di Erminia Mattarelli. Testimonianza raccolta da Michela di Mieri

Partigiane[Nel 2006 pubblicammo, in tre puntate, parte dei ricordi della partigiana Erminia Mattarelli, raccolti da Michela di Mieri poco prima della morte della donna. Le tre puntate possono essere lette qui. Non completammo il testo per non ostacolare la distribuzione del libretto che lo conteneva integralmente, a cura del Circolo Iqbal Masih di Bologna. Nove anni dopo, pensiamo di non danneggiare nessuno pubblicando il resto della testimonianza. Cosa secondo noi opportuna, in vista di un 25 aprile che si cerca da più parti di sfigurare.]

Quelle ventiquattro ore lì, non so come posso spiegare in che stato le passai. Pulii la casa, feci il bucato. Raccomandavo ai miei bambini di non muoversi di casa perché, se per caso mi venivano a prendere prima, almeno li potevo vedere. Non c’era il telefono per poter chiamare i miei a Molinella, ma forse era meglio così.

A una cert’ora, c’era un più bel sole, venne una staffetta, la Grandi, e mi disse: “Ermina, qualunque cosa senti o vedi, non ti muovere di casa, qualunque cosa sia, non ti spostare; perchè c’è chi sta pensando alla vostra partenza”. Allora mi misi in attesa, e, verso l’una, vidi un fascista che abitava lì di fronte a me, si chiamava Visitta, correre per la strada con la rivoltella in pugno; subito dopo, sentii degli spari e poi scoppiò un incendio nella caserma del fascio. Avevo paura e mi domandavo cosa potesse essere successo. Seppi solo più tardi che erano venuti giù dalle colline di Faenza i partigiani del comandante Corbari, e che avevano fatto fuori Graldi, il grande capoccione, il grande squadrista, insieme al suo segretario.

Così, nel caos e per la paura, la nostra partenza venne sospesa: infatti, quelli che presero il posto di Graldi non avevano il coraggio di rendere esecutivo l’ordine della nostra deportazione, perché sapevano che Corbari era vigile e non perdonava.

Grazie ai partigiani di Faenza eravamo salvi, per ora però, infatti, non eravamo liberi: eravamo là, segnati, sospesi, e vivevamo con il tormento che, in qualsiasi momento, ci potevano venire a prelevare e portare in Germania.

La mia fortuna arrivò dall’est: venne giù dalle colline la 5^compagnia, formata da ex prigionieri russi e polacchi, unitisi ai partigiani. Un giorno dovetti ospitare un russo, un piccolino, Surka, che dire che era bravo è prenderlo in giro, e gli spiegai come ero messa. Con mio stupore, lui, a cavallo, andò dritto dentro la casa del fascio, e disse “se vi azzardate anche solo a toccare quella famiglia lì, io faccio saltare tutte le vostre case: e se prometto qualcosa, io la mantengo”. Così, per tutto il tempo in cui la 5^ fu nei dintorni, godemmo di una libertà assoluta: potevamo mantenere i contatti, portare assistenza medica e cibo ai partigiani feriti, e, soprattutto, allontanare il pensiero della deportazione.

Venne purtroppo il giorno in cui la 5^ fu spostata. Come lo seppero, i fascisti alzarono la testa, e noi ci trovammo ancora una volta in loro balìa. Difatti, poco dopo, arrivò da me una staffetta e mi disse: “Erminia, vai via, parti d’urgenza, subito, subito, perché la Brigata Nera sta per venirti ad arrestare, e quel che farà non si sa”.

Dove andare, con tre figli, tra l’altro, malati? Non potevo certo pensare di andare in “base”; così, un po’ affidandomi alla buona sorte, lasciato un messaggio a mio marito, partimmo con due biciclette: io presi su Paolo, che era il più grandino, e la Nara l’Iva, che era la più piccola. Con noi avevamo cinque lire e pochi indumenti, per non dare nell’occhio.

La prima tappa la facemmo da mia madre a Molinella; figuriamoci quando mi vide arrivare in quello stato! I bambini rimasero da lei e aspettarono che Nino li raggiungesse, io dovetti andarmene subito, quello non era certo il posto più adatto, specie perché la Matilde era sempre lì, pronta a fare la spia ogni volta che poteva.

Così andai da Argentina, nel Ferrarese. Non andai in casa sua, perché stava nascondendo già tre ricercati e perché era più facile per i fascisti venirmi a cercare da lei. Andai perciò in casa da dei contadini, però con mia sorella ci vedevamo, perché stava là vicino, e mi aiutava, mi sosteneva, mi portava anche da mangiare.

La lotta continuava. A Molinella c’era tanto lavoro da fare; soprattutto bisognava risolvere delle questioni politiche, ovvero degli scontri piuttosto accesi tra il PCI ed il PSI: una parte diceva di fare, l’altra diceva di no e disfaceva, noi andavamo a dare degli ordini, gli altri andavano a disdirli…insomma, era una battaglia anche tra noi compagni, che è una cosa ben brutta!

Io andavo spesso a Molinella, nonostante il mio “esilio”; anche se non era la zona più sicura per me, la libertà ha un prezzo che bisognava pur pagare. Avevamo escogitato uno stratagemma infallibile per poter continuare i nostri contatti: io partivo spesso dal ferrarese in bicicletta, con due sporte piene di mele; in quel periodo non c’era il mercato a Molinella per motivi bellici, così vendevo queste mele. Era solo una scusa, in realtà la vendita era il collegamento, il punto di riferimento: venivano a prendere un messaggio, venivano a darlo, perfino da Selva Malvezzi; fu una buona iniziativa.

Lasciai calmare le acque, poi, mi trasferii di nuovo a Molinella con tutta la mia famiglia. Andammo a vivere in affitto in una casa che era parte dei vasti possedimenti del conte Dal Pozzo, e quella fu la mia abitazione fino a che non venni a vivere a Bologna, negli anni ’60.

Nino faceva svariati lavoretti come falegname, io continuavo ad andare in risaia. La Nara aveva già 15 anni, anche lei era in formazione, nella brigata Bianconcini. Lavorava all’ufficio della Feldgendarmeria dei tedeschi: gliel’aveva mandata il comando partigiano, perché c’era bisogno di qualcuno che circolasse là dentro per recuperare moduli, timbri, permessi, e la Nara, avendo fatto le scuole di avviamento professionale, sapeva un po’ di tedesco e di francese, era quindi l’unica che avrebbero potuto assumere. Paolo era un ragazzino di 11 anni, ma anche lui aiutava: così piccolo, infatti, riusciva ad arrivare dove un adulto non avrebbe mai potuto. Ad esempio, si metteva a giocare con le biglie davanti alla casa del fascio, e riusciva a carpire delle informazioni preziosissime; infatti, i militi non si facevano dei problemi a parlare davanti ad un bambino! L’Iva, la più piccola, era malata e gracile. Io le mettevo dei bigliettini dentro la pancera, tanto, chi avrebbe mai perquisito una bimba così ?

Quante battaglie abbiamo fatto a Molinella! E poi, voglio dire, prima di tutto le DONNE. Senza le donne la resistenza non si faceva. Avevano un’energia, una coscienza, un valore tale, che anche le donne socialiste battevano i loro uomini, che erano spesso “attendisti”: loro erano sempre presenti nelle lotte e non si sono mai risparmiate. Tutto questo non si dovrebbe dimenticare, e invece, purtroppo…

A tale proposito, un giorno, io e una grande compagna, la Dirce Galliani, anche lei mondina, vedova, con l’unico figlio partigiano morto a Monte Fiorino, ricevemmo l’ordine di accompagnare due partigiani, Vincenzo Dall’Aglio e Marcello Canova, in due basi ben precise in Romagna. Solo io potevo andare perché solo io conoscevo bene la strada e sapevo dove erano le basi in questione. Difatti, li accompagnammo a destinazione; rimanemmo all’oscuro del resto della loro missione, non dovevamo sapere di più, perché era pericoloso.

Così, io e la Dirce ritornammo indietro, ma con quattro sporte piene di armi e di messaggi sigillati… cose che fanno rabbrividire! Anche lì, l’astuzia della donna! La donna ha un’astuzia come una lepre; non c’era nessuno a insegnarci come fare a nascondere queste armi, ma noi ci siamo ingegnate: abbiamo messo sopra le armi un bello strato di patate guaste e cipolle marce; la pestilenza era talmente grande che nessuno si avvicinava per guardare meglio, così si salvava capra e cavoli. Dovevamo attraversare il fiume, nella zona fra Sant’Antonio e Conselice, ma c’era stata un’esondazione ed era tutto allagato. C’era il coprifuoco alle sei di sera, e, per fare im modo che nessuno si trovasse fuori dopo tale orario, avevano organizzato un servizio di traghettazione con due barche che facevano la spola tra un argine all’altro del fiume: in una barca andava la gente, nell’altra le biciclette.

Come facevamo noi a dividerci dalle biciclette con quello che avevamo dentro gli sportoni? Lasciammo partire due barche, ne lasciammo partire altre due, e non sapevamo che strada prendere; ci dicemmo: “beh! Aspettiamo il coprifuoco, qualche diavolo ci penserà”.

E difatti, arrivò proprio il diavolo in persona: un carro tedesco, con due soldati a bordo; videro queste due donne un pò malmesse e ci invitarono a salire sul carro. Fu una fortuna per noi! Più protette di così! Capivano abbastanza bene l’italiano, così, mentre caricavano le sporte, scherzando dicevamo: “ Fate piano, fate piano perché è pieno di bombe eh! Bum! Bum!”, e loro ripetevano come noi: “bombe eh! Pum! Pum!”, ridendo. Sarà stato per la puzza, fatto sta che non controllarono il contenuto del nostro seguito, e attraversammo tranquillamente la valle. Quando arrivammo sulla strada di S.Antonio, verso Medicina, incontrammo un posto di blocco di tedeschi sulla strada, che ci fermò. Fino a quel momento i due soldati erano stati gentili con noi, ma, quando videro i loro superiori, si irrigidirono e ci fecero scendere brutalmente. Non appena fummo lontani dal blocco, loro ritornarono educati e rispettosi, e ci aiutarono a scaricare sporte e biciclette; e di nuovo ricominciò il gioco: ”piano che ci sono dei cannoni! Piano, piano!”. Una volta scese, con il nostro carico così pesante, scottante, prezioso, ma tanto puzzolente, salimmo sulle biciclette, e la volata, la corsa che abbiamo fatto da S. Antonio fino a Molinella! Coppi non ci avrebbe superato!

Ad un certo punto proprio non ce la facevamo più; abbiamo lasciato andare il manubrio e tutto il resto e siamo andate a finire dentro ad un fosso: abbiamo pianto tutte e due, abbracciate, esauste per lo scampato pericolo; non avevamo nemmeno più la forza di guardare cosa e chi c’era attorno a noi. Siamo arrivate in paese e abbiamo consegnato quello che dovevamo consegnare; eravamo felici perché tutto era andato bene. In seguito poi, ritornarono anche Dall’Aglio e Canova; anche a loro era andato tutto bene, ma non avevano niente di compromettente: tutto il peso era nostro, tutto sulle donne. Noi imparavamo da sole a fare la guerra, a lottare, senza che nessuno ci avesse mai insegnato come comportarci.

Finalmente tornai a casa, ma la quiete durò poco: il giorno dopo arrestarono quattro delle nostre partigiane: l’Orietta Bandiera, la Bianchi Lenina, la Mirka Coletti, e la mia compagna dell’ultima azione, la Dirce Galliani. Era una tragedia, perché venirono a mancare le persone che davano veramente, quelle su cui si poteva contare anche a tutte le ore.

Così, organizzammo la giornata della mondina, fissata per il 12 marzo del ’45. Era uno sciopero di protesta al quale dovevano partecipare tutte le mondine della provincia, e, in questo modo, speravamo di ottenere la scarcerazione delle nostre compagne. Molti personaggi del CLN fecero un giro tra i contadini, per dissuaderli dal dare le proprie case come basi di partenza per l’assembramento, perché questione troppo rischiosa e inutile. Alla fine, invece di otto basi, quelle necessarie, ne avemmo solo tre. Allora, dovetti mettere a disposizione la mia casa, anche se non era il posto più sicuro: dietro il mio cortile c’era un magazzino dei tedeschi; da una parte ero protetta, dall’altra correvo un grande pericolo, ma non ci si poteva pensare. L’appuntamento a casa mia era per la sera dell’11 marzo per le undici circa.

La mattina dopo venne una staffetta, l’Annella Ortolani, a dirmi che a Baricella c’era una riunione militare con gli alleati, molto importante; Martoni, il comandante della mia zona, non poteva andarvi, così il comando aveva deciso di mandare me, e l’Annella mi avrebbe accompagnata, perché era meglio essere in due a ricordare cose di estrema importanza.

Quella mattina pioveva, era un gran freddo; avevo una bicicletta come quella dei bersaglieri: a tubolare chiuso, duro. Non stavo bene: ero esausta, sfinita. Soprattutto, ero stanca di non potere mai stare con i miei figli.

Alla riunione c’erano dei militari alleati che avevano attraversato il fronte, e davano istruzioni su come preparare e organizzare la sollevazione della popolazione il giorno della liberazione, che sarebbe avvenuta da lì ad un mese. Erano sicuri che, entro quel periodo, le armate alleate avrebbero sfondato il fronte sulla linea gotica, così bisognava sistemare tutti gli aspetti tecnici e organizzativi in vista di quell’evento. Mi ricordo i segnali che bisognava fare con dei teli o dei lenzuoli per gli apparecchi: una croce per gli atterraggi, una linea per qualcos’altro, ecc… Era una cosa bellissima sentir parlare di libertà, ma c’era anche tanta diffidenza: sapevamo che i nostri cosiddetti alleati giocavano su questa nostra speranza, ed era già un po’ che ci dicevano di attendere, che il momento era vicino; e il momento non arrivava mai… la speranza però, inevitabilmente, era sempre viva. Tutto quello che fu deciso in quella riunione, me lo dovetti registrare nel cervello: non potevamo scriverci niente, perché se ci fermavano era la fine per tutti.

Tornai a casa con la testa piena di notizie, che mi faceva un gran male; arrivai a Molinella che se mi avessero dato un mucchio di botte non le avrei sentite perché ero esausta. Mi buttai sul letto. Sapevo che alla notte dovevano venire i partigiani per la manifestazione del giorno dopo, infatti era l’11 marzo, ma non potevo più muovermi, non ce la facevo ad alzarmi, così rimasi sdraiata a riposare per tutta la giornata. Si fece sera, venne mia madre, mi portò la notizia che sarebbero venuti sette o otto partigiani, un’altra parte sarebbe andata in casa dell’Iddillia, la moglie di un partigiano; insomma, li distribuimmo tutti nelle nostre case, nessuno li voleva, avevano paura.

Il coprifuoco cominciava alle otto quella sera, e, poco dopo lo scoccare dell’orario,   sentii la civetta cantare, quell’uccellaccio; una volta si pensava che portasse disgrazia, si diceva: “eh! aiè la svatta l’a canta! Anch quella là la ven a feres gli auguri!”.

Difatti, alle 8,30 sentimmo bussare alla finestra; mi sorpresi, pensai: ”beh! I partigiani non sono perché c’è un segnale che questi non hanno fatto… chi può essere…”. Non risposi. Andò la Nara: erano i fascisti che volevano entrare. Venivano da Argenta, da Porto Maggiore, e c’era al loro comando l’avvocato Borgatti, di Cento di Ferrara, un criminale nato, ma anche morto come si meritava, una carogna; però aveva una raffinatezza tale che ingannava, non sembrava un criminale.

La Nara rispose in tono duro e gli disse: “Noi abbiamo ricevuto l’ordine di non aprire dopo le otto per nessun motivo; adesso sono già le otto e trenta, e quindi non apriamo”. Così, i repubblichini andarono a chiamare i tedeschi. Venne proprio il comandante delle S.S. Quando la mattina dopo vide la Nara rimase sorpreso e lei gli disse: ” Vede comandante, voi avete lasciato la vostra patria per difendere noi, mentre loro sono qui, imboscati, e vengono di notte per arrestare le mamme che sono qui vicino ai loro figli… vedete che vergogna!”.Il comandante tedesco fece una “lavata” di testa al comandante della Brigata Nera, disse che garantiva lui per noi, che sapeva che la Nara era una gran lavoratrice e non una partigiana di sicuro.

Il 24 marzo ’45, tornarono i repubblichini da soli. In casa avevo un arsenale: il focolare era pieno di armi, nascoste sotto la piastra con sopra gli alari e la legna, e dentro al secchiaio, nella parte alta, c’erano le lettere e delle rivoltelle. Il comandante mi ordinò di prepararmi perché ero in arresto, e mi disse: “ Faremo anche una perquisizione, anche se inutile, perché lei avrà avuto tutto il tempo di nascondere la roba”, al che io risposi: “Dove vuole che la nasconda, abbiamo solo una camera qui al pianterreno!”. Mio marito, socialista, di indole diversa dalla mia andò a braccia e gambe aperte davanti al secchiaio,come a dire:”cercate dappertutto, ma non qui!”. I repubblichini guardarono dappertutto, ma non trovarono niente.

Mi portarono via. Dissi alla Nara: ” Te t’an è brisa sol un compit… te et da fer anch la mama…!”. Salutai i miei bambini con gli occhi: i nostri sguardi dicevano tutto ,nessuno parlò, e non ci fu neppure un bacio tanto eravamo congelati tutti.

Mentre mi portavano via, passarono ad arrestare anche un socialista, Angiulen al calzulèr, di Molinella. Lui si stava preparando per andarsi a nascondere, tentava di scappare, e in viaggio quasi mi rimproverò come ad accusarmi del suo arresto! Se avessimo tardato anche solo di dieci minuti, lui si sarebbe messo al sicuro. Ci portarono nel carcere di Porto Maggiore. Iniziarono la sera stessa a torturarci, ma con delle torture raffinate! Non sapevo che le mie amiche, le mie compagne che avevano arrestato qualche giorno prima, erano lì; lo scoprii perché quei banditi chiamarono lì la Bianchi Lenina, e me la misero davanti mentre mi torturavano; anche lei aveva i segni delle botte che aveva preso. Mi misero su due sedie: le spalle su di una, le gambe sull’altra, e nel mezzo il vuoto; finché potevo, rimanevo rigida, dritta, ma la schiena dopo un po’ cedeva, allora un milite lì vicino mi tirava dei calci, alcuni dei quali mi hanno rotto due costole. Poi mi misero in mezzo alle dita dei piedi della carta, e la bruciavano. La Lenina non sopportava più di vedermi soffrire in quel modo, allora con tanta amarezza mi disse: ”Ermina, sat se quel dil, parchè lor que i fan dscorrer anch i mort”; io, pur nel dolore che provavo, urlai: “Mo chi it te?me an so gnanc chi it te, me an so gninta!”; dopo la riportarono in cella.

Se durante la tortura ti lamentavi perché non resistevi, ti mettevano in bocca dell’urina guasta (aveva anche la schiuma), che era in un vaso lì vicino a noi, in terra. Io ero davanti al tavolo della presidenza: sopra c’erano tutti gli arnesi per le torture, bombe a mano, mitra, e, appeso al muro, un cristo inchiodato, là, in mezzo a tutto quel lavoro…tutti noi che siamo passati in quella stanza eravamo Cristo.

Ad un certo punto fecero entrare Angiulen; il comandante gli strinse la mano e disse: ”Diamoci la mano, noi siamo colleghi, perché il suo socialismo è anche il mio … con lei no, lei no, comunista, una nemica mortale!”. Mi confortò e mi riempì di orgoglio, perché i comunisti facevano paura anche ai più grandi criminali.

Fu lunga: quattro giorni di supplizi indicibili. Dopo mi chiusero in una cella di punizione… un gabinetto pubblico non è così per terra. Il mangiare era quello che era, non mi accorgevo neanche di quello che mi davano.

Mi diedero l’ultima salata: mi batterono sulla testa, ed io me la riparai con le mani, così mi ruppero il pollice e l’indice; mi diedero una bastonata sulle gambe, si ruppe il bastone e mi rimase dentro il pezzettino di legno; mi fecero un buco nel ginocchio e mi schiacciarono le dita dei piedi. Ce n’ era abbastanza per fare crollare chiunque, ma io pensavo a mio padre, a quante ne aveva passate lui senza piegarsi, allora traevo forza e non dissi una parola né un nome per tutta la mia prigionia.

Dopo quest’ultima batosta, mi avvolsero in un panno e mi portarono su per delle scale; io ero in stato di semi incoscienza. Ad un certo punto, aprirono una porta e mi buttarono dentro, ma nello stesso modo in cui si butta un sacco di stracci. Io non lo sapevo, ma ero nella cella delle mie compagne, la Dirce, l’Orietta, la Mirka, una cattolica socialista ma molto brava e di cuore, la Lenina, e l’Anna. Loro scoppiarono in un grido di gioia, perché, anche se ero ridotta malino, ero viva, mentre la Lenina gli aveva detto che mi sarei fatta ammazzare, così non speravano più di vedermi, perciò immaginate la felice sorpresa in mezzo a tanto dolore! Mi curarono come poterono, e quando fui in grado di parlare mi chiesero cosa mi avevano fatto, dissi: “Niente, niente… mi hanno dato solo degli schiaffi…”; allora, la Lenina, tutta arrabbiata: “Stai zitta lì! Bugiarda che sei! Ti ho visto, non resistevo più, ti han fatto di tutto!”, e io: “ Va bene, è vero, ora però sono qui, siamo tutte insieme, ed è questo l’importante”.

Io e la Dirce dormivamo nello stesso letto. Lei era mamma, io pure. Lei parlava sempre del suo Pirèn, non vedeva l’ora di riabbracciarlo. Per non farci scoprire, le dissi sottovoce quello che avevo saputo alla riunione militare, vale a dire che nel giro di un mese ci sarebbe stata la Liberazione e che i partigiani sarebbero tornati alle loro case. Allora disse: ”Dio, quando vedrò il mio Pirèn che ritorna sotto la bandiera tricolore, pensa la gioia che proverà anche lui nel vedere che anche la sua mamma è stata partigiana! ”.

Voglio ricordare un episodio che rende la misura della crudeltà e della barbarie in cui vivevamo tutti quanti. Avevano arrestato un partigiano di venti anni, Toni, un ragazzone biondo figlio di una madre vedova, e l’avevano torturato in modo indicibile: gli grattarono il viso con una grattugia per il formaggio, e gli si era attaccata la paglia del letto dove dormiva, di modo che la sua faccia era tutta una piaga purulenta. Per pura crudeltà (i nazifascisti la chiamavano esempio educativo), ci costrinsero ad assistere ad un suo interrogatorio: i brigatisti gli chiedevano “conosci questo o quello” e lui rispondeva sempre si, e diceva: ” comandante, un goccio d’acqua, per favore, un goccio d’acqua”. Gli mettevano il bicchiere vicino alla faccia, lui tirava fuori una lingua riarsa che faceva pena, e loro gli facevano sgocciolare l’acqua per terra e ridevano…non gliene hanno data neppure una goccia. Alla fine l’hanno sepolto vivo in un fosso vicino a Ferrara, dove l’hanno trovato dopo la guerra, mangiato dalle formiche.

Solo il cuore piangeva, né io né le mie compagne potevamo piangere, perché il pianto è segno di debolezza, e noi non potevamo permetterci di apparire deboli; per andare avanti non dovevi sentire nulla.

Erano giorni tremendi, in cui però sapevamo che eravamo tutte vive.

Un giorno arrivano i militi, aprono la porta della cella, e, senza dire niente, ci portano via tre donne, la Lenina, l’Anna e la Mirka. Figurarsi noi! Giù a chiederci dove le avevano portate, cosa gli avevano fatto. Ci dissero di stare tranquille perché non avevano sofferto: un colpo secco dietro la nuca, non se n’erano neppure accorte; i loro corpi li avevano poi gettati nel Po’. Non si possono descrivere certe sensazioni, sapevamo solo che non dovevamo crollare, non impazzire. Allora mi venne un’idea: l’Orietta ha una voce da soprano favolosa; quando cantava nella risaia, la sua voce attraversava tutte le risaie e risuonava ovunque, perché l’acqua non solo porta la voce, le dà anche più potenza. Mi misi davanti a loro e dissi: ” Cantè mo un poc ragazoli”[7]; loro mi guardarono un po’ allibite, pensando che io fossi andata un po’ giù di testa, ma io insistetti, e alla fine l’Orietta cominciò a cantare la canzone delle mondine di Molinella, all’inizio piano piano, poi sempre più forte, con quella sua voce squillante che sembrava una sirena. Tutte cantavamo e il cuore ci si riscaldò. “Siam le mondine di Molinella, siamo tutte di un sentimento, morir di fame, morir di stento, noi vogliamo la libertà…”; il ritornello diceva “fascisti e krumiri son tutti da ammazzar” e non   potevamo cantarlo, ma facevamo l’aria. Ad un certo punto, vedemmo lo spiraglio della porta che si apriva: un mucchio di teste di brigatisti fece capolino dietro il buco.

Questo nostro canto li aveva messi sul chi va là, forse pensavano fosse un richiamo, un contatto coi partigiani. Furono presi dal panico: ci presero e ci caricarono su una macchina; per strada avevamo una scorta che neanche il Presidente della Repubblica ne ha mai avuta una tanto imponente: dentro alla macchina con noi c’erano due brigatisti, davanti c’era una moto per ogni lato della macchina e un’altra macchina piena di militi, dietro, una fila di motociclette.

Ci portarono nel Castello Estense di Ferrara, momentaneamente trasformato in un carcere, dove trovammo le nostre compagne che ci avevano fatto credere morte, forse per divertirsi nel vederci stare male. Dopo un nuovo interrogatorio ed un’altra fila di sberle, ci portarono nella cella che ci ospitò fino alla Liberazione.

Nella cella non c’erano letti, solo materassi, luccicanti dal tanto che erano sporchi, buttati per terra; dormivamo senza lenzuola, con addosso solo un panno talmente lurido che ci si potevano scorgere le cimici e le pulci che vi saltellavano sopra. Tutta la notte ci grattavamo per il prurito che ci provocavano questi animaletti, era una cosa schifosa, ma dovevamo andare avanti. I secondini, a mezzogiorno, ci venivano a portare il mangiare dentro un paiolo come quello che si usa per fare il bucato, ma il pentolone puzzolente lo portavano dei detenuti che stavano nel reparto degli uomini, dove c’erano anche molti dei partigiani della zona attorno a Molinella. Così trovammo il modo di metterci in contatto con i nostri compagni: quando i prigionieri entravano nella nostra cella, lasciavano cadere di nascosto un bigliettino che ci avevano scritto, il giorno dopo prendevano il nostro messaggio di risposta e glielo portavano quando tornavano al loro reparto, e così via. C’era un sistema di comunicazione tra il reparto maschile e quello femminile, che gettava nel panico i fascisti in maniera particolare: noi urlavamo “Bel colpo” e loro rispondevano “Pataca”…e si sentivano queste grida volare per tutto il carcere e nessuno poteva fermarle, perché giungevano da tutte le parti; i militi credevano che fossero delle parole d’ordine o il segnale di qualcosa, per questo si agitavano.

Alla domenica, tutte le mie compagne andavano a Messa, non so quanto per fede o quanto per cambiare un po’ aria o per potersi scambiare dei messaggi, a gesti naturalmente, con i compagni, visto che nella cappella stavano da una parte gli uomini e dall’altra le donne. Io non ci volevo andare, non mi da fastidio chi va in Chiesa, ma io sto bene fuori. Un giorno le ragazze mi dissero che Fiero Romagnoli, un partigiano di Molinella di vent’anni cui avevo fatto un po’ da mamma, aveva chiesto di vedermi, e così mi lasciai convincere ad andare. La domenica dopo, mentre andavamo alla Messa, chiesi alla Mirka: “Beh! Mirka, come faccio io che non so neanche cosa debbo fare, cosa debbo dire!”, e lei: ”Tu stai vicina a me, e fa quello che faccio io!”. Il problema era che a me interessava dei compagni, non di quello che faceva la Mirka, così, quando mi ricordavo di guardarla, se lei era in ginocchio mi inginocchiavo anch’io, ma poi lei si alzava su ed io non ero pronta e rimanevo giù; stessa cosa per il segno della croce: io partivo quando gli altri l’avevano già fatto, e via così: io arrivavo sempre per ultima. Il prete, accortosi di come stavano le cose, ci mandò fuori urlando: “Vergognatevi, non siete degne di entrare in Chiesa! Da oggi in poi non verrete più qui per la messa, ma verrò io nella vostra cella tutte le mattine!”.

Io avevo la risposta pronta, mi sembrava già scritta nella mente, dissi: “Senta, io non sono venuta per sentire la Messa, ma per vedere i miei compagni di sventura, per me è questa la vera Messa. In quanto poi a venire nella nostra cella, si ricordi una cosa: la cella oggi è la nostra casa, e in casa nostra vengono solo le persone bene accette da noi… lei non lo è, rimanga fuori, perché se viene, rimane dentro con noi! ”. Non è mai venuto.

(4 – CONTINUA)

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