si scagliano sul deputato socialista Viotto, ferendolo alla testa. Incidenti, raid squadristici e aggressioni a militanti antifascisti, tra cui si segnalano quelle al comunista Giuseppe Reggio e poi al deputato socialista Maestri, si susseguono per tutti i mesi del 1921 ma è indubbiamente il 1922 l’anno che segna un notevole aumento della recrudescenza della violenza fascista e della reazione armata antifascista, in particolare dei disciolti Arditi del popolo.
In città il terreno di battaglia di molti di questi scontri è il quartiere del Carmine che, da più voci, non solo fasciste, viene considerato, assieme a Borgo Trento e Borgo Milano, “una roccaforte dei rossi”.

Sempre in quello che “coinciderebbe con le vecchie quadre terza e quarta di San Faustino” (Carmine) trovano ospitalità la prima (maggio 1922) Casa del Popolo, in via delle Grazie (anticamera del Carmine, così venivano dette le vie e zone adiacenti al quartiere, ma non all’interno dei suoi confini amministrativi) e la Camera del Lavoro Confederale, in via Marsala. Qualche anno dopo, ancora in via Marsala, verrà distaccato il Ministero delle Finanze della repubblichina fascista (Rsi).

Il metodico indagatore ricorda anche la costituzione dei Gruppi Azione Patriottica, i nomi e il ruolo di alcuni appartenenti alla struttura politico-militare che svolgeva lavoro sportivo (come veniva definito in gergo l’addestramento all’uso delle armi) e compiva azioni di destabilizzazione contro gli uomini e le strutture del regime. Naturalmente, il cuore pulsante, il motore politico-organizzativo dei più efficaci nuclei di attacco (in città, nei quartieri e nelle fabbriche) al fascismo, i Gap, è il Partito Comunista e i suoi militanti:

“…un ruolo chiave nella riorganizzazione del partito comunista a Brescia è da attribuire ad Arnaldo Dall’Angelo che, insieme a Nicoletto, ha il compito di ricostruire il partito nel quartiere popolare del Carmine. Come ricorda Italo Nicoletto: Dall’Angelo aveva costituto un notevole gruppo di compagni al Carmine, tutti giovani e sconosciuti alla polizia. Con lui c’erano Bruno Venturini, Pietro Ghidini, Dante Rossi, Giuseppe Tavelli, Ciro Moscatelli, Italo Feroldi, e tanti altri […] I compagni del gruppo di Dall’Angelo erano tutti operai delle fabbriche di Brescia, quindi praticamente controllavano abbastanza da vicino la situazione alla S. Eustacchio, alla A.T.B, alla Caffaro e alla Breda”.

Così, incontriamo colui, Arnaldo Dall’Angelo, che diverrà, suo malgrado, protagonista di una delle più importanti, e drammatiche, vicende narrate nel libro: la strage di Piazza Rovetta6 del 13 novembre 1943.

“Nella stessa tragica notte, a Sarezzo, sempre per rappresaglia, viene fucilato l’operaio antifascista Luigi Gatta. Il suo cadavere, assieme a quelli di Pezzagno, Perinelli e Dall’Angelo viene lasciato per ore in piazza Rovetta, perché questa tremenda ostentazione di morte possa costituire un deterrente per chiunque decida di intraprendere la lotta antifascista”.

Proprio ai primi caduti7 per la libertà di Brescia : Arnaldo Dall’Angelo, Guglielmo Perinelli, Rolando Pezzagno, tutti ‘carmelitani’, a cui le bestie nere aggiungono il valtrumplino Luigi Gatta, è intitolata la sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani (ANPI) centro storico, che ha promosso e realizzato editorialmente (in collaborazione con Red Star Press) la pubblicazione sul Carmine Ribelle, che così spiega i motivi per cui si è attivata:

Nel 2017 la Sezione “Caduti di Piazza Rovetta”, all’interno del progetto“Carmine Resistente”, che da anni valorizza il tessuto socioculturale del quartiere, ha bandito una selezione per un contributo finalizzato alla realizzazione di una ricerca storico-sociale. Il concorso intendeva favorire quanti aspirano a dedicarsi alle discipline storiche e sociali e promuovere ricerche sulla storia della città di Brescia, con particolare attenzione alla storia del quartiere Carmine.

L’apposita commissione scientifica, presieduta da Santo Peli8 ha ritenuto che Marco Ugolini, con il suo lavoro, sia stato in grado di coniugare quanto prospettato.
Un’ultima osservazione personale. Il libro è corredato da un intelligente apparato bibliografico. Cosa non secondaria.

La prima presentazione pubblica di “Il Carmine Ribelle” è programmata per sabato 17 novembre, ore 17,00, presso la sala Carme (Centro Arti Multiculturali Etnosociali) di via delle Battaglie n. 61, nel quartiere Carmine. Con l’autore dialogherà il Prof. GianFranco Porta.


  1. Franco Porta, Renato Rovetta, L’occupazione delle fabbriche a Brescia. Settembre 1920, Edizione Grimau, Brescia, settembre 1971  

  2. Per un ampio approfondimento, vedi Marcello Zane, Grande guerra e industria bresciana, Studi Bresciani, quaderni della Fondazione Micheletti n. 23, Brescia, maggio 2015  

  3. Silvia Boffelli, Cristina Massentini, Marco Ugolini, Noi sfileremo in silenzio. I lavoratori a difesa della democrazia dopo la strage di Piazza della Loggia. A cura di Ivan Giugno, prefazione di Dino Greco, postfazione di Adolfo Pepe, Ediesse, Roma, settembre 2007, pag. 240  

  4. Silvia Boffelli, Monica Mazzi, Marco Ugolini, Vengano un po’ dove falciamo noi…Vite, storie e lotte dei lavoratori dell’agroindustria a Brescia dagli inizi del Novecento ad oggi, Gam, Rudiano-Bs 2006  

  5. 9 novembre 2018, https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_del_Carmine_(Brescia)  

  6. Nella toponomastica ufficiale di Brescia non esiste una Piazza Rovetta. Lo slargo all’inizio di via San Faustino, uscendo da piazza della Loggia, a ridosso del Palazzo omonimo, di stile rinascimentale, progettato dall’architetto vicentino Tomaso Formenton, è proprio intitolato a quest’ultimo ed è denominato Largo Formentone ed è stato realizzato sul finire degli anni trenta. Ma, a Brescia e dai bresciani, questo ampio spazio è, da sempre, e continua tutt’oggi, ad essere chiamato Piazza Rovetta. Il nome ‘improprio’ lo si dovrebbe ad un magazzino/negozio di stoffe che si affacciava sulla piazza di proprietà dei Rovetta  

  7. Nello specifico capitolo del libro, L’eccidio di Piazza Rovetta e i suoi protagonisti, sono ben raccontate le possibili cause di questa feroce rappresaglia  

  8. Laureatosi in Lettere nel 1973, da quell’anno è ricercatore in Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova, città nella quale risiede dal 1968. Dirige la biblioteca della Facoltà, e ha insegnato all’Università. I suoi campi di ricerca sono in particolare la conflittualità operaia tra Prima e Seconda guerra mondiale e la Resistenza italiana. Per Franco Angeli ha scritto La Resistenza difficile nel 1999, poi ripubblicato nel 2018 dalla BFS di Pisa. Con Einaudi ha invece pubblicato, tra gli altri, La Resistenza in Italia. Storia e critiche (2004), Storia della Resistenza in Italia (2006) e Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza ( 2014)  

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