Dark Memories, di Gian Paolo Barbieri, Skira editore, Milano 2013, pag. 112, € 60

di Mauro Baldrati

barbieri6Alla fine degli anni Ottanta frequentavo i set fotografici di Oliviero Toscani, nello studio milanese multisala “Superstudio”, uno dei crocevia mondiali della fotografia di moda e pubblicitaria. Volevo imparare soprattutto i dettagli tecnici (luce, posizione dei flash), ma anche la sua semplicità di ripresa, il suo equilibrio grafico. Un giorno, durante una pausa, gli chiesi cosa pensava di Helmut Newton, un fotografo allora di gran moda. Lui, per un attimo, sembrò alterarsi. “Newton?” esclamò, “è il classico épater le bourgeois, stupire e scandalizzare i benpensanti. Non c’è vera eleganza né nobiltà né trasgressione in Newton. E’ tutto finto. Invece vuoi sapere chi è un vero nobile, senza pose né calcoli da bottegaio, e un vero trasgressivo? Gianpaolo Barbieri.”

Ci rimasi. Newton era un kult. Non ero del tutto d’accordo, però iniziai a guardare le sue foto con un diverso occhio. Ma soprattutto approfondii la visione di Gianpaolo Barbieri, che conoscevo soprattutto come fotografo di alta moda, di extralusso, ritrattista di supervip planetari. Tutto in lui era aristocratico, fatale, inarrivabile. Ma occorreva distinguere tra il lavoro, cioè i servizi su commissione (Vogue, grandi aziende di moda), e le ricerche personali. Così scoprii i servizi realizzati a Tahiti, sui tatuaggi, in Madagascar, in Equador, fotografie di corpi, nudità, oppure le maschere dei samurai giapponesi, e i fiori “innaturali”, nature morte in bianco e nero che, proprio come le immagini dei nudi, non possono non evocare un poderoso apripista di questo stile, Robert Mapplethorpe: corpi statuari, con gli organi genitali in primo piano, spesso oggetto di sevizie sadomaso, un mix di santità e dannazione, di truce oscurità e luce salvifica, di nichilismo punk e senso di colpa cattolico. E fiori idealizzati, come una ricerca di redenzione attraverso la purezza di un bianco e nero ad alta definizione.

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Ora alcune di queste immagini, insieme ad altre inedite che il settancinquenne fotografo ha raccolto dai suoi archivi, compongono il portfolio Dark Memories. La lezione di Mapplethorpe, la sua ricerca, è evidente. Le foto di Barbieri, in un sontuoso bianco e nero, come nel suo stile, sono, se possibile, una ulteriore tappa del viaggio nel corpo nudo soprattutto maschile, nella sua bellezza idealizzata ma anche maledetta, oggetto di godimento ma anche di atroce sofferenza. Stupisce un po’ la definizione di una delle introduzioni, ripetuta da quasi tutte le recensioni: i nudi sono per così dire esenti da “peccato”, da perversioni, da doppi sensi e così via. Insomma, tutto edificante, tutto poetico: “I nudi di Barbieri risultano naturali, immediati, reali, gioiosi, in una purezza e semplicità sconvolgente.”

barbieri5Ma perché? Sembra che vi sia come un’ansia di stemperare la durezza, la violenza di alcune immagini. Non è forse il solito tentativo di “riscatto” politicamente corretto, sottraendo alle foto la loro carica oscura? Invece alcune sono davvero perverse, come lo erano quelle di Mapplethorpe. L’organo maschile è oggetto di sevizie insostenibili. In una foto (non disponibile, come tutte le altre più estreme) il pene viene trafitto dall’ago di una siringa, che sta per iniettarvi un liquido. Come non evocare i peni di Mapplethorpe, strizzati da corde, fili metallici, contorti, schiacciati? Se sono “naturali”, lo sono nel bene e nel male, nel piacere e nel dolore, nel desiderio e nella smorfia masochistica. I fiori partecipano a questo gioco doppio e triplo, con rose di petali aperti come vulve desideranti, pistilli eretti come organi predatori.

Se la fotografia è arte, o “anche” arte, forse la sua forza sta proprio nella mancanza di calcoli, di compiacimento; oppure nell’ultracompiacimento, ripulito dalle scorie “newtoniane” per farlo salire verso un’estetica dark-baudelairiana, crudele, dandy, puro piacere nella sofferenza, pura contraddizione, puro squartamento. Dai baci di principesse e delle top model agli schizzi di urina in bocca; dallo spreco dell’alta moda ai tagli sulla nuda pelle con lamette da barba; dagli sfarzi dei saloni parigini ai liquami delle fogne.