di Danilo Arona

Pizzo_HorrorAA.VV., Guida alla letteratura horror, a cura di G.F. Pizzo, Odoya, Bologna, 2014, pp. 478, € 22,00.

Il coraggio – una dote sempre più rara in editoria – non manca. Tanto da parte della casa editrice Odoya che dal pool di autori coordinati dall’instancabile Gian Filippo Pizzo. Perché poi alla fine – fatelo dire da uno che da 40 anni ci sguazza – siamo ancora qui, nel 2015, a domandarci se l’horror debba, o non debba, avere – in Italia – quella dignità di rappresentanza e di condivisione culturale che dovrebbe essergli naturalmente riconosciuta data l’importanza cosmica dei suoi padri fondatori. Un dibattito, purtroppo neppure tanto pubblico, che trova sbocchi e derive più nei social media che nelle sedi deputate e in discussioni, a volte sconfortanti,per l’inadeguatezza di chi cita quattro titoli di King e non ha mai sentito parlare di Ray Bradbury. Se è anche a causa di queste lacune che nasce un’opera del genere, concedetemi di prenderla da lontano, anzi da lontanissimo. Tanto, conoscendomi, sapete che arrivo in fretta al The Heart of the Matter, il nocciolo della questione. Non si può infatti recensire la Guida alla Letteratura Horror di Catalano, Chiavini, Pizzo e Tetro, senza impattarci.

Allora, nel ’78, pubblicai il mio primo libro di saggistica, Guida al Fantacinema. Me ne venivo da trascorsi fanzinari e da un biennio di critica dura pubblicata sul mitico Robot curato da Vic Curtoni per Armenia. Era già ben chiaro – a me e chi mi stava professionalmente vicino (Curtoni, Mongini, Lippi) – che io ero emotivamente sbilanciato, nel senso: okay la fantascienza, ma cavolo, vuoi mettere l’horror? Mi ricordo che trascorsi un paio di settimane in vacanza con Vic a Bobbio (da dove tornai più grasso di otto chili) a tentarlo di convincerlo, inutilmente, a tradire la fantascienza per l’horror. Perché secondo me lui era un genialissimo scrittore di gotico moderno e certi suoi racconti (Vento dal mare e Buona notte, dolce notte) sono ancora lì a testimoniarlo. Quando pubblicai Guida al Fantacinema, dovetti un po’ lottare per inserire una piccola parte dedicata all’horror. Proprio piccola, una trentina di cartelle, ma quella m’interessava molto di più di tutta la lunga prima parte dedicata alla storia del cinema di fantascienza, peraltro zona di caccia di Vanni Mongini, Insomma, ero – e lo sono ancora – un buon appassionato di science fiction, ma sgomitavo per l’horror. Quel piccolo supplemento, nella sua brevità, voleva già lanciare sfide e colmare buchi in prospettiva. Scrivevo righe quintessenziali su Cronenberg, Curtis Harrington, Giro di vite e il cinema di Lovecraft. Robe da matti, a chi interessavano? Ho scoperto pochi mesi fa che interessavano per esempio a Davide Pulici, futuro ed eccelso conduttore della rivista “Nocturno”, senza la quale uno come me – che si fa ancora spedire dall’America “Fangoria” – forse non vivrebbe. Davide allora aveva 14 anni e mi ha recitato a memoria, all’ultimo ToHorror Festival, alcune righe di Guida al Fantacinema, lasciandomi allibito, in positivo, va da sé. Insomma, non sto a incensarmi (lo sapete, è l’ultima cosa di cui mi frega), ma voglio dire che di grandi vecchi – e meno grandi, dal punto di vista generazionale – l’Italia è piena. Gente cresciuta, a migliaia di chilometri di reciproca distanza (in qualche caso sparuto detestandosi, e non si capisce perché) con gli stessi gusti e le stesse idee sul genere, sul cinema e la letteratura. Gente che si ritrova ai festival specializzati, magari addirittura all’estero. Persone che però – come il sottoscritto, mica mi limito a lanciare il sasso – non sono state capaci di procreare e di fomentare uno zoccolo duro, quantitativo e qualitativo, in grado di nutrire il genere sotto il profilo editoriale. Mi ricordo, come se fossi oggi (perché la vissi sentendomi colpevole), una rampogna giustificatissima di Marco Tropea, che aveva pubblicato nella sua casa editrice Interno Giallo la prima edizione di Danza Macabra di Dan Simmons (era il ’92). La protesta risuonava più o meno così: «Ma in quanti siete in Italia voi horroristi? Io ho bisogno di vendere 6000 copie di Simmons, altrimenti vado a bagno. Possibile che non siate in 6000?» Sto parlando di un decennio in cui i libri si vendevano ancora e sto pure parlando di Marco Tropea, editore con la E maiuscola. Però tant’era e tant’è: come movimento in qualche modo abbiamo cannato. Perché oggi in Italia, al di là delle traversie personali di chi – italiano, argh! – continua indefesso a scrivere di horror e dintorni, ci stanno pure un sacco di autori anglosassoni, ottimamente esplorati nella Guida di Odoya, di cui conosciamo solo poche opere perché a un certo punto l’editoria che conta ha deciso di non tradurli più: che so, Thomas Tryon, Ramsey Campbell, Richard Laymon, James Herbert, Peter Straub, Graham Masterton. E qui mi fermo perché l’elenco sarebbe ben più lungo e rischio seriamente di svicolare. E rimando ad altra sede le doverose analisi.

Il dato di fatto: la coraggiosa guida, curata da Gian Filippo, esce in tale contesto. Una nazione dove l’horror è mortificato, in numerosi scaffali di librerie, in improponibili minestroni tra King, Tolkien e young adults; dove il famoso “zoccolo duro” sembra evaporato in decine di gruppi che discutono tanto ma consumano poco e, dove citando Antonio Moresco, gli scrittori devono lottare duramente per poter cominciare a vivere in casa propria (e figuratevi quelli horror che in senso abitativo se ne stanno proprio all’addiaccio, sotto i ponti…).

Lode quindi ai magnifici quattro per aver dato spazio nella loro Guida agli italiani contemporanei, quelli che hanno pesato e che progettano ancora di pesare in futuro nell’evoluzione del genere (perché poi – qui non è sede di approfondimento – l’horror italiano è sul serio un pianeta differente da tutti gli alti al mondo). Lode perché ci sono, e sviscerati con intelligenza, Manfredi, Sclavi, Mari, Baldini, Evangelisti, Arona, Rosati, Colombo, Nerozzi, Vergnani, Baraldi, Teodorani, Dimitri, Calabrese, Lombardi. Non era affatto scontato che ci fossero. Perché, se la critica dovesse essere uno specchio di quel che decide il marketing, forse di noi (posso dire, noi?) in qualche altra guida non ci sarebbe stata traccia. Ma questa è critica coraggiosa, intelligente, enciclopedica nel senso giusto del coerente.

Per quel che riguarda il resto autoriale del mondo, personalmente il libro me lo sono bevuto. Ottime schede, sintetiche ed esaustive. Bella scansione topografica per argomenti. Un bel punto di vista “dall’alto” del divenire storico del genere e dei suoi sottogeneri. Quasi 500 pagine scritte col cuore e con la mente accesa. Insomma, come diceva la Loren, accattatevillo!

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