di Walter Catalano

Sempre nel 1972 esce Pazza da uccidere (Ô dingos, ô châteaux !), anche questo ispiratore di un film, decisamente mediocre: Una donna da uccidere (Folle à tuer), da cui il titolo italiano del romanzo, diretto da Yves Boisset nel 1975 e interpretato da Marléne Jobert e Tomàs Milian, oltre che di una graphic novel  disegnata da Jacques Tardi. Sebbene abbia vinto nel 1972 il “Grand Prix de la littérature policière”, dando a Manchette finalmente la popolarità, il romanzo è un po’ un passo indietro rispetto ai due precedenti, meno politico e meno noir e più thriller hitchcockiano. Racconta la storia di Julie, appena dimessa dopo cinque anni in una casa di cure psichiatriche e assunta da Hartog, un miliardario filantropo che ha fama di aiutare le persone in difficoltà, come baby sitter di Peter, l’odioso marmocchio viziato figlio degli scomparsi fratello e cognata del riccone ed erede diretto delle fortune familiari. Dovrà però vedersela con Thompson, lo spietato killer, sofferente di una devastante ulcera psicosomatica, che ha avuto l’incarico di eliminare il bambino: nel finale si avrà un ribaltamento di prospettiva, per la verità non così inaspettato, ma che preferiamo non svelare, in cui riemerge qualche barlume della polemica antiborghese dello scrittore.

Si apre negli anni successivi, un periodo di minore impegno e consapevolezza politica, in cui Manchette, sempre meno noir, vorrà sperimentare dopo il thriller, anche il mystery, il poliziesco d’indagine, inventandosi – sulle orme del Burma di Malet e del Maigret di Simenon, ma soprattutto dei loro cugini angosassoni da Spade e Marlowe in poi – il suo proprio sleuth: Eugène Tarpon, un ex flic entrato in crisi dopo aver ucciso accidentalmente uno studente durante una manifestazione, che dimessosi dalla polizia tenta di aprire il suo scalcinatissimo ufficio da detective privato. Il personaggio vivrà per due soli romanzi Un mucchio di cadaveri (Morgue pleine) del 1973 e Piovono morti (Que d’os !) del 1976, piacevolissimi gialli, in senso quasi classico, ma in cui humor e sarcasmo, rilettura parodistica di clichès e tòpoi del genere, ritmo impeccabile, visione disincantata e antieroica della figura dell’investigatore, consuete sfumature di critica sociale e politica, squadernano un orizzonte assai più ampio del comune romanzo d’intrattenimento ma rappresentano comunque un’involuzione rispetto alle premesse originarie dell’intellettuale situazionista, un cedimento al mestiere, per un Manchette più rilassato, meno amaro, meno critico e più funambolo della scrittura. Ovviamente anche Tarpon troverà la sua, deficitaria, incarnazione cinematografica nel 1981 con il fuorviante e antifrastico Alain Delon – malauguratamente qui anche regista – di Per la pelle d’un poliziotto (Pour la Peau d’un Flic), tratto da Que d’os! e nel 1984 con il più credibile Jean-François Balmer di Polar, diretto da Jacques Bral, tratto da Morgue pleine.

Consapevole del relativo cedimento del proprio rigore, Manchette inaugura nel 1977 quella che qualcuno definisce la “trilogia esistenziale”, l’ultima terna delle opere manchettiane concluse, in cui si recuperano e si potenziano le istanze critiche dei suoi primi libri dopo la temporanea svolta “leggera” dei tre volumi compresi fra il 1972 e il 1976. Il primo esempio è Piccolo blues (Le petit bleu de la côte ouest), testo pieno di riferimenti musicali fin dal titolo e ritmato su una prosodia da sincopato jazzistico. «È molto semplice. Fino all’anno scorso ero un quadro intermedio in una società, a Parigi. Sono andato in vacanza e due uomini hanno cercato in un paio di riprese di assassinarmi, per una ragione che ignoro. Due uomini che non conosco. Per reazione, ho abbandonato mia moglie e le mie bambine e, invece di avvertire la polizia, ho cominciato a scappare, a caso». Questa, secondo le parole dello stesso protagonista, Georges Gerfaut, è la disavventura che sconvolge la sua vita di uomo qualsiasi: aver soccorso sulla strada, per assoluta fatalità, il ferito sbagliato cacciandosi così in un ginepraio da cui è sempre più difficile e pericoloso districarsi. Come in Cane di paglia (Straw Dog) di Sam Peckinpah, però, anche l’apparentemente mite e inoffensivo Gerfaut sarà costretto a risvegliare dentro di sé la belva feroce, scoprendo con elusivo compiacimento di avere per la violenza un’inaspettata e vigorosa propensione. La struttura parabolica e circolare del romanzo riporta il personaggio dall’inizio alla fine esattamente nello stesso punto; da: “La ragione per la quale Georges corre così sulla periferica con  i riflessi diminuiti e ascoltando quella determinata musica, è da ricercare innanzi tutto nel posto occupato da Georges nei rapporti di produzione. Il fatto che Georges ha ucciso almeno due persone nel corso dell’anno non va tenuto in conto. Quello che succede adesso succedeva a volte anche prima.”, alla fine del primo capitolo, fino all’explicit: “Nell’insieme saranno distrutti i rapporti di produzione nei quali va cercata la ragione per la quale Georges corre così sulla circonvallazione con i riflessi rallentati e ascoltando quella musica. Forse allora Georges manifesterà altro oltre la pazienza e il servilismo che ha sempre manifestato. E’ poco probabile. Un tempo, in un contesto ambiguo, ha vissuto una avventura movimentata e sanguinosa; alla fine tutto quello che è riuscito a fare è stato rientrare all’ovile. E adesso, nell’ovile, aspetta. Il fatto che con il suo ovile Georges viaggi a 145 km/h intorno a Parigi indica soltanto che Georges è un uomo del suo tempo, e anche del suo spazio”. Come quasi tutte le opere di Manchette, anche questa sarà portata – con inutili variazioni e deludenti risultati – sugli schermi nel 1980 con Tre uomini da abbattere (3 Hommes à abbattre), per la regia di Jacques Deray e interpretato (ancora !) da Alain Delon e Dalila Di Lazzaro; per fortuna il solito Jacques Tardi realizzerà, più recentemente, anche un’assai più gratificante graphic novel.

Il secondo romanzo della trilogia, Fatale (Fatale), sempre del 1977, è forse l’episodio più cupo e l’unica tra tutte le opere di Manchette in cui la musica è del tutto assente dalla trama: vi è ancora una protagonista femminile, come la Julie di Pazza da uccidere, vista con una certa simpatia, o minore antipatia, anche se si tratta di una spietata assassina professionista. Sintomaticamente il titolo provvisorio del libro, in omaggio alla ballata di John Keats, era La Belle Dame Sans Merci, vale a dire l’archetipo per antonomasia della “bellezza medusea”, come direbbe Mario Praz, nella stagione decadente e l’antecedente immediato della vamp del cinema muto e della dark lady del noir: l’eterno femminino minaccioso della femme fatale. Il testo, che non piacque ai direttori della Série Noire che lo dirottarono su un’altra collana, e resta – forse per la sua radicalità – il meno citato fra i romanzi manchettiani, è costruito sulle figure classiche della tradizione del noir e dell’hard boiled. Il rimando più diretto della trama è a Red Harvest di Hammett: in Fatale il corrispettivo della hammettiana Poisonville in cui si muove il Continental Op, è un’altra cittadina di provincia, l’immaginaria Bléville, infestata dai maneggi di una borghesia opulenta quanto corrotta, all’interno dei quali si inserisce la micidiale Aimée Joubert, misteriosa e avvenente killer uscita incensurata da otto delitti. La pericolosa e affascinante fanciulla non si limita ad essere ingaggiata, ma crea le condizioni del crimine: si infiltra in un contesto e – con strategia simile all’Op hammettiano – ne esaspera i conflitti in modo che per risolverli sia necessario uccidere. A quel punto si offre di risolvere tutto, in cambio di soldi, senza mai svelare che il killer è lei: trattandosi di una donna, non sarebbe presa sul serio. Ecco però che perfino l’imperturbabile assassina, di fronte alle intollerabili miserie e ipocrisie della marcia élite che spadroneggia in città, viene pervasa da un sentimento sconosciuto, molto simile allo sdegno o alla compassione, una sorta di metànoia che la trasformerà da sicaria prezzolata in giustiziera. A differenza del romanzo di Hammett, però, nella visione più amara del francese, l’eccidio non basterà a sconvolgere l’ordine esistente e la stessa vendicatrice sarà stritolata dal meccanismo che ha messo in moto, senza possibilità alcuna di redenzione. Oltre a Red Harvest di Hammett, Manchette rende omaggio a un altro romanzo fondamentale per la sua formazione di autore, Il mio angelo ha le ali nere (Black Wings has my Angel) di Elliot Chaze: la scena in cui la seducente prostituta co-protagonista della storia di Chaze si tuffa nuda in mezzo alle banconote della sanguinosa rapina appena compiuta dal partner, turbò profondamente il futuro scrittore adolescente che la ricordò spesso in varie interviste come “scena primaria” del suo innamoramento per il noir; anche Aimée, farà qualcosa di molto simile nel secondo capitolo di Fatale.

Ma Manchette non si è certo limitato ai riferimenti nell’ambito pulp; dichiarò infatti di essersi ispirato per l’architettura marxista del testo a Vaneigem e per lo stile a Flaubert e Huysmans “del quale ho parodiato vari passaggi: perché lo stile del realismo francese del Diciottesimo secolo è davvero lo stile della disillusione che appare quando è restaurato l’ordine dopo la tempesta borghese rivoluzionaria e contrasta con il romantico entusiasmo inizialmente indotto da tale tempesta…”. Per le citazioni politiche invece Manchette precisa di essersi riferito a Engels, per il discorso  del Barone davanti al telescopio; a un passo dalla Fenomenologia dello spirito di Hegel per le considerazioni del Barone in articulo mortis; e a De Sade per la frase che conclude il romanzo, dopo l’ultima indimenticabile immagine di Aimée morente che si allontana sanguinando sulla neve “Con i tacchi alti e il suo meraviglioso abito scarlatto” : “Donne voluttuose e filosofe è a voi che mi rivolgo”. La copertina del volume, non incluso nella Série noire e disegnato da Jacques Tardi, avviò la collaborazione tra il disegnatore e lo scrittore che portò alla realizzazione del fumetto polar Griffu nel 1978 e, dopo la morte di Manchette, alla trasposizione di tre suoi romanzi – Pazza da uccidere, Piccolo blues e Posizione di tiro – con risultati di gran lunga superiori a quelli raggiunti da analoghe operazioni tentate dal cinema.

L’ultimo libro concluso che Manchette scrive è Posizione di tiro (La Position du tireur couché) del 1981. Anche qui l’autore si confronta con gli stereotipi classici del genere: Martin Terrier è un impeccabile killer che lavora a contratto per un’imprecisata organizzazione che ha molto a che vedere con i servizi segreti. Quando però il sicario vuole chiudere i ponti con la sua attività e ritirarsi a vita privata, l’organizzazione spionistica per cui lavora gli impedisce di sottrarsi al proprio destino di assassino a pagamento e gli impone un ultimo incarico particolarmente rischioso. In un vortice di sangue la maschera di freddezza glaciale del personaggio si frantuma progressivamente insieme con le sue speranze – molto semplici, borghesi e quasi ingenue: avere finalmente Anne, la ragazza ricca a lui inaccessibile e mai dimenticata.  Di delitto in delitto, in un vuoto esistenziale quasi assoluto, Terrier scopre che ogni sua mossa rientra in un piano sul quale non ha alcun controllo: assistiamo a una progressiva parodizzazione della figura del killer.  Diventato totalmente afasico, in seguito a choc, ritroverà alla fine la voce solo perché gli piantano una pallottola nei pressi del cervello. Per il resto della sua vita, con un quoziente cerebrale ridotto al minimo, ormai protetto da una nuova identità, Terrier, sbarcherà il lunario come cameriere in una birreria: tutto quello che è riuscito a fare è stato sopravvivere per perdere tutto – status, denaro, sicurezza – la sua aura e con questa anche la donna amata, riducendosi allo spettro di se stesso che potrà al più, nel sonno, mimare il gesto del killer. Il periplo circolare del protagonista, come in Piccolo blues, rimanda specularmente alla stessa immagine, dal celebrato incipit – flaubertiano, o meglio ancora, quanto a meteorologia, musiliano – in cui Terrier, nel pieno del suo carisma, si prepara a un agguato: “Era inverno e scendeva la notte. Un vento gelido, che proveniva direttamente dall’artico, soffiava sul mare d’Irlanda, spazzava Liverpool, sibilava attraverso la pianura del Cheshire (dove i gatti reclinavano le orecchie quando lo sentivano sbuffare nel camino) e, infilandosi dentro il vetro abbassato, andava a colpire gli occhi dell’uomo seduto nel furgone Bedford. L’uomo non batteva ciglio”, all’explicit, in cui lo stesso vento ritrova alla fine della vicenda un antitetico personaggio: “Questo vento gelido che ha attraversato l’Inghilterra e superato la Manica, che ha sorvolato grigie pianure, va a sbattere direttamente sui vetri del piccolo appartamento di Martin Terrier; ma i vetri non vibrano, perché questo vento è senza forza. In notti come queste Terrier dorme in silenzio.  Nel sonno si mette in posizione di tiro a terra”. Da una storia costruita sui luoghi comuni, Manchette riesce a trarre forse il suo capolavoro, come aveva teorizzato: «L’uso dello stereotipo, quando si dà apertamente come tale, diventa l’omaggio alla grandezza di un genere». Il cinema ha come ovvio saccheggiato ingloriosamente la storia: l’immancabile Delon nel 1982 è stato Martin Terrier in Il bersaglio (Le choc), con Catherine Deneuve, diretto da Robin Davis; trent’anni dopo, nel 2015, ci ha provato, stravolgendo storia e personaggio, anche Sean Penn, in The Gunman, diretto da Pierre Morel: meritatamente uno dei peggiori flop della stagione.

Come Terrier, stanco del ruolo di killer, vuole ritirarsi, così anche Manchette, stanco di quello di romanziere, sparisce dalle librerie per diversi anni. Confesserà: «Parlo sempre meno di politica, anche nei romanzi cresce l’urgenza di una sovversione del testo in se stesso. La soluzione sarebbe quella di non scrivere proprio più, una soluzione radicale. Solo che scrivere mi piace ancora». Si limiterà infatti all’attività di sceneggiatore e di critico su vari periodici: i suoi interventi, di grande lucidità, saranno pubblicati postumi e tradotti anche in italiano come Le Ombre inquiete: il giallo, il nero e gli altri colori del mistero (Chroniques). Nel frattempo lavora a un nuovo progetto narrativo, un thriller planetario iniziato nel 1989, primo volume di un nuovo ciclo romanzesco che voleva intitolare Les gens du Mauvais Temps e che in una rilettura romanzesca della storia contemporanea avrebbe dovuto aprire un’altra fase della sua carriera. Purtroppo il peggioramento delle condizioni di salute e la morte improvvisa gli impedirono di portare a termine Principessa di sangue (La Princesse du sang), uscito un anno dopo la sua morte nel 1996: ciò che resta del testo è piuttosto deludente e confuso: strutturato come uno spy-action con venature politiche e ambientazioni castriste. Molto meglio ricordare Manchette attraverso i suoi lavori più riusciti: la splendida trilogia della fine degli anni ’70.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE CONSULTATA

 

Che i cadaveri si abbronzino (Laisser bronzer les cadavres) (con Jean-Pierre Bastid) (1971), Torino, Edizioni del Capricorno, 2017

L’affare N’Gustro (L’Affaire N’Gustro) (1971), Torino, Einaudi, 2006

Nada (Nada) (1972), Milano, SugarCo, 1974 – Torino, Einaudi, 2000

Pazza da uccidere (Ô dingos, ô châteaux ! (Folle à tuer)) (1972), Torino, Einaudi, 2005

Un mucchio di cadaveri (Morgue pleine) (1973), Torino, Einaudi, 2003

Piovono morti (Que d’os !) (1976), Torino, Einaudi, 2004

Piccolo blues (Le petit bleu de la côte ouest) (1977), Torino, Einaudi, 2002

Fatale (Fatale) (1977), Torino, Einaudi, 1999

Posizione di tiro (La Position du tireur couché) (1981),  Torino, Einaudi, 1998

Principessa di sangue (La Princesse du sang) (1996), Torino, Einaudi, 2007

   Le Ombre inquiete: il giallo, il nero e gli altri colori del mistero (Chroniques), Cargo, Napoli-Roma 2006

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