di Fabrizio Lorusso

CHAVEZ.jpgParlare di Venezuela e di Chávez, un leader storico indiscusso e per questo amato e odiato allo stesso tempo, suscita sempre emozioni e dibattiti. Ci ho provato in varie occasioni, ascoltando voci diverse, dal cuore al cervello, dai latino americanisti fedeli al socialismo bolivariano ai critici duri del sistema. Oggi in Messico si respira un’aria strana, c’è il lutto e ci sono le prese di distanza, c’è l’affetto e ci sono le indifferenze. Ci saranno 7 giorni di lutto nazionale in Venezuela e a Caracas in questo momento ci sono manifestazioni massicce per le strade. E’ la sua gente che scorta il feretro in corteo insieme ai familiari e ai ministri, insieme alla musica delle bande musicali e alle preghiere. Intanto i presidenti del subcontinente e del mondo mandano messaggi di cordoglio e solidarietà. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente e successore di Chávez, Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana. L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare. Dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso conquistando la presidenza per il periodo 2013-2019, saranno convocate entro un mese nuove elezioni presidenziali in Venezuela.


“Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro che per qualche settimana, fino alle nuove elezioni, sarà il presidente ad interim del paese. La maggior parte dee paesi sudamericani e il Nicaragua hanno decretato tre giorni di lutto. Amici e alleati si stringono intorno ai familiari del comandante. Il Venezuela avrà una settimana di riflessione per esprimere le condoglianze verso il suo presidente scomparso. La presidentessa argentina Cristina Fernández e Mújica, capo di Stato uruguayano, sono partiti subito per Caracas per assistere ai funerali.

L’eredità del chavismo è difficile da determinare, probabilmente è ancora presto, ma sicuramente trascenderà le frontiere del paese andino e caraibico che l’ha generato e trascenderà alcune generazioni, così com’è successo con alcuni aspetti del peronismo argentino o con le idee stesse di Simón Bolivar e José Martí e la loro spinta per la creazione di una Patria Grande. L’America Latina oscillerà tra i diversi modelli del progressismo continentale, dal Brasile di Lula e Dilma Roussef all’Uruguay di Pepe Mújica, dall’Ecuador di Rafael Correa (indicato spesso come il più logico e vicino “successore” di Chávez in Sudamerica anche se i loro rispettivi paesi hanno presenze e influenze diverse nella regione), alla Bolivia di Evo Morales e all’argentina di Nestor e Cristina Kirchner. Oppure ci sarà in alcuni paesi un’alternanza con le destre (come in Cile) che, però, dovrebbero aver capito le lezioni dolorose del liberismo selvaggio e dell’autoritarismo del passato che, ciononostante, a volte si fa rivedere (come successo in Paraguay nel 2012 e in Honduras nel 2009 con dei colpi di Stato più o meno “istituzionali” o anche militari).

L’ondata di rifiuto delle politiche economiche e sociali imposte dalle agenzie internazionali e dai paesi creditori, che strozzavano lo sviluppo latino americano con l’austerità, ha creato tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio le condizioni propizie per una ridiscussione del modello e per la nascita di alternative progressiste. Ogni paese, però, ha elaborato la propria alternativa (più o meno radicale, più o meno includente) in questo quadro comune a seconda delle condizioni storiche, le negoziazioni interne, le diverse élite nazionali ed esperienze preesistenti nella realtà nazionale. Le alleanze continentali, propiziate dal Presidente Chávez, hanno in qualche modo consolidato una visione collettiva e comune in America Latina e favorito obiettivi di emancipazione, con un tono nazionalista in difesa della sovranità, e di sviluppo, oltre la semplice cifra della crescita economica.

Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, il Messico e l’America centrale e caraibica non possono veder spiegata la loro storia senza considerare l’egemonia statunitense che, nel suo backyard, ha spesso fatto leva sulle armi, sullo spionaggio e sul cosiddetto hard power piuttosto che sulla diplomazia e sull’influenza soft e ideologica per ottenere i suoi obiettivi e il controllo regionale (controllo delle risorse, protezione degli investimenti e degli interessi strategici, egemonia politico-culturale). Tra il bastone e la carota, non c’è dubbio che storicamente abbia prevalso quest’ultimo e che ciò abbia generato reazioni altrettanto forti, soprattutto dentro i progetti contro-egemonici latino americani che hanno radicalizzato le loro posizioni, spesso più a livello retorico che nei fatti. Questo processo è avvenuto anche in Venezuela dove l’élite tradizionale dei partiti, legata agli interessi esterni, al petrolio e alla grande impresa, aveva raggiunto livelli di distacco dalla società, privilegi di casta, sprechi e corruzioni indicibili. Già il caracazo del febbraio 1989, una due giorni di proteste feroci della popolazione repressa nel sangue dal presidente Pérez (si parla nelle cifre ufficiali di 300 morti, ma altre fonti indicano oltre 3000 morti) era un gravissimo segnale d’allarme. Inascoltato.

Chávez ha alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe anche grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA ( Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che puntano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione, come obiettivo implicito, ma che fondamentalmente sono strumenti di quel regionalismo aperto sudamericano che s’era arenato con il MERCOSUR e la COMUNIDAD ANDINA.

L’opposizione della destra venezuelana, composta dagli estremisti conservatori e tradizionali, dai vecchi partiti COPEI e AD e da una parte di democratici liberali, s’è caratterizzata per la cecità verso le esigenze delle masse popolari impoverite dai decenni perduti, gli anni ottanta della crisi del debito e gli anni novanta del non-recupero economico. Avevano provato a rimontare posizioni l’ottobre scorso con una proposta moderata, socialdemocratica, che però non ha convinto la maggioranza dei votanti e nascondeva incognite e mancanze troppo importanti per essere presa sul serio dalla maggioranza della popolazione beneficiata dal chavismo.

Al contrario di quanto previsto da FMI e Banca Mondiale la crescita dei paesi latinoamericani, anche quando negli anni 90 si sono riaperti i flussi del credito e i prestiti internazionali, è stata precaria e insufficiente. Credo che la maggioranza dell’elettorato venezuelano non sia pronta né disposta a tornare a un modello nettamente neoliberista controverso e criticato da buona parte delle stesse classi dirigenti latino-americane e, oggi, europee. Le speranze e le aspettative risvegliate da Chávez, così come la partecipazione alla vita politica favorita dai suoi 14 anni al potere, sono eredità difficili da cancellare e una società più attiva è un cavallo difficile da domare tanto per il PSUV (il governativo Partito Socialista Unito del Venezuela) che per l’opposizione capeggiata dal rampollo conservatore Henrique Capriles.

Ci si chiede in Messico, e ancor di più in Sudamerica, quali siano i progetti latino americani o “latino americanisti” che possano convivere con gli Stati Uniti in una logica di contrapposizione senza conflitto, di autonomia senza ingerenza. L’ideale di una confederazione democratica di paesi che possa convivere con gli USA al Nord e con le proprie diversità e specificità geopolitiche e culturali a Sud, fomentando l’uso e lo sviluppo delle risorse interne per fini economici con visione sociale e includente, non dovrebbe scomparire e potrebbe essere una lezione appresa dal passato che crea immaginario e unità politica e d’intenti.

Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo hanno contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste e anti-elitiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani.

Dopo aver beneficiato di un indulto, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con l’alternanza democratica, stabilita a tavolino, del “Patto del Punto Fisso” (31 ottobre 1958) . Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali (AD, socialdemocrazia, e COPEI, democrazia cristiana) che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum. Durò 40 anni fino all’ascesa di Hugo Chávez nel 1998.

L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano direttamente. Nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks e le denunce dello steso presidente, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di stato su un’isola dei Caraibi.

Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Per l’opposizione e gli USA fu un boomerang. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani anche grazie all’uso della spesa pubblica, all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita e dei programmi per le case popolari con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici, di assistenzialismo e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli.

D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 14 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita s’è mantenuta, anche se altalenante, dopo la crisi del 2008-2009. Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

Infine l’opposizione ha sempre accusato il presidente di concentrare un potere mediatico senza precedenti. In realtà c’è stata certamente una crescita (anche se non spettacolare) della presenza mediatica e del controllo governativo sui media venezuelani (sia come tempi di presenza che come numero effettivo di media presumibilmente “allineati”) rispetto all’inizio del periodo chavista (1998-1999) in cui praticamente nessun mezzo di comunicazione nutriva particolari simpatie per il presidente, però non si può parlare di un controllo totalitario. In proposito esiste una letteratura specifica, anche se è difficile districarsi proprio perché è difficile considerare e valutare tutti i media (radio, Tv analogica e digitale, nazionale e straniera, giornali, riviste, internet, ecc…) con il loro campo e profondità di influenza. Inoltre non sempre esiste uno schieramento netto e totale. Rimando a questo articolo “Television in Venezuela: Who Dominates the Media?” (link).

Non so come concludere, lo confesso. So solo che ne parleremo ancora a lungo. Siamo ancora nel mezzo di una stagione di grossi cambiamenti in America Latina che né inizia né finisce con Chávez, ma che ha avuto in lui un propulsore e un ispiratore nel rispetto delle differenti esperienze nazionali e delle strade che poi ciascun paese ha deciso e deciderà d’intraprendere. Quindi vamos a ver y adelante.